Squid Game: chi perde muore, in una società senza pietà

Squid Game ***1/2

Quattrocentocinquantasei uomini e donne che vivono ai margini della società accettano di partecipare a una serie di giochi, di quelli che fanno i bambini, con poche e semplici regole. La differenza è che, rispetto al gioco dell’infanzia, in cui la dimensione relazionale è fondamentale, in questo caso è l’aspetto economico a essere determinante: in palio ci sono centinaia di milioni di Won, uno per ogni partecipante eliminato. Un ricchissimo montepremi che si conquista a costo della vita: chi viene eliminato infatti muore. Vincere equivale alla ricchezza, perdere alla morte. Il corpo di ogni eliminato viene deposto in una bara, avvolta da un improbabile fiocco colorato, che la fa assomigliare a un macabro pacchetto regalo, per poi venire cremato da misteriosi soldati che vestono tute color magenta e non mostrano mai il viso. L’unico modo per distinguere il loro grado è il simbolo che portano sulla maschera, in ordine di importanza crescente: cerchio, triangolo o quadrato. Sono queste le figure geometriche che compongono un calamaro stilizzato, ‘Squid Game’ infatti rimanda proprio al gioco del calamaro, che ci viene mostrato all’inizio della serie e che sarà anche l’ultimo gioco nel quale si cimenteranno i partecipanti rimasti in vita. Chi comanda sull’isola è Front Man, un uomo che indossa una tuta e una maschera nera, sincrasi tra Darth Vader e Anonymous: ma anche lui deve rispondere ad altri, nello specifico a misteriosi finanziatori, persone importanti, definite come V.I.P., che arrivano sull’isola per assistere agli ultimi giochi e scommettere sul vincitore.

L’unico che cerca di fermare questo sistema è un agente della polizia coreana che si è infiltrato di nascosto, alla ricerca del fratello scomparso, e che indaga su cosa stia realmente accadendo sull’isola.

Le sue possibilità di successo appaiono da subito molto limitate, come del resto sono scarse le possibilità di successo per Gi-Hun, il numero 456, che seguiamo con simpatia fin dal primo episodio, condividendo la sua vita fatta di espedienti, aspirazioni disilluse e piccole sfighe quotidiane.

Squid Game’ è prodotta e distribuita da Netflix e rappresenta una delle serie di maggior successo del gigante OTT. E’ uno show che propone i tratti tipici delle produzioni coreane che abbiamo imparato ad amare nel corso degli anni: la trattazione di temi sociali, un immaginario visivo iconico, violenza senza filtri alternata a un diffuso ricorso all’ironia.

I temi sociali sono riassumibili nel concetto “Homo Homini Lupus1” con una variabile interessante e cioè la dinamica per cui chi governa la società spinge le persone a dare il proprio peggio, non solo assecondando la tendenza naturale dell’uomo, ma anzi finendo per incentivarla, come avviene con la scelta di ridurre le razioni di cibo per spingere i giocatori a una maggior livello di conflittualità. Se in passato la società era vista come un elemento capace di regolare e limitare gli impulsi dell’uomo, ora al contrario sembra impegnata solo a spingere l’uomo verso l’esaltazione dei suoi appetiti più meschini ed egoistici. Non c’è regolazione, mutualizzazione, sussidiarietà. Solo la legge del più forte. Tra le regole accettate dai partecipanti c’è anche la possibilità di terminare il gioco se la maggioranza è d’accordo: dopo la prima terrificante esperienza, 1-2-3- stella, la maggioranza decide, anche se con un margine strettissimo, di interrompere la gara e così tutti tornano alle rispettive case. Presto però in molti si fa strada il desiderio di ricominciare a giocare, per avere almeno una possibilità, un’opportunità che invece la società non sembra concedere loro. Schiacciato dai debiti, profugo, incapace di far curare i propri cari, ciascun partecipante è vittima e carnefice di se stesso, ma il fatto di preferire il rischio di perdere la vita all’esistenza quotidiana che conduce la dice lunga su quale dei due inferni sia il peggiore. Questa critica radicale della società capitalistica contemporanea peraltro è emersa quasi naturalmente durante le lavorazioni e si legge senza alcun carico retorico, salvo nel finale. La capacità di rappresentare la situazione di disagio diffuso e trasversale in modo così efficace, in un periodo storico in cui la crisi economica seguita all’emergenza sanitaria ha ulteriormente accentuato il divario nell’accesso alle risorse, rappresenta peraltro uno dei motivi del successo della serie.

Le produzioni coreane in genere si fanno ricordare anche per il peculiare impatto visivo e Squid Game allo scopo utilizza colori caramellati e pop, definisce gli spazi con linee e figure geometriche, si affida a rappresentazioni un po’ naif dei luoghi scelti per l’ambientazione dei giochi, con diffusi trompe d’oeil che conferiscono l’illusione di spazi aperti tridimensionali. Una delle locandine virtuali che Netflix mostra sul proprio sito per proporre la serie, ha come soggetto la bambola gigante che rileva il movimento dei giocatori nel primo gioco, ‘1-2-3 stella’. E’ forse l’icona che maggiormente resta nella memoria dello spettatore. Al senso di straniamento fornito dalla combinazione di questi aspetti visivi contribuisce certamente anche la colonna sonora, in particolare la musica di Jae-Li (Parasite) che dà vita ad un tema ricorrente, con una struttura minimale, composto da flauto e percussioni tradizionali coreane. Un altro tema difficile da dimenticare è il 3° movimento del concerto per tromba di Haydn, sulle cui note i giocatori si svegliano tutte le mattine. A molti sarà rimasto in mente anche l’inquietante brano cantato a cappella, Pink Soldiers. Generi, strumentazioni e culture musicali diverse, utilizzate con sapienza per lo stesso fine: spiazzare lo spettatore.

La violenza è senza filtri, diffusa e visivamente disturbante, in linea non solo con il cinema orientale, ma più in generale con una tendenza all’esasperazione, all’accumulo, allo stordimento praticata dalla maggior parte della serialità contemporanea. La violenza sembra essere un requisito indispensabile per il coinvolgimento del pubblico e il suo incremento esponenziale l’unica via per mantenere la tensione alta in spettatori avidi di novità, imprevisti e situazioni adrenaliniche. Se però in passato la visione della violenza, così come la visione delle storture sociali, sembrava poter spingere lo spettatore ad assumere una posizione critica, a una valutazione, per così dire, politica del reale, oggi questa esposizione pornografica sembra aver solo la funzione di tenere alta un’attenzione altrimenti ondivaga e facilmente deperibile.

Rispetto ad altre produzioni coreane, in questa serie c’è meno ironia e questo è un peccato perché sarebbe stata utile per stemperare i toni cupi e drammatici del racconto, soprattutto negli ultimi episodi e nel finale, a nostro avviso la parte meno riuscita. Nei primi episodi, nelle vicende di Gi-Hun, come in altre situazioni (ad esempio nella scena del bagno in cui Mi-Nyeo finge di aver terminato la carta igienica) l’ironia non manca; poi invece la scelta di puntare tutto sull’escalation adrenalinica e sul valore morale finisce per togliere spazio ad altre gradazioni emotive.

Il successo della serie, come già detto, è stato planetario, favorito da diverse concause: i numerosi rimandi social, in primis di Tik Tok, il successo del passaparola, l’interesse globale per le produzioni coreane, dalla musica ai video al cinema. L’insieme di questi elementi ha portato lo show a essere il più visto nella storia di Netflix. Sarebbe però un errore pensare solo ad un’operazione di marketing ben riuscita. La ragione principale del successo è un’altra: lo show è un prodotto di qualità, realizzato con competenza e cura dal regista e sceneggiatore Hwang Dong-Hyuk e da uno staff di professionisti che, dagli attori ai tecnici, è riuscito nel compito di creare un’opera per molti aspetti in grado di sintetizzare in misura esemplare il nostro tempo e le sue malattie.

Titolo originale: Squid Game
Durata media episodio: 55 minuti
Numero degli episodi: 9
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Action, Mystery, Drama

Consigliato: a quanti amano il cinema coreano e sono alla ricerca di una storia tesa e cupa, da togliere il respiro.

Sconsigliato: a quanti non amano la violenza reiterata ed esibita, le storie con personaggi mascherati e che non hanno voglia di seguire una serie disponibile in italiano solo con i sottotitoli.

Visioni parallele: Alice in Borderland: un’altra serie Netflix di successo che racconta le vicende di Arisu, un giovane appassionato di videogiochi che, in una Tokyo distopica, si ritrova, in compagnia dei suoi amici, a competere in giochi mortali con altri sconosciuti. Alice (Arisu, in giapponese) in Borderland segue le avventure di questo trio di amici, con maggiore empatia, ma meno originalità e forza visiva della serie coreana.

They Shoot Horses, Don’t They? (In it. Non si uccidono così anche i cavalli?), film del 1969 di Sydney Pollack che racconta le vicende di un gruppo di disperati che partecipano, durante la Grande Depressione, a una drammatica maratona di ballo per poter vincere un ricco montepremi. Iscriversi a una gara del genere voleva dire avere, per qualche giorno, vitto garantito e questo era già di per sé un rilevante incentivo alla partecipazione, a dimostrazione delle condizioni di indigenza diffuse in modo trasversale tra la popolazione. La gara dura più di quaranta giorni e spinge i partecipanti ben oltre i propri limiti fisici e psicologici.

Un’immagine: c’è uno scambio di battute tra Gi-Hun, il giocatore n.456 e il vecchio Oh-Il-Nam, il n.001. Gi-Hun, stupito dalla presenza del vecchio, gli dice: “Non dovrebbe stare a casa, mangiare dei buoni piatti preparati da sua nuora, sdraiarsi al caldo a guardare i suoi nipotini giocare?”. Al che lui risponde: “E i tuoi genitori? Loro mangiano del buon cibo preparato dalla loro nuora?”. A Gi-Hun non resta altro da fare che abbassare lo sguardo, sconsolato. La distorsione dei valori e la dis-umanizzazione della società sono esattamente le stesse per tutti e vanno oltre gli errori o la sfortuna del singolo.

1La massima riassume la condizione dell’uomo nello stato di natura descritto dal filosofo inglese Thomas Hobbes. Secondo Hobbes, la natura umana è fondamentalmente egoistica, e a determinare le azioni dell’uomo sono soltanto l’istinto di sopravvivenza e di sopraffazione … Nello stato di natura, cioè uno stato in cui non esista alcuna legge, ciascun individuo, mosso dal suo più intimo istinto, cerca di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei suoi desideri. Ognuno vede nel prossimo un nemico. Fuori dall’ambito strettamente filosofico, al giorno d’oggi l’espressione è utilizzata per sottolineare la malvagità e la malizia dell’uomo’. Definizione tratta dal sito: https://www.brocardi.it

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