The Harder They Fall

The Harder They Fall **1/2

Debutto alla regia di Jeymes Samuel, cantautore e produttore musicale londinese, fratello minore di Seal, The Harder They Fall è un curioso western all black, ambientato nel Texas post guerra civile.

Il film si apre con un flashback del passato: lo spietato Rufus Buck, a capo della sua banda di rapinatori di banche, uccide a sangue freddo un anziano pastore e la moglie, lasciando in vita il suo unico figlio, sulla cui fronte incide una croce.

Passano gli anni e il piccolo è diventato un fuorilegge a sua volta, col nome di Nat Love.

La sua banda rapina gli incappucciati cremisi che hanno assaltato una banca e trasportano il bottino alla posse di Rufus Buck, che è detenuto a Yuma.

La sua gang capitanata da Trudy Smith e dal velocissimo Cherokee Bill assalta il treno su cui viaggia il detenuto e lo libera.

Quando però Rufus scopre che i suoi soldi sono stati rubati, attende nella città nera di Redwood di schiarirsi le idee e di rimettersi in piedi.

Nat Love, che brama vendetta da tutta la vita, decide di dirigersi verso Redwood, per regolare i conti una volta per tutte. Con lui ci sono la sua vecchia fiamma Stagecoach Mary, che gestisce un pugno di saloon con grande successo, la sua aiutante Cuffee, lo sceriffo Bass Reeves che ha già catturato Buck la prima volta e un paio di altri cowboy della banda di Nat.

Il western scritto da Samuel con Boaz Yakin (La recluta, Now You See Me) si apre con un cartello che ci spiega: “These People Existed”. La sceneggiatura cerca di mettere pepe nei dialoghi, con l’ovvio riferente dei due western neri di Quentin Tarantino.

Ovvero, non stiamo inventando nulla, stiamo solo rimettendo al centro del discorso, uomini e donne che la storia ha colpevolmente dimenticato.

Con un occhio a Sergio Leone, Samuel dirige con una certa competenza e con spirito immaginativo una storia di vendetta e sangue che si muove tra passato e presente, occultando i legami tra i personaggi e muovendoli secondo la logica di genere.

Ci sono tuttavia donne non meno spietate dei cowboy fuorilegge, personaggi che mettono in discussione lo spazio della leggenda e altre scelte decisamente revisioniste, compreso un duello senza pistole tra le due donne del film, in un magazzino di stoffe.

Il cliché del duello finale solitario tra i due protagonisti, pistola in pugno, persino quello rivisitato in triello da Leone, viene disatteso in un redde rationem più corale, in cui le due bande si fronteggiano senza esclusione di colpi, tuttavia smontando un pezzo per volta la sacralità delle regole di genere.

Persino l’ultimo colpo avviene senza suspense, è quasi un abbandono all’altro, che chiude il cerchio della violenza, con cui tutto era cominciato.

Particolarmente indovinata e divertita, la scena della rapina nella città dei bianchi, che anche nell’architettura e nei colori delle facciate e degli interni rispecchia la composizione sociale.

Jonathan Majors, già protagonista in Lovecraft Country, qui trova il suo primo ruolo importante cinematografico, regalando al suo personaggio una certa aria scanzonata e leggera, coadiuvato da un cast di tutto rispetto in cui Idris Elba, Regina King e Lakeith Stanfield sono i villain senza qualità mentre Zazie Beetz e Delroy Lindo cercano di dare spessore alla gang dei “buoni”.

Ottima la fotografia in cinemascope di Mihai Malamaire Jr, il rumeno scoperto da Coppola (Tetro, The Master, Jojo Rabbit), capace di sfruttare l’orizzontalità del panorama e la profondità del set in modo originale e competente.

Ovviamente in primo piano la colonna sonora, in cui spiccano Jay Z, Lauren Hill, Seal, Fela Kuti  e Fatoumata Diawara, nonchè gli stessi attori del film.

Niente di travolgente, ma uno spettacolo in cui le intenzioni e i risultati si rispecchiano in modo adeguato.

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