Delhi Crime: la realtà non è il destino

Delhi Crime ***

Delhi, 16 Dicembre del 2012, ore 21.30. Una coppia esce da un cinema, ha visto Life of Pi in un multisala; dopo un breve tragitto in risciò i due ragazzi salgono su di un autobus per raggiungere il distretto di Dwarka. Quando, dopo un’ora di violenze verranno scaraventati giù dal bus e abbandonati sul ciglio della strada, la loro vita sarà segnata per sempre.

Entrambi i giovani sono stati picchiati e derubati, ma mentre Akash se la caverà con qualche contusione ed un profondo rimorso per la propria impotenza, la ragazza, Deepika, si troverà a lottare per la vita a seguito di una violenza di gruppo così efferata da portare alla rottura dell’intestino.

Anche per una società come quella indiana in cui gli stupri sono stati per lunghi anni un reato difficile da denunciare a ancor più da estirpare, questa volta sembra che si sia superato il limite. Lo capisce subito il vice commissario Vartika Chaturvedi (Stefali Shah, già Ria Verma in Monsoon Wedding), i suoi collaboratori lo capiranno dopo un po’ di tempo, ascoltando il racconto di Akash, guardando le conseguenze della violenza sul corpo della donna, percependo la crescente attenzione (e pressione) che i media nazionali e internazionali dedicano alla vicenda. Straordinaria la mobilitazione di tutta la popolazione, con veglie di preghiera e manifestazioni in tutto il Paese. Per la prima volta le proteste contro uno stupro sono così diffuse e così trasversali da coinvolgere anche moltissimi uomini: nei volti dei manifestanti sembra di leggere l’affacciarsi al mondo di una generazione che non riconosce e non accetta la società costruita dai propri padri.

La polizia di Delhi si impegna, un po’ per dovere e un po’ per necessità, in una caccia all’uomo che si presenta da subito come proibitiva considerando che la Capitale indiana conta 16 milioni di abitanti e che la zona metropolitana (CNCR – Central National Capital Region) complessivamente supera addirittura i 26 milioni.

In un periodo storico in cui le serie raccontano soprattutto di super-eroi, di mondi distopici, di viaggi nel tempo e di apocalissi imminenti, sembra qualcosa di banale e di un po’ datato scegliere di ricostruire un fatto di cronaca. Eppure proprio per questo la sfida di raccontare l’indagine compiuta dalla polizia di Delhi è tutt’altro che banale, specie se consideriamo le difficoltà che hanno avuto, anche in fase distributiva, gli altri film che hanno raccontato casi di stupro in India (India’s Daughter di Leslee Udwin).

Netflix ha avuto coraggio nel credere in una produzione di cui si sentiva la necessità.

La stessa necessità che ha mosso il regista e sceneggiatore, Richie Mehta: raccontare una storia drammatica, ma anche un Paese con le sue contraddizioni sociali e culturali, con la sua voglia di qualcosa di meglio e con il coraggio di tanti giovani, ma non solo. Mehta ha lavorato per sei anni al progetto, sfruttando l’accesso ai documenti originali del caso, con l’obiettivo di fornire allo spettatore un’esperienza visiva forte, catartica, simbolica. Jyoti Singh Pandey, il vero nome della sfortunata ragazza protagonista della violenza, era una studentessa di 23 anni che lavorava la sera in un call center IBM per potersi pagare gli studi e realizzare il sogno di diventare fisioterapista. La storia non fa alcun riferimento alla sulla sua vita: Deepika rappresenta idealmente la memoria e l’eredità di tutte le donne indiane vittime di stupro.

Molto dettagliato è per contrasto il racconto della polizia di Delhi, ritratta nella quotidianità della routine lavorativa: gli investigatori sono senza mezzi, mal pagati e sottoposti ad orari massacranti. Uomini che lavorano in un commissariato in cui viene tagliata la corrente elettrica e che devono pagarsi di tasca propria la benzina quando sono in servizio. Ai posti di blocco ci sono agenti forse incapaci, forse corrotti, ma che non stanno in piedi dalla stanchezza.

“L’anno scorso il budget della polizia di New York ammontava a quatto miliardi di dollari per quasi nove milioni di abitanti. Il budget della polizia di Delhi ammontava a 400 milioni per 17 milioni” è la frase lapidaria con cui il Capo della polizia risponde ad una improvvisata commissione d’inchiesta sull’operato suo e dei suoi uomini. La serie non incensa le forze dell’ordine, tutt’altro: i poliziotti sembrano essersi adeguati al contesto, scendendo a compromessi con il proprio senso del dovere. Gli anni di esperienza citati nella grafica di presentazione di ciascun investigatore coinvolto nelle indagine sembrano voler attestare proprio questa accettazione generazionale dello status quo. Eppure, nonostante gli occhi chiusi qualche volta di troppo e una profonda rassegnazione, quando la Vice Commissario accende la scintilla, rispondono con determinazione, dimostrando valori umani e competenze professionali che il sistema non ha fatto niente per valorizzare. La differenza tra i ruoli di comando, il cui accesso è possibile esclusivamente ad una ristretta elite, e le posizioni intermedie è fotografata in modo lucido, esattamente come la distanza tra l’elite che ha potere e la massa anonima degli abitanti dell’India. E’ proprio questo mondo che viene rappresentato con cura, attenzione e realismo. Il viaggio alla ricerca dei sei criminali è un viaggio attraverso il Paese: le stazioni degli autobus, i posti di blocco, i paesini di campagna con un ponte ogni 20 km per attraversare un fiume, i mercati.

La storia è soprattutto una vicenda di donne coraggiose, non solo Deepika che prima lotta come un leone per proteggere il compagno e poi si rifiuta di accettare passivamente lo stupro, facendo così scattare la follia nei suoi aguzzini, ma anche della Vice Commissario Vartika Chaturvedi che vuole risolvere il caso per mostrare alla figlia che Delhi ha in sé le risorse per migliorare e che è un posto dove poter costruire un futuro, anche per le donne. “Se non fosse arrivata per prima in ospedale e non avesse preso in carico l’inchiesta in prima persona forse gli aggressori non sarebbero mai stati arrestati” ha dichiarato il regista Richie Mehta nello spiegare il ruolo fondamentale svolto nella vicenda dalla Vice Commissario. Non a caso una donna. infine la giovane agente Neeti Singh che si confronta non solo con l’indagine, ma anche e soprattutto con tutte le contraddizioni di un lavoro scomodo in un posto particolarmente complicato.

La serie ha i tempi dell’indagine giornalistica, ma di un’indagine che non punta sulla spettacolarità di inseguimenti e omicidi, ma piuttosto utilizza un tono realistico che a volte presenta venature umoristiche o grottesche. Anche i ritmi dilatati della ricerca che sembrano perfino noiosi rispecchiano il reale lavoro della polizia, senza concessioni al gusto di adrenalina dello spettatore. Si sorride dei limiti umani così come ci si indigna per gli occhi vuoti, pieni di niente con cui uno degli stupratori racconta quello che ha fatto alla ragazza. La mancanza di pentimento per il reato che è stato commesso è drammaticamente confermata dalle dichiarazioni rilasciate dopo l’arresto da parte dei sei stupratori ( tra cui un minorenne). Mukesh Singh non ha mancato di ribadire a più riprese, anche davanti alle telecamere della BBC, che “Una ragazza per bene non dovrebbe mai andare in giro alle nove di sera” e che “la gente ha il diritto di impartire una lezione” a quelle donne che non si comportano come si deve.

La dilatazione dei tempi dell’indagine potrebbe sembrare eccessiva, ma in questo si gioca un elemento fondamentale di differenza tra il tempo cinematografico e quello seriale: il fatto che la scrittura possa permettersi di farci percorrere anche le piste che non vanno a buon fine, condividendo la frustrazione, la stanchezza e la noia delle forze di polizia è in tutto e per tutto figlio delle prerogative del mezzo. Sarebbe sbagliato dire che lo stesso contenuto avrebbe potuto essere trattato in un numero inferiore di episodi. E’ piuttosto vero il contrario e cioè che una puntata in più forse ci avrebbe consentito di superare alcune rappresentazioni deboli, come quella del marito della Vice Commissario o di esplorare meglio il mondo della vittima maschile, la cui relazione con Deepika è lasciata allo stato superficiale: sembra che avesse un’altra fidanzata ufficiale, ma cosa questo significhi non viene detto.

Delhi crime diventerà una serie antologica, cercando di variare i temi ma di mantenere inalterato il tono e (a quanto pare dalle indiscrezioni) anche alcuni degli attori principali.

La vicenda è conosciuta come Nirbhaya Case, dal termine Nirbhaya, che significa in sanscrito ‘colei che è senza paura’.

Titolo originale: Delhi Crime
Numero degli episodi: 8
Durata media ad episodio: 50 minuti
Distribuzione streaming: Netflix

CONSIGLIATO: a tutti quelli che ricordano l’A112 beige con a bordo il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro che attraversa le vie di Palermo. Quando il racconto smuove qualcosa, indigna e crea la voglia di cambiare le cose.

SCONSIGLIATO: per quelli che in una storia di poliziotti preferiscono ritmo e adrenalina e che pensano che l’umorismo (triste) non sia adatto al genere. La serie è in lingua originale con sottotitoli, quindi se questo vi disturba è meglio evitare …

VISIONI PARALLELE: Cento giorni a Palermo regia di Giuseppe Ferrara (1984). Un film biografico (alla cui sceneggiatura partecipò anche Giuseppe Tornatore) interpretato da solidi professionisti come Lino Ventura, Arnoldo Foà e Giuliana De Sio. La pellicola racconta le vicende del Generale Dalla Chiesa nel periodo in cui ha svolto il ruolo di Prefetto di Palermo, contrastando la mafia. Perché l’indignazione non sia fine a se stessa.

UN’IMMAGINE: sono giorni ormai che non torna più a casa dalla moglie e dalla figlia e allora vanno loro a trovarlo in commissariato e … gli portano la sua sedia preferita, quella che lo aiuta a combattere il mal di schiena. Certo con l’arredamento dell’ufficio di polizia non c’entra molto, ma di sicuro avrà un effetto benefico sulla schiena del povero ispettore Singh!

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