La seconda stagione di Khorra, serie indiana prodotta e distribuita da Netflix, si sposta nella cittadina di Dalerpura, dove il corpo di una giovane donna, Preet (Pooja Bhamrrah), separata dal marito, viene rinvenuto nel fienile di proprietà della sua famiglia. Le indagini condotte da Amarpal Garundi (Barun Sobti) e dalla sua superiore Dhanwant Kaur (Mona Singh) scoperchiano segreti familiari, tensioni sociali, sfruttamento della manodopera agricola e una discriminazione delle donne non ancora superata. Le indagini non sono semplici: ogni testimonianza sembra nascondere più di quanto dica, come peraltro lascia presagire il titolo dello show: infatti Kohrra in punjabi significa nebbia. Parallelamente, arriva a Dalerpura Arun Kumar (Prayrak Mehta), un giovane del Jharkhand in cerca del padre scomparso vent’anni prima. La sua storyline, inizialmente marginale, diventa progressivamente centrale: il padre, Rakesh Kumar, era stato venduto come lavoratore vincolato alla famiglia del fratello di Preet, insieme ad altri uomini ridotti in una forma di schiavitù agricola. La sua esistenza, rimasta nascosta per due decenni, si dimostrerà la chiave per risolvere (e comprendere) l’omicidio di Preet.
La seconda stagione di Kohrra ha come collante con la prima la figura di Garundi che abbiamo visto in passato non solo coadiuvare il burbero ispettore Balbir nelle indagini sull’omicidio di un uomo indiano residente all’estero, ma anche alle prese con una travagliata relazione con la cognata Rajji (Ekta Sodhi), da cui cercava di allontanarsi per poter avere una famiglia tutta sua. Lo ritroviamo a distanza di qualche mese, felicemente sposato e trasferito in un nuovo commissariato, ma anche alle prese con il fatto che la cognata porti in grembo il frutto della loro relazione. Un passato che Garundi ha però tenuto nascosto alla moglie Silky (Muskan Arora) e che finisce per mettere in crisi la coppia. Come nella prima stagione, l’attenzione ai personaggi e alla loro vita privata fa da controcanto alle indagini e porta lo spettatore a contatto con situazioni drammatiche di vita familiare che il lavoro alienante nelle forze dell’ordine non aiuta a risolvere. Vale per Garundi, ma ancor di più per la commissaria Dhanwant Kaur, il cui matrimonio sta attraversando il dramma della morte dell’unico figlio, avvenuta in un incidente motociclistico causato proprio dal marito.
La parte drammatica ha quindi nell’economia della serie un peso rilevante, per molti aspetti analogo a quello dell’investigazione, confermando l’intenzione degli autori di presentare al pubblico un prodotto con una forte valenza di critica e di analisi sociale.
Come la prima stagione, anche la seconda descrive in modo realistico le tradizioni e i pregiudizi delle zone rurali del Paese, denunciando in particolare lo sfruttamento dei lavoratori, un retaggio drammatico del passato e della divisione in caste. Nella cittadina inventata di Dalerpura, nel Punjab, si mostrano i vizi atavici della società indiana ed emerge come la violenza sistemica e lo sfruttamento dei lavoratori migranti non siano un ricordo lontano, ma un problema da affrontare ancora oggi. Il cosiddetto Bonded labour (servitù per debiti) è illegale in India dal 1976, ma è ancora diffuso in settori come le fornaci di mattoni (sono più di 100.000 le fornaci ancora attive), l’agricoltura, le miniere e le attività tessili. Da un lato la manodopera continua a rappresentare un bene (ed un costo) primario, dall’altro le gerarchie sociali esercitano una pesante influenza sui rapporti di lavoro, al punto da creare vincoli tra lavoratori e datori di lavoro che di fatto equivalgono ad una forma moderna di schiavitù.
Ampio spazio è dato alla descrizione dei brutali metodi della polizia indiana, sulla scia di un realismo tipico del crime indiano. L’Indian Police Service è spesso al centro di accuse per i metodi violenti utilizzati nei confronti dei sospettati, per la corruzione diffusa e per le violenze di genere perpetrate sulle donne. Anche quando svolgono ruoli importanti, come nel caso del Capo Ispettore Dhanwant Kaur, alle donne in polizia viene sempre e comunque richiesto qualcosa di più in termini di impegno e dedizione, anche a spese della dimensione familiare. E’ una dinamica che abbiamo già visto in altre serie, come Delhi Crime; del resto è proprio dalla sensibilità e dal modo di vedere le cose delle donne che passa un possibile rinnovamento delle forze di polizia.
Non è un caso che, in una scena che si svolge in campagna, un’anziana signora, sebbene si rifiuti di relazionarsi in alcun modo con la polizia, accetti di parlare con Dhanwant solo perché è una donna. La polizia è peraltro lo specchio del Paese rispetto al tema dell’emancipazione femminile, un obiettivo ancora da raggiungere e che viene presentato come tale, senza tacere aspetti che talvolta passano in secondo piano nel racconto dei media. La sceneggiatura infatti non esita a dare spazio anche alle fratture generazionali che coinvolgono le stesse donne e che allontanano, in modi spesso insanabili, madri e figlie o nonne e nipoti. Ora come in passato il primo nemico delle donne sono talvolta le altre donne, specie quando assumono il mantenimento della situazione sociale come condizione per la sicurezza familiare.
Nel complesso l’equilibrio tra parte drammatica/sociale e investigativa è ben dosato, anche se per lungo tempo la storyline di Arun Kumar appare slegata dalle altre e piuttosto fragile. E’ solo nel finale che si definisce e acquista valore nell’ambito dell’indagine, senza peraltro riuscire a dare profondità né al personaggio del giovane alla ricerca del padre, né a quello del padre vissuto in condizioni di semi-schiavitù per anni. L’azione di Arun, che si situa a metà tra dramma personale e ricerca di una persona scomparsa, non regge il ritmo degli altri accadimenti ed è troppo stereotipata per coinvolgere emotivamente lo spettatore. La vicenda in somma sembra soprattutto un pretesto per parlare di un grave problema sociale.
La tensione drammatica e l’impegno civile finiscono per prendere il sopravvento e lasciare poco spazio all’ironia e a quel tocco surreale che, quando fanno capolino, conferiscono al racconto un valore aggiunto, migliorandone la visibilità.
La serie conferma la scelta compiuta nella prima stagione di affidare la regia ad un solo sguardo, in questo caso quello di Faisal Rahman, coadiuvato da Sudip Sharma, autore anche della sceneggiatura, così da dare compattezza ed omogeneità stilistica alla narrazione e conferirgli un carattere più autoriale. Tra gli spazi chiusi delle abitazioni e quelli ampi, ma desolati, della campagna del Punjab, la regia si muove con l’intento di trasmettere isolamento, tensione e conflitti familiari, Interessante la fotografia, curata da Saurabh Monga: il suo lavoro definisce l’estetica cupa e realistica del racconto, grazie all’uso di luce naturale e toni desaturati. Rispetto alla stagione precedente le tonalità complessive sono più cupe e rimandano al trauma e al gorgo emotivo che risucchia i protagonisti della vicenda.
In sintesi possiamo confermare quanto detto della prima stagione, definendo Kohrra come un buon prodotto di genere che trova qualche limite nell’ampiezza e nella complessità dei temi trattati, ma che pure trae da questi temi il proprio carattere specifico, con una componente di forte valenza sociale. La firma dello showrunner e regista Sudip Sharma è ben visibile e conferisce carattere e personalità al racconto che intende proporsi come intrattenimento impegnato.
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 6
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Thriller Crime Drama
CONSIGLIATO: a chi ama i crime indiani per il loro realismo e per i personaggi ricchi di contrasti, ma è disposto ad ampliare lo sguardo, affrontando dinamiche sociali più generali. In questa serie l’ambizione drammatica è palpabile, estesa e non occasionale.
SCONSIGLIATO: a chi ama i crime tesi e prettamente investigativi, resterebbe deluso dall’importante parte drammatica, peraltro non sempre compatta.
VISIONI PARALLELE: Delhi Crime, serie Netflix, arrivata alla terza stagione, che racconta le indagini condotte dall’Ispettrice Capo Vartika e dalla sua squadra. La serie affronta temi di grande attualità nel dibattito sociale indiano, con riferimento a fatti di cronaca, come il drammatico Nirbhaya Case, lo stupro di gruppo trattato nella prima stagione. Altre produzioni indiane di taglio crime molto apprezzate dal pubblico, disponibili in streaming su Amazon Prime Video, sono Mirzapur e la serie Paatal Lok.
UN’IMMAGINE: la confessione del marito di Dhanwant Kaur durante la riunione degli alcolisti anonimi che frequenta è qualcosa di più di un modo per esprimere il proprio malessere e condividerlo con gli altri membri, è al contempo un’accorata dichiarazione d’amore per la moglie che riesce (infatti) a toccare il cuore della donna, cauterizzando almeno parzialmente il trauma per la morte del figlio.


