Doctor Strange nel Multiverso della Follia

Doctor Strange nel Multiverso della Follia *1/2

Sam Raimi è diventato, forse suo malgrado, il padre dei film tratti dai fumetti. All’inizio del nuovo secolo, la sua trilogia di Spider-man, il personaggio iconico della Marvel, ha segnato la strada per tutti quelli che sono venuti dopo di lui.

Eppure quell’exploit isolato non racconta più nulla di cosa è diventata la Marvel, capace solo pochi mesi fa di inglobare nel suo universo espanso anche quei film originali, all’insegna del mantra secondo cui tutto deve avere un senso e un posto nel grande piano che regola le avventure e i personaggi della Casa delle Idee.

A otto anni di distanza dal suo ultimo film, Il grande e potente Oz, Sam Raimi era pronto a tornare al cinema e forse era anche desideroso di rientrare in quel mondo narrativo che aveva contribuito a creare.

Le difficoltà di Scott Derrickson con il sequel del Doctor Strange hanno creato l’opportunità perchè le strade di Raimi e Feige potessero convergere.

Il risultato tuttavia è questo modestissimo Doctor Strange nel Multiverso della Follia, un film in cui l’impronta Marvel resta più forte di ogni cifra autoriale e in cui Raimi ci mette giusto qualche segno di stile, a giustificare la firma finale.

Il film si apre pochi mesi dopo i fatti di No Way Home e quelli di WandaVision.

Strange si risveglia da uno strano incubo, in cui nel tentativo si salvare una ragazzina dalle grinfie di un Mostro tentacolare, finisce per soccombere.

E’ il giorno del matrimonio della sua amata Christine, ma durante il ricevimento, per le strade di New York, l’incubo prende forma di nuovo: una piovra occhiuta dà davvero la caccia per le strade di New York ad una ragazzina che si chiama America Chavez.

America ha il potere di attraversare il multiverso, ma non riesce a controllarlo. Forze del Male la inseguono per sottrarle il dono. Strage e Wong vengono in suo aiuto e la portano in salvo a Kamar-Taj.

Il mostro è evidentemente il frutto di un maleficio e così Strange chiede aiuto a Wanda Maximoff, che tuttavia sta ancora elaborando il lutto che l’ha portata a prendere in ostaggio un intero paese, per esaudire i suoi desideri di moglie e madre.

Se non volete scoprire altro fermatevi qui. Qualche piccolo spoiler è tuttavia necessario al racconto del film. 

Wanda, in versione Scarlett Witch, ha individuato un altro universo in cui lei e i suoi figli vivono una serena normalità borghese e vuole farne parte a tutti i costi. Attacca Kamar-Taj, distrugge il tempio e costringe America e Strange alla fuga nel multiverso.

Ma se America è unica, di Strange ne esistono altri: gli incontri, lungo la strada, saranno molti e sorprendenti…

Il film è punteggiato costantemente da una domanda che tanti rivolgono a Strange: sei felice?

La risposta che il protagonista si dà all’inizio non è forse troppo sincera e così, entrando in contatto con altre versioni di sè, dovrebbe essere spinto a mettere in discussione le scelte fatte. Questo tuttavia solo in via teorica, perchè il film non approfondisce nulla, rimane sempre in superficie, punta a stupire con l’apparizione continua di personaggi nuovi e antichi.

L’effetto sorpresa è l’unica arma utilizzata nel copione di Michael Waldron (Loki), scritto con la solita pedante necessità di spiegare continuamente ogni cosa, per paura che ci si perda in un film che nonostante i viaggi nello spazio/tempo è dritto come un encefalogramma piatto.

Impostati i confini dell’avventura, Strage, America e Wanda la attraversano ineffabili: l’arco narrativo dei loro personaggi non prevede alcuna deviazione, alcun vero conflitto, alcuna messa in discussione dei propri obiettivi.

E così ogni svolta appare telefonata, ogni ingresso che dovrebbe far spalancare la bocca si risolve in uno sbadiglio.

In tutto questo Raimi sembra un po’ sperduto: ci sono i suoi vezzi, un certo modo di montare e girare le scene d’azione, il tentativo di inserire elementi nonsense in una comicità che nell’universo Marvel è sempre stata diversa, ci sono cenni all’Armata delle Tenebre e c’è ovviamente Bruce Campbell in un cameo che torna nella più inutile delle scene post-credits.

Ma non c’è nessuna autorialità in questo progetto, solo una cifra di stile che lascia il tempo che trova, chiusa nei meccanismi oliatissimi delle avventure Marvel: una formula troppo stantia per appassionare davvero.

Raimi si piega al deus ex machina Kevin Feige e confeziona il solito film Marvel: una tessera più o meno riuscita in un puzzle molto più grande in cui i singoli pezzi ormai contano meno della coerenza dell’insieme.

Un puzzle peraltro che ormai si è allargato a comprendere non solo le serie tv, ma persino personaggi di altri universi cinematografici e che preludono a continue nuove acquisizioni.

Raimi si adegua al ruolo di esecutore.

Cumberbatch continua a sembrare costantemente fuori parte come Strange e la mater dolorosa di Wanda diventa stucchevole dopo cinque minuti.

Non si capisce poi perchè non sfrutti i suoi poteri per adottare un paio di bambini nel suo universo, senza creare questo disastro inenarrabile in altri mondi, per stare assieme a due ragazzini che non ha mai conosciuto, che sono figli di un’altra Wanda e che non si sa neppure che padre abbiano.

Le premesse vanno accettate senza discutere. Tuttavia qualche domanda bisognerà porsela ogni tanto sulla logica di un copione che fa acqua da tutte le parti.

La giovane Xochitl Gomez, che interpreta America Chavez, è un puro macguffin, funzione narrativa e non personaggio, servito da battute fiacchissime e sballottato tra Strange e Wanda, senza mai davvero assumere la centralità che dovrebbe avere.

Quanto alle apparizioni copiose, non diremo nulla, salvo che Feige vuole evidentemente ampliare la sua influenza anche su quei mondi narrativi Marvel che gli erano sinora sfuggiti: non c’è scampo per nessuno.

La scena midcredit, altro vezzo diventato insopportabile dei film Marvel è al minimo storico, con la solita introduzione di un personaggio nuovo, che solo i nerd dei fumetti sapranno riconoscere.

Doctor Strange nel Multiverso della Follia sembra destinato a risollevare il moribondo box office internazionale. Forse questa è l’unica nota positiva, di un film che si dimentica velocemente.

 

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