Bargain – Trattativa mortale: una serie claustrofobica che racconta il peggio della nostra società

Bargain – Trattativa mortale **1/2

In un’asettica e remota camera d’albergo, in una valle ad un centinaio di chilometri da Seul, un uomo incontra una giovane donna. Tra i due si instaura un dialogo, a tratti pungente, per concludere una trattativa iniziata presumibilmente su internet. L’uomo ha pattuito un milione di won (circa 700 euro) per la verginità della ragazza, ma da subito si manifesta uno dei tratti distintivi della serie e cioè il confine sottile tra verità e menzogna. Così l’uomo, Roh Hyung-su (Jin Sun-kyu) non sembra credere alla verginità di Park Ju-young (Jeon Jong-seo) e intende rivedere i termini economici: alla fine i due si accordano per una cifra notevolmente inferiore, cioè 170 mila won (circa 120 euro) e l’uomo va a farsi una doccia. Park riceve una telefonata ed esce dalla stanza, portandoci a spasso per l’albergo che si dimostra ben presto un covo di criminali dediti non alla prostituzione, come inizialmente immaginato, ma al traffico di organi umani. A farne le spese è proprio Roh Hyung-su, che in seguito scopriremo essere un agente di polizia: lo ritroviamo legato e bendato, pronto per l’espianto degli organi. In una stanza dell’albergo è infatti proprio Park Ju-young a dirigere un’asta a cui partecipano una dozzina di disperati, disposti a spendere tutto quello che hanno – e anche a sottoscrivere prestiti a tassi da usura – pur di garantirsi gli organi di Roh Hyung-su. Tra di essi in particolare c’è un ragazzo, soprannominato da tutti il bravo figliolo (Chang Ryul), che sembra davvero pronto a tutto pur di acquistare un rene da trapiantare al padre. Nella bolgia dell’asta ad un certo punto accade qualcosa di imprevisto, destinato a cambiare tutto: un terremoto devastante, una calamità imprecisata che pone Roh, Park e il bravo figliolo di fronte alla necessità di trovare una via d’uscita tra detriti, rottami e porte sbarrate, superando i malviventi rimasti, tutt’altro che disposti a lasciarli uscire.

I sei episodi di Bargain, diffusi in streaming dalla piattaforma Paramount+, si presentano come un interessante mix di generi: humor macabro, survivor drama, noir. Al di là del tono surreale, che a volte rimanda al cinema di Tarantino, questa nuova serie coreana ritrae un’umanità sofferente, vessata, senza speranza, ma che non vuole arrendersi. Il tratto comune ai tre protagonisti è la capacità di continuare a sperare al di là di ogni ragionevole speranza: se il termine non fosse così abusato da venirmi a noia, la definirei come una strenua resilienza. I tre del resto non si lasciano abbattere dal disastro che ha colpito l’hotel, proprio come non si sono fatti abbattere dalle difficoltà che hanno affrontato nella vita e che, mischiate a menzogne e mezze verità, si scoprono con il trascorrere degli episodi. Sono in particolare la ragazza e il bravo figliolo a lasciar trasparire un passato (e un presente) complicato: anche se hanno smarrito per strada una parte della propria sensibilità, non hanno perso l’istinto alla sopravvivenza. Sarà proprio quello a portarli fuori dalla trappola in cui si trovano, attraversando un inferno fatto di violenza, brutalità, menzogne e passando per alleanze fatte e disfatte con gli altri sopravvissuti. La mancanza di dettagli sulla vita di Roh Hyung-su, apparentemente un agente di polizia, a nostro avviso finisce per limitare in modo rilevante il coinvolgimento emotivo dello spettatore. In generale, per il susseguirsi ripetuto di verità e menzogne, la negoziazione con i caratteri principali è complicata e la distanza che ne consegue porta ad una visione molto asettica.

Il tema centrale in questa lotta per la sopravvivenza sembra essere proprio l’egoismo del singolo, incapace di quella solidarietà e di quel supporto che garantirebbe a tutti e a ciascuno un’esistenza diversa, certamente migliore. La concezione alla base della sceneggiatura di Bayeongyun Choi e Woo-Sung Jeon, premiata al Cannes International Series Festival, è che, nei momenti di drammatica difficoltà, non è la parte migliore di noi a prendere il sopravvento, ma quella peggiore. Un’idea dell’umanità peraltro in linea con le diverse rappresentazioni della pandemia da Covid-19 come momento in cui si sono manifestati gli istinti peggiori dell’umanità (prendiamo ad esempio l’usura e le estorsioni raccontate in un’altra serie coreana, I segugi).

Dal punto di vista stilistico la regia di Woo-Sung Jeon utilizza spesso la camera a spalla e predilige il piano sequenza, che però viene limitato nella sua capacità espressiva e finisce per apparire come un movimento interrotto. Le immagini sono accompagnate da una musica disturbante, un jazz che vuole sottolineare la bizzarria della situazione, mentre la fotografia rimanda alla tradizione del noir. Gli attori danno vita in modo credibile ai rispettivi personaggi, senza scivolare in facili accentuazioni caricaturali.

Nei sei episodi, della durata di una trentina di minuti l’uno, seguiamo i protagonisti in spazi interni claustrofobici, senza luce, senza aria, trepidiamo per la loro ricerca di una via di fuga e ci immergiamo come loro in un inferno che sembra senza uscita. Li ascoltiamo e cerchiamo di capire, senza fortuna, quando mentono e quando dicono la verità, attraversando dialoghi involuti ed estenuanti. A volte sembra di assistere a un dramma teatrale o a un dramma da camera più che a un survivor o a un panic room drama. Un’appartenenza di genere che peraltro viene ribadita nel finale, in particolare dopo i titoli di coda, quando i tre protagonisti emergono all’aperto e si rendono contro della devastazione che ha distrutto gran parte del mondo e non solo il loro albergo, come inizialmente ipotizzato. Non sappiamo cosa sia successo, ma proprio questo finale aperto ci lascia un certo amaro in bocca perché la sensazione è di aver dedicato davvero troppo tempo al racconto della fuga dai ruderi dell’albergo, che poteva essere condensata in meno episodi, lasciando così spazio ad una descrizione del viaggio nel mondo distrutto, o quasi. Alla fine i sei episodi hanno il sapore di una lunga introduzione, di un antipasto, gustoso, ma che non sazia. Quando arriva il momento di mettersi a tavola il tempo è finito e l’introduzione ha di fatto assorbito tutta la narrazione. Una sensazione che, con sfumature e modalità differenti, abbiamo provato altre volte nella serialità di questi anni e che sembra dettata più da esigenze commerciali che artistiche. E’ anche vero che proprio questo approfondimento, a tratti davvero estenuante, della fase di ricerca consente di farsi un’idea più chiara dei tre protagonisti, delle loro qualità, del loro modo di essere e del loro passato. E’ però un’idea viziata dalla costante sensazione che nessuno dica fino in fondo la verità, dal sospetto che ci sia qualcosa di non detto dietro i comportamenti dei protagonisti.

Dato il buon riscontro di pubblico e critica dovrebbe essere molto probabile il prosieguo della narrazione in una seconda stagione che forse ci aiuterà a capire qualcosa di più su quello che è successo e i possibili sviluppi futuri.

TITOLO ORIGINALE: Momgap

DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 36 minuti

NUMERO DEGLI EPISODI: 6

DISTRIBUZIONE STREAMING: Paramount+

GENERE: Drama Thriller Noir

CONSIGLIATO: a quanti hanno apprezzato Squid Game e che sono disposti ad immergersi in un racconto con la stessa carica corrosiva, anche se più orientato al dialogo che all’azione.

SCONSIGLIATO: a quanti cercano un racconto adrenalinico perché a dispetto delle tradizioni del survive drama, qui il confronto dialettico la vince sugli scontri fisici, peraltro sempre rappresentati con un tocco di stralunata surrealtà.

VISIONI PARALLELE: il titolo HBO The Last of Us che racconta la pandemia creata dal fungo Cordyceps che si impossessa della mente e del corpo dei contagiati. Per sopravvivere gli uomini sono portati a combattere gli uni contro gli altri, ma in questo caso, come peraltro nelle altre produzioni di genere, c’è comunque uno spazio franco, un territorio in cui l’umanità riesce lo stesso a dare il meglio di sé. Questo spazio appare invece quasi del tutto assente in Bargain: nella miniserie coreana i legami sono sempre a carattere utilitaristico e costantemente avvelenati dal sospetto della menzogna.

UN’IMMAGINE: il protagonista, in stivali, mutande rosse e, per gran parte della serie, nient’altro, è una sintesi visiva del misto di disperazioni e surrealtà alla base della narrazione.

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