Ritratto della giovane in fiamme

Ritratto della giovane in fiamme ***

Bellissimo quarto film della regista francese Céline Sciamma, per la prima volta in concorso a Cannes, dopo aver debuttato a Un certain regard nel 2007 con Water Lilies, ed aver partecipato alla Quinzaine con l’ultimo Girlhood nel 2014.

La sua fortuna la deve tuttavia a Tomboy, bellissimo ritratto di una bambina a suo agio nei panni maschili, che nel 2011 le ha dato riconoscibilità e successo nel ristretto circolo del cinema d’essai.

Questo Portrait de la jeune fille en feu è un altro film interamente, intimamente femminile, ambientato nella Francia del 1770. Il film si apre in un atelier d’artista dove l’insegnante e modella Marianne posa per le sue allieve. Una di loro scopre un ritratto tenuto nascosto: una donna con l’abito in fiamme nella notte scura.

Il ritratto riporta Marianne al passato, quando giovane pittrice, ereditato il mestiere dal padre, era stata era stata convocata da una nobildonna nella sua villa su un’isola solitaria, per realizzare un ritratto della figlia Heloise, da portare a Milano, al suo promesso sposo, per combinarne le nozze.

Heloise è riluttante, non ha intenzione di sposarsi e di abbandonare la Francia: ha appena lasciato il convento in cui ha vissuto per lungo tempo, dopo la morte misteriosa e incomprensibile della sorella, trovata cadavere proprio sulla scogliera dell’isola.

Ma la madre di Heloise è decisa a portare a termine i suoi piani e chiede a Marianne di dipingere la figlia con l’inganno, senza chiederle di posare, ma passando del tempo con lei e fissando nella memoria i tratti del volto e delle mani e utilizzando la loro giovane cameriera come modella per il vestito.

Il trucco riesce, ma quello che la madre non può prevedere è che tra Heloise e Marianne nascerà un sentimento fortissimo e un legame, capace di attraversare gli anni e le convenienze della Francia pre-rivoluzionaria.

Il film della Sciamma è un melò che brucia lentamente, che si prende tutto il tempo necessario a farci entrare nel mistero dei suoi personaggi, nei loro desideri più intimi, nelle loro passioni nascoste.

Ci sono quasi solo le due protagoniste sulla scena, eppure il film sembra pieno di vitalità, di movimento, di sentimenti autentici.

Il rapporto tra le due nasce da un’istintiva simpatia generazionale: le due hanno più o meno la stessa età, hanno perso affetti importanti da poco e molte delle loro sicurezze. Il loro incontro le trova vulnerabili, disposte a comprendersi. Eppure, all’inizio, tra di loro si sente il peso dell’inganno, del trucco che Marianne è costretta a mettere in scena, per assecondare la sua committente.

Quando le vere intenzioni della pittrice saranno svelate e il destino di ciascuna chiarito fino in fondo, senza poter sfuggire alle convenzioni ed al ruolo, è solo allora che la vera natura del loro sentimento potrà manifestarsi senza più barriere.

Entrambe sono consapevoli della caducità della loro condizione: la madre ha concesso a Marianne solo cinque giorni per rifare il ritratto della figlia. Ma quei cinque giorni saranno un universo intero di avventure, di passioni, di scoperte.

Cinque giorni capaci di raccontare una vita intera, nella certezza dell’addio, nella malinconia di un rimpianto che resterà per sempre ad unirle.

La Sciamma sembra voler ripercorrere la strada che già Todd Haynes aveva scelto per il suo capolavoro Carol, qualche anno fa, raccontando un amore impossibile, impensabile, eppure possibile e pensato.

Il suo film è un ritratto lontano dalle convenzioni, non posato, com’era quello commissionato originariamente a Marianne. Vitale, pieno di energia, autentico nella sua ispirazione, profondamente sentito e personale, capace di ardere a lungo dopo aver preso fuoco lentamente, ma in modo inesorabile e imprevedibile, come il vestito di Heloise nella notte di festa sull’isola.

In un concorso di Cannes segnato da opere certamente interessanti, ma a cui manca sempre un po’ di necessità e di bellezza, a farne davvero grande cinema, il film della Sciamma è certamente uno dei più urgenti.

Se l’apporto di Noémie Merlant, nella parte di Marianne, osservatrice prima e poi oggetto dello sguardo di Heloise, è più tradizionale, è straordinaria invece Adele Haenel, che ha il ruolo più complesso, capace di passare dalla severità risentita, all’abbandono entusiasta, fino al rimpianto lacerante, sulle note delle Quattro Stagioni di Vivaldi, che chiudono significativamente il film, su una nota di maestosa malinconia.

Da non perdere. In Italia dal 19 dicembre 2019.

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