Venezia 2021. Leave No Traces

Leave No Traces ***

Il secondo film del polacco Jan Paweł Matuszyński, laureatosi alla scuola di cinema di Katowice, è tratto dal libro inchiesta di Cezary Łazarewicz del 2016 sulla morte di Grzegorz Przemyk nella primavera del 1983, quando in Polonia era appena stata revocata la legge marziale, imposta dal generale Jaruzelski, per sedare le rivolte, guidate da Solidarność.

Grzegorz, figlio diciottenne della poetessa d’opposizione Barbara Sadowska, viene fermato, mentre festeggia la maturità assieme all’amico Jurek. Quando si rifiuta di mostrare la sua carta d’identità, assieme all’amico viene portato in caserma e picchiato in modo selvaggio. Sono pochi secondi di violenza bestiale. Uno dei miliziani ricorda agli altri di colpire solo il torace e lo stomaco, in modo da non lasciare tracce. Terminata la mattanza Grzegorz viene inviato al pronto soccorso con l’accusa di essere ubriaco e pazzo, suggerendo l’elettroshock per sedarne l’aggressività.

I medici, a cui Jurek spiega la gravità delle percosse subite dall’amico, restano indifferenti e si limitano a fargli una lavanda gastrica.

Due giorni dopo Grzegorz morirà sul tavolo operatorio, dopo atroci sofferenze.

Da quel momento la missione della madre Barbara e di Jurek, l’unico testimone, sarà quella di far accertare la verità in un processo che sin da subito viene gestito dall’apparato, come un caso politico da insabbiare e deviare, per non mettere in imbarazzo il ministero dell’interno.

Le pressioni, i ricatti, i pedinamenti, le intercettazioni nella casa dei genitori di Jurek cercano di spingerlo a ritrattare la sua versione.

La procura che indaga e che è pronta a rinviare a giudizio la milizia viene esautorata, i due infermieri che hanno soccorso il ragazzo portandolo in ospedale vengono scelti come capri espiatori a cui addossare le colpe. Ma in assenza di prove, serve una loro confessione.

Si innesca così un meccanismo implacabile, che stritorerà le vite di molti, per cercare di coprire la colpa di pochi.

La pressione si farà intollerabile, i ricatti, le minacce, la tortura psicologica prim’ancora che fisica spingerà ciascuno a fare i conti con l’assurdità di un regime che ha come unico fine quello di preservare la propria innocenza, annegando qualsiasi simulacro di giustizia in acque nerissime, rese torbide da una violenza di Stato diventata parte integrante del sistema, necessaria per il suo funzionamento deviato.

Il film di Matuszyński è un ritratto livido e cupo delle vite degli altri. 

Si respira a fatica negli spazi angusti di Leave no traces, un’immersione in apnea in un tempo lontano, che tuttavia sembra aver lasciato nella Polonia dei fratelli Kaczyński scorie non meno tossiche.

Immerso nei controluce crepitanti e nella fotografia granulosa di Kacper Fertacz, che sembra evocare il cinema di Kieslowski di quegli anni, quello di Senza fine o Destino cieco, il lavoro di Matuszyński si muove in una dimensione storica esatta, capace di una ricostruzione inquietante di un mondo chiuso in se stesso e nelle sue logiche di preservazione del potere.

Particolarmente efficace Sandra Korzeniak nel ruolo della madre Barbara, affranta dal dolore, annientata dall’ingiustizia, consumata dalla nausea e avvolta da una nuvola di fumo, incapace di attenuare la sua amarezza. Quando alla fine è costretta a ritirare la sua costituzione di parte civile, confessa a Jurek: “voglio solo morire e trovare la pace“.

Non meno decisivo Tomasz Ziętek nel ruolo del testimone, che non può fidarsi di nessuno, neppure della propria famiglia. Vorrebbe fare solo la cosa giusta, ma nel lungo anno che precede il processo, tutti cospirano per instillare nella sua mente un dubbio, che macchi un ricordo chiarissimo.

Leave no traces è animato dal tentativo nobile di restituire dignità, almeno sullo schermo, ad una delle tante vittime della repressione poliziesca, del controllo abusivo e soffocante, che non ha mai trovato in vita il riconoscimento del suo inutile martirio.

I cartelli finali ci ricordano quanto fallibile e imperfetta resti la giustizia umana, inquinata dall’ottusità del potere e dalla codardia egoista degli uomini.

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