Mereghetti su Offside

Quando aveva vinto l’Orso d’Argento a Berlino nel 2006, dopo una carriera di successi cominciata con Il palloncino bianco e il cerchio, nessun distributore aveva avuto il coreggio di proporre in sala Offside di Jafar Panahi.

Sono passati cinque anni, il regista è diventato un simbolo di libertà contro il regime di Ahmadinejad e sta pagando a carissimo prezzo il suo impegno con la rivoluzione verde.

Grazie alla piccola casa di distribuzione Bolero Film, Offside arriva finalmente in sala. E’ l’ultimo film di Panahi: purtroppo l’impressione è che lo rimarrà ancora per molto. Condannato a 6 anni di prigione e a non poter più girare film in patria per 20 anni, Panahi è forse uno degli ultimi intellettuali liberi in un paese schiavo.

Stanze di Cinema è al suo fianco, per quel poco che vale e cerca almeno di non far cadere il silenzio su uno dei crimini più grandi che un regime può fare al suo popolo: privarlo della libertà di esprimersi, di manifestare opinioni, idee, confrontarsi con gli altri, usare l’arte ed i mezzi di comunicazione per trasmettere pensieri, per affermare la propria visione del mondo.

Paolo Mereghetti sul Corriere ha dedicato a Offside la sua tradizionale recensione lunga:

L’8 maggio 2005 è stata una data storica per il calcio iraniano: la vittoria sul Bahrein avrebbe permesso alla nazionale di casa di accedere alla fase finale del Campionato del mondo di calcio in Germania. E proprio durante quell’evento, quasi in presa diretta, Jafar Panahi ha ambientato quello che sarebbe diventato – a oggi – il suo ultimo lungometraggio, Offside.

La storia del film è quella di alcuni tifosi «particolari», attirati dalla gara ma impossibilitati ad assistervi perché la tradizione del Paese impedisce alle donne di assistere alle partite…

Panahi mette immediatamente le carte in tavola. L’eventuale suspense – riuscirà la ragazza a entrare nello stadio? – viene immediatamente frustrata e il film si trasforma in una concretissima riflessione sulla condizione femminile oggi in Iran. Perché la ragazza, fermata dai soldati di servizio, si ritrova con un altro piccolo gruppo di tifose, rinchiuse in una specie di recinto appena fuori dalle gradinate. Ognuna ha cercato un proprio modo per entrare (anche travestendosi da soldato per avere i posti riservati, smascherata da chi si era visto assegnare quel posto) e ognuna reagisce a modo proprio a questo divieto: chi si pente, chi litiga, chi discute, chi tenta la fuga…

Mereghetti conclude con un elogio alla straordinaria capacità di Panahi di sfruttare l’evento sportivo in diretta, girando il suo film senza rete, affidandosi alla bravura degli interpreti:

La grande prova di regia di Panahi e di recitazione di tutto il cast risalta nella capacità di sfruttare al meglio i tempi della partita, un evento che non si poteva certo «ricostruire » se mai le riprese fossero andate male o qualche cosa avesse dovuto essere rifatta. No, tutto si incastra perfettamente […]Offrendo in diretta allo spettatore il «segreto » del suo cinema, capace di intrecciare grandi e piccole storie, momenti ufficiali (come una partita di calcio) e segreti privati, passioni collettive e singoli destini.

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