Sidney Lumet, 86 anni di grande cinema

E’ morto ieri sera a Manhattan nella sua abitazione, Sidney Lumet, uno dei grandi moralisti del cinema americano.

Un regista che ha sempre posto l’uomo al centro dei suoi film, capace di trarre da sceneggiature ed interpreti il massimo. Un regista vecchio stampo, nato quando a Hollywood imperava davvero lo studio system e la professionalità era un valore imprescindibile.

Il dubutto avviene nel 1957, con un film originariamente concepito per la televisione: La parola ai giurati con Henry Fonda. E’ subito Orso d’Oro a Berlino e nomination all’Oscar. E la parabola di Lumet è già tutta in questo esordio fulminante, claustrofobico, civile, che sfrutta magistralmente le tre unità aristoteliche ed un cast in stato di grazia.

Seguiranno 50 anni di grande cinema, ma quest’atto d’accusa al razzismo strisciante della nostra società, alle colpe dei padri, alle imperfezioni della giustizia ed al coraggio di un uomo solo, armato solo dellle sue idee, resterà il suo capolavoro.

Per molti anni la sua attività si svolgerà a cavallo tra cinema e teatro, con un occhio privilegiato ai grandi commediografi americani: adatta per lo schermo Tennesse Williams, Arthur Miller e Eugene O’Neill, dirige Brando e la Magnani in Pelle di Serpente, poi Raf Vallone in Uno sguardo dal ponte, quindi Katherine Hepbourne ne Il lungo viaggio verso la notte.

Quindi è la volta di Rod Steiger ne L’uomo del banco dei pegni. La seconda metà degli anni ’60 è meno fortunata ma nel decennio successivo arrivano i suoi successi più importanti, a cominciare dai due film con Al Pacino, Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani, per poi approdare a Quinto Potere, uno dei primi moniti sulla potenza e la pervasività del mezzo televisivo.

Quindi Il Verdetto, capolavoro con un Paul Newman al tramonto, e l’ultimo meraviglioso Onora il padre e la madre. Film definitivo, cupo come la notte, quasi un testamento dello sguardo severo di Lumet e della miseria umana che è sempre stata al centro della sua riflessione di artista.

Se ne va un maestro. Uno di quei grandi professionisti che hanno reso immortale la Hollywood degli anni ’70 e che si sono sempre posti al servizio delle proprie storie, senza vezzi autorali, ma con una solidità che molto cinema di genere oggi non riesce più a ritrovare.

Se volete saperne di più, leggetevi il pezzo che Manhola Dargis scrisse per il New York Times, in occasione dell’Oscar alla carriera, assegnato a Lumet nel 2005.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.