Ammonite

Ammonite **1/2

Il secondo film di Francis Lee, cinquantenne attore e regista inglese, si apre con una donna di servizio, china su un parquet, intenta a strofinarlo: è il pavimento del British Museum dove è appena stata consegnata la nuova scoperta di Mary Anning, brillante e sconosciuta paleontologa. Il nome e l’attribuzione vengono subito cambiati, prima di esporre il reperto: la Anning è una donna e non è ammessa nelle istituzioni rigidamente maschili del Regno A.D. 1840.

Fin dalla sua prima scena Ammonite gioca pesantemente con il simbolismo e la metafora, per raccontare il lento ritrovamento dell’umanità e della femminilità della protagonista, ostinatamente rinchiusa dentro una pietra ancor più dura di quella che rivela i suoi fossili.

La Anning vive nel Dorset, a Lyme Regis, una landa battuta dalla pioggia e dal vento, in cui il mare perennemente mosso restituisce pietre e ammoniti, testimonianza di tempi preistorici, se si è in grado di saperle leggere.

Quando a Lyme arriva il facoltoso Roderick Murchison con la moglie Charlotte, malata di una leggera ‘malinconia’, le cose sembrano cambiare.

Murchison si interessa al lavoro della Anning e poi lascia nel Dorset la moglie, che ha bisogno del mare per riprendersi.

Solo che alla prima occasione, Charlotte si ammala e tocca a Mary prendersi cura di lei: dopo le iniziali incomprensioni, tra le due donne si insinua un passione che deve confrontarsi con l’impassibilità rocciosa della Anning.

Il film sembra un remake non ufficiale di Ritratto della giovane in fiamme, ma Lee nn è la Sciamma e l’unica idea che ha è quella di affidarsi interamente a due ottime attrici, Kate Winslet e Saoirse Ronan, le quali tuttavia passano il primo atto del film pressoché in silenzio: la prima, scontrosa e solitaria, la seconda, depressa e malata, con un marito insopportabile vanesio.

Quando poi riacquistano la parola, le cose un po’ migliorano: la Winslet ritrova una seconda espressione, oltra a quella immusonita dell’inizio, e la Ronan supera il pallore cadaverico dell’inizio e riacquista la sua proverbiale verve.

Quando finalmente la passione divampa, tutto sembra già scritto, compresa la lettera improvvida, che richiama Charlotte a Londra.

Il melò è talmente risaputo fino a quel punto, che ci si chiede dove sia finito il cinema, mentre Lee amministra primi piani, piccole scaramucce e una lunga e licenziosa scena d’amore con equilibrio invidiabile.

Ammonite ritrova una sua ostinata originalità solo alla fine, con il precipitare di una serie di eventi, che accelerano il ritmo compassatissimo del film: alla fine Mary raggiunge Charlotte in una Londra vitalissima e persino soleggiata, rispetto alle brume del Dorsey.

Solo che neppure l’amore pare riuscire ad imprigionare lo spirito libero della paleontologa, incapace di piegarsi alle convenzioni e agli sguardi giudicanti della servitù.

E qui il cerchio è come se si chiudesse simbolicamente con l’inizio. Ma poi Lee trova almeno il finale giusto, con un campo e controcampo e un totale delle due protagoniste, che si specchiano senza una risposta, dietro un vetro del British Museum.

Scelto nella selezione di Cannes è passato alla Festa di Roma.

Inerte.

 

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