Cannes 2019. Diego Maradona

Diego Maradona ***

Estate 1984. Una macchina corre per le strade di Napoli, davanti ha altre auto che la scortano: dal lungomare alla galleria di Fuorigrotta, quindi allo Stadio San Paolo.

Sono immagini in bassa definizione, private. Dall’auto scende il giocatore più pagato del mondo.

Segue una conferenza stampa surreale in cui la prima domanda ipotizza un coinvolgimento della camorra nell’aquisto del campione, un colpo altrimenti impossibile, da parte di una squadra disastrata, che si era appena salvata dalla retrocessione, per un solo punto, come quella presieduta dall’Ing. Ferlaino.

In parallelo scorrono le immagini della carriera precedente del campione, le partite con il Boca Juniors, quelle col Barcelona. Nell’incipit di questo documentario che Asif Kapadia ha dedicato a Diego Maradona c’è già una scelta di campo netta.

Quello che vedremo nelle due ore successive sono immagini quasi tutte inedite e private del campione, dei suoi sette anni a Napoli, dei suoi trionfi sportivi e delle sue miserie personali.

Tutto il resto non conta, è accessorio. La leggenda comincia quel 5 luglio 1984 con la presentazione al San Paolo davanti a 75.000 spettatori incantati e si chiude con la fuga solitaria il 17 marzo 1991, dopo il suo primo controllo antidoping, positivo alla cocaina.

Il film di Kapadia raccoglie le immagini private e pubbliche del campione, coinvolgendo nel racconto lo stesso Maradona, la moglie Claudia, il preparatore e mentore Fernando Signorini, il presidente Corrado Ferlaino, il compagno Ciro Ferrara e alcuni giornalisti argentini e inglesi.

Sullo schermo non li vedremo mai. Kapadia ha scelto di lasciare interamente all’archivio privato di Maradona il racconto delle sue imprese.

Il documentario non è certo apologetico, ricostruendo la carriera del fenomeno argentino senza nascondere quasi nulla. La sua passione per la cocaina e per le belle donne, il figlio che non ha voluto riconoscere, la vita stregolata, i legami con il clan Giuliano, la prigione che Napoli era diventata dopo il 1989, quando la sera del 17 maggio 1989, dopo la vittoria della Coppa Uefa, chiese di essere ceduto.

Kapadia ha lavorato in modo encomiabile sulle fonti, scegliendo sempre la prospettiva più inedita per mostrare anche quello che tutti conoscono a memoria, come i due gol all’Inghilterra nei quarti del mondiale messicano, sintesi assoluta della genialità maradoniana: estro, inganno, talento, forza, velocità in dosi imprevedibili.

Il film racconta come un diario, il viaggio andata e ritorno dall’inferno al paradiso di Maradona: il primo anno deludente col Napoli, la vittoria con Juve imbattuta al San Paolo del 1986, momento spartiaque della costruzione del mito, quindi il titolo mondiale inatteso e il primo scudetto, simbiosi assoluta tra popolo ed eroe condottiero, come raramente si è visto nella storia sportiva.

Da quel momento tuttavia comincia la discesa, prima di tutto personale, dell’eroe diventato Dio, tiranno onnipotente della sua stessa fortuna.

Il documentario di Kapadia è bellissimo, antiretorico, appassionante, scomodo per tanti, costretti a fare i conti con i resti dell’idolo infranto, caduto ignominiosamente e per tutti, la notte della semifinale mondiale del 1990, Italia-Argentina, quando il popolo che l’aveva accolto come un figlio, si è sentito tradito, defraudato del suo sogno più grande.

Racconto di sport, ma soprattutto di vita di uno dei giganti del football del Novecento, Diego Maradona piacerà più al pubblico, che non ha vissuto i suoi anni di gloria, rispetto ai devoti del culto, a cui  forse non interessa comprendere quanto la costruzione del mito-Maradona, abbia rischiesto il sacrificio sempre più decisivo di tutto se stesso: il figlio devoto di Villa Fiorito, uno dei barrios più poveri e desolati della capitale argentina, diventato stella luminosa che ha bruciato fortissimo e poi si è spenta di colpo.

Da non perdere.

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