Delhi Crime 2: per le vie di Delhi tra crimini e discriminazione

Delhi Crime 2 **1/2

Nella seconda stagione di Delhi Crime ritroviamo la squadra della polizia locale di South Delhi guidata dalla Commissaria Vartika (Shefali Shah) che abbiamo in precedenza accompagnato nell’ intensa e drammatica indagine per lo stupro e la morte della giovane Nirbhaya.

La squadra di Vartika si occupa questa volta delle rapine e delle efferate violenze compiute ai danni di coppie anziane che vivono nei quartieri borghesi (se questa categoria ha ancora un valore) della capitale dell’India. Gli indizi raccolti sembrano lasciar intravedere l’azione di una gang tribale tornata in attività a distanza di vent’anni dagli ultimi crimini, la Kachcha Baniyan Gang, termine che richiama il caratteristico abbigliamento: Kachcha infatti significa pantaloni corti, mente Baniyan indica la canottiera/abbigliamento intimo. Con il prosieguo delle indagini questa ipotesi investigativa scricchiola e, nonostante le pressioni dei vertici della Polizia e del governo per chiudere il caso il prima possibile, Vartika rifiuta un’incriminazione di comodo per due ragazzi delle Denotified Tribes, tribù alla base della scala sociale, identificate dal Criminal Tribes Act del 1871 come criminali nati e obbligati a presentarsi regolarmente dai magistrati locali. Solo nel 1949 il Criminal Tribes è stato abrogato e i membri di queste tribù sono passati da Notified a De-Notified, mantenendo però una reputazione negativa. Di fatto la loro natura è stata derubricata da “natural born criminal” ad “habitual offenders”. Solo la determinazione di Vartika e dei suoi uomini consente di scoprire chi si nasconde realmente dietro le rapine e gli omicidi, risolvendo il caso senza cedere a un comodo giustizialismo.

Diretta da Tanuj Chopra e coordinata da Richie Mehta, la stagione conferma i valori della prima, descrivendo con realismo le azioni criminali della banda e l’indagine della polizia, alternando azione e stasi, avanzamenti nelle indagini e piste false . Un’indagine complessa che viene condotta sullo sfondo di una Delhi trafficata, inquinata, brulicante di vita e di  contrasti, ma con una dignità che nessuno dei suoi tanti problemi riesce a piegare. Sono peraltro le stesse contraddizioni che ritroviamo nella squadra di Vartika, capace di enormi sacrifici, ma anche di vanificarli con leggerezze sconcertanti. Per realizzare la serie Mehta si è immerso nel mondo della polizia di Delhi, non solo grazie alla preziosa consulenza di un ufficiale in pensione, ma anche con tante ore di affiancamento e di studio, per così dire “sul campo” Il realismo delle indagini e delle relazioni tra gli agenti nasce proprio da questa cura nella preparazione che permette al racconto di entrare nel quotidiano di un distretto di polizia impegnato in una città difficile da controllare e proteggere, specie con i mezzi limitati di cui dispone la polizia di Delhi. La storia, drammatizzata, è basata su fatti veri, in particolare la gang dei Kachcha Baniyan è ancora attiva e tristemente famosa per rapine, sequestri e talvolta anche omicidi compiuti ai danni dei cittadini più abbienti. Come indicato sullo schermo, i membri della gang si cospargono il corpo di olio o di fango per rendere più difficile la cattura e indossano effettivamente bermuda e biancheria intima.

Se nella prima stagione erano soprattutto la vittima e le tematiche sociali a essere al centro del racconto, ora è la squadra di polizia a catalizzare l’attenzione dello spettatore, più per le indagini che per gli aspetti privati. Il limite del racconto è infatti che la quotidianità di ciascuno viene appiattita su di una sola dimensione, legata al difficile rapporto con i figli, come avviene per  Vartika, o con il marito, come avviene per Neeti Singh (Rasika Dugal). I tempi della serialità consentirebbero di descrivere mondi privati a più dimensioni e in questo caso la scelta sarebbe funzionale al focus narrativo scelto dalla stagione. Il racconto è peraltro gestito in modo efficace: compatto, senza sbavature, con un climax crescente che supera agevolmente le fasi di stallo investigativo dei primi episodi. La violenza è esibita, qualche volta in modo eccessivo, ma senza gratuità: del resto l’esibizione è un tratto caratteristico delle serie Tv contemporanee e più in generale del rapporto che abbiamo con i media.

Rispetto alla prima stagione la storia raccontata è meno esplosiva, sia  dal punto di vista dei temi trattati che da quello dell’impatto sull’opinione pubblica. Non era facile scendere di intensità: di prassi la seconda stagione cerca di incrementare e non di decrementare “l’effetto WoW” nello spettatore, a volte finendo per deluderne le aspettative. La produzione ha invece scelto di puntare sul racconto dell’indagine e sui membri della squadra. Una scelta intelligente e coraggiosa: peccato che non sia stata perseguita fino in fondo, esplorando solo parzialmente la dimensione privata di ciascuno Descrivere il lavoro quotidiano degli agenti vuol dire del resto soffermarsi su di un groviglio di emozioni e di contrasti che consentono di raccontare la  complessità della società indiana. Il resto lo fanno i sapori e gli odori della città, le macchine della polizia con le tende di pizzo, la commistione di tradizione e innovazione, il senso di una complessità difficile da abbracciare e da ricondurre a una qualche forma di controllo razionale.

La mancanza di razionalità sembra riguardare anche i criminali, di cui esploriamo marginalmente e in extremis il mondo. I loro crimini sembrano nascere dal caos di una società senza punti di riferimento e senza limiti. Come nel primo capitolo anche questa volta il comportamento criminale sfugge quindi alle categorie e alle analisi sociologiche

Non viene meno il ruolo carismatico della Commissaria Vartika, un modello non solo per le donne indiane ma, in senso lato, per quanti si trovano ad operare in contesti grigi, accomodanti, reazionari. L’interpretazione, solida e carismatica, di Shefali Shah conferma il personaggio come punto di riferimento per lo spettatore.

Il successo della prima stagione, vincitrice di un Emmy come Best Drama series nel 2020 è stato replicato in questa seconda, sia in termini di pubblico che di valutazione della critica. A breve dovrebbero iniziare le riprese della terza che vedremo in streaming, presumibilmente, nel 2024 e che sarà sceneggiata dallo scrittore e regista Sundhanshu Saria, apprezzato per il film Loev (2015) e per il corto Knock Knock Knock (2020).

Gran parte dei protagonisti dovrebbe restare immutata, ci auguriamo che rimanga immutata anche la prassi di partire da casi reali, come avvenuto in queste due prime stagioni, con cura del dettaglio e attenzione al contesto sociale.

Titolo originale: Delhi Crime

Durata media degli episodi: 45 minuti

Numero degli episodi: 5

Distribuzione streaming: Netflix

Genere:  crime, drama

Consigliato: a quanti cercano una serie crime compatta, dal tono realistico, che racconti in modo credibile un’indagine condotta in una città piena di contrasti come Delhi.

Sconsigliato: a chi cerca una serie tutta azione e adrenalina o a chi non ha la pazienza di seguire i sottotitoli: Delhi Crime 2 non è ancora doppiata in italiano.

Visioni parallele: a quanti è piaciuta questa stagione naturalmente va consigliata vivamente la prima, superiore per coinvolgimento emotivo e capacità di descrivere i conflitti generazionali. Per quanti invece volessero ulteriormente approfondire il mondo investigativo indiano, allora può essere interessante spostarsi sulla docuserie crime, sempre in streaming su Netflix, Indian Predator.Il macellaio di Delhi. In 3 puntate la miniserie racconta la vicenda di Chandrakant, un serial killer noto per lo smembramento dei cadaveri delle vittime.

Un’immagine: le inquadrature del capo della polizia, Kumar Vijay (Adii Hussain) avvengono sempre su sfondi bui, teatrali. Il suo personaggio incarna una funzione burocratica più che una persona, fonda i rapporti solo sull’interesse ed è incapace di quel coraggio che invece dimostra Vartika e che fa la differenza anche nel rapporto con i colleghi.

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