Cannes 2021. Annette

Annette **

Leos Carax apre il concorso di un Festival di Cannes finalmente ritrovato e, a nove anni di distanza dall’epocale e disturbante Holy Motors, torna sui temi della fama, del successo, della permeabilità tra realtà e rappresentazione, con una mole di aspettative talmente grande che l’unica possibilità era deluderle.

Annette è un musical e abbraccia il genere in un modo molto tradizionale: gli attori non ballano, ma cantano quasi tutta la sceneggiatura, in un susseguirsi di numeri musicali, curati dagli Sparks, che tuttavia funzionano in modo intermittente.

L’idea terribilmente ambiziosa sarebbe quella di fondere rock, pop, grande musical, lirica, recitato e melò in un unico linguaggio musicale: il risultato è tuttavia troppo artefatto e non riesce a rompere un muro di diffidenza che il film costruisce un mattone alla volta, subito dopo i titoli di testa, quelli sì notevolissimi, con il cast che mano a mano si unisce a Carax, in un lungo piano sequenza che parte da uno studio di registrazione e poi si riversa nelle strade notturne di Los Angeles, cantando So May We Start.

Annette precipita poi rapidamente nel racconto della storia d’amore tra lo stand up comedian Henry McHenry, un provocatore che si fa introdurre nei suoi spettacoli con l’appellativo di Ape of God, e la soprano Ann Defrasnoux, la cui carriera sembra sul punto di spiccare il volo.

I due si sono già conosciuti e innamorati, quando il film li introduce, e si sofferma sulla costruzione del loro amore, tra pubblico e privato, attraverso momenti privati e contrappunti di gossip televisivo.

Assistiamo alla nascita della figlia Annette e ai primi dissidi nel loro idillio, ai momenti di intimità e alle scenate in pubblico.

Mentre il talento di Ann rispende sempre di più, attraverso il perpetuarsi all’infinito delle morti dolorose e sfortunate delle sue eroine melodrammatiche, seguite dai profondi inchini al suo pubblico, Henry diventa invece irascibile, i suoi numeri superano la provocazione accettata e la sua fama finisce in un cono d’ombra.

La loro relazione tempestosa finisce appunto in una notte di tregenda su uno yacht in mare aperto, dove Henry, ubriaco, finisce per spingere in acqua Ann portando in salvo solo la figlia Annette.

La polizia si fida delle sue spiegazioni di comodo e non indaga, ma quasi per caso, Henry scopre che la piccola Annette ha una voce angelica e prodigiosa, simile a quella della madre e, assieme al pianista che accompagnava Ann, decide di sfruttare il talento della figlia, portandola in tournée in tutto il mondo, fino a quando un nuovo omicidio rompe definitivamente il ritrovato, precario equilibrio familiare.

Carax gioca con l’artificiosità del genere, anzi la accentua con fondali, retroproiezioni, trucchi teatrali, lunghe riprese dei palcoscenici dove si esibiscono i due protagonisti e poi la figlia.

Il suo è sempre uno sguardo prodigiosamente audace, inventivo, trasformativo, che muove la macchina cinema fino ai suoi limiti e oltre: nella scena più incantevole il palcoscenico di Ann diventa una foresta, per poi diventare un’incredibile quinta, da cui la cantante rientra in scena, in una soggettiva che si rivolge al pubblico in sala.

L’idea di fare della figlia un burattino senza fili, muto e inespressivo, sembra voler prefigurare il suo destino e aprire il film ad altri vertiginosi paradossi.

In un film che è sbilanciato, centrifugo e che accumula compulsivamente parole e musica, spesso senza alcuna necessità, alla fine sembra essere proprio Annette, il vero argine e la vera protagonista, come peraltro il titolo lascia intuire: la sua trasformazione, che ricorda quella del Pinocchio di Collodi, coincide anche questa volta con un percorso di crescita ed emancipazione, sia pure molto prematura, e con la presa di coscienza del ruolo disfunzionale e egoista, che hanno avuto i suoi genitori.

Carax non vuole solo raccontare la deriva del successo sulle vite private dei suoi personaggi, ma anche i loro squilibri relazionali, i giochi psicologici, l’onnipotenza e la dipendenza indotte dall’amore del pubblico, ma questa volta il suo discorso sulla performance, che era al centro di Holy Motors, coinvolge anche sfruttamento del talento di chi è più indifeso, vulnerabile e che, nel contesto familiare, dovrebbe trovare affetto, non interessi.

Tuttavia se la riflessione sulla società dello spettacolo suona certamente sentita e personale, ma un po’ datata, in tempi di social e autodeterminazione identitaria, e il metoo fa capolino in un incubo, che sembra assai poco meditato e posticcio, il film nel complesso è generoso ma sfilacciato, farraginoso, persino per un impianto drammatico esile e molto lineare, da vecchio melò. La parte musicale, come detto, non funziona davvero e solo un paio di canzoni resistono all’oblio, quella dei titoli, You Used to Laugh e We Love Each Other So Much.

L’Andy Kaufman in sedicesimo di Adam Driver, nonostante l’impegno dell’attore, è gravato da una pesantezza, che piomba tutto il film.

Non meno lacrimevole il cliché della cantante d’opera, che muore per amore sulla scena e anche nella vita, che la Cotillard recita con il consueto trasporto.

Non c’è mai ironia, sberleffo, sarcasmo, leggerezza in questo film di Carax, troppo preoccupato di dare peso e spessore ad un melò che non fa mai sussultare il cuore ed è invece ridondante, fluviale, spesso superfluo e compiaciuto.

Paradossalmente questa volta il troppo è troppo poco.

In Italia con I wonder Pictures.

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