Cannes 2019. Young Ahmed

Young Ahmed **

Il giovane Ahmed ovvero ‘l’infanzia di un fanatico fondamentalista’.

Il nuovo film dei fratelli Dardenne è un altro piccolo ritratto di gioventù, come molti dei loro lavori, un nuovo pedinamento della realtà, che ha per protagonista il tredicenne Ahmed, musulmano integralista in una famiglia laica belga.

Ahmed è il più giovane di tre fratelli, plagiato dal suo Imam, senza padre e con un solo obiettivo nella vita: uccidere Ines, la sua professoressa, che ha deciso di tenere dei corsi laici di arabo, contravvenendo al precetto secondo cui la lingua di Maometto, si impara solo leggendo il Corano.

L’apostata deve morire. Non c’è soluzione. Ahmed ha un cugino martire che si è immolato in medioriente e decide di seguirne l’esempio. Armato di un coltello da cucina, si presenta a casa dell’insegnante e l’assale.

Chiuso in un centro per adolescenti problematici, dove psicologi ed educatori dovrebbero ricondurlo alla ragione, non solo attraverso un percorso terapeutico che comprende anche esperienze esterne all’istituto, in una vicina fattoria, Ahmed finge obbedienza, ma ha in testa una sola cosa. La sua missione.

Il film dei fratelli Dardenne, due volte Palma d’Oro a Cannes, ancora una volta in concorso, è un lavoro di semplicità assoluta, di asciuttezza drammatica, di sintesi narrativa: neanche novanta minuti densissimi, passati quasi in apnea, senza mai staccare lo sguardo dal loro protagonista.

La sua estrema concentrazione viene utilizzata dai registi per farne un distillato di suspense, un racconto breve in continua tensione.

Il tempo a scuola si alterna ai litigi dentro casa, dove la madre belga, non può tollerare i nuovi eccessi fondamentalistici di Ahmed. Dopo l’assalto alla professoressa, il tempo invece si divide tra il centro di recupero e la fattoria, dove una giovane ragazza si innamora di lui, arriva persino a baciarlo.

Il piano di morte, continuamente rimandato, non scoraggia il protagonista. Anzi, lo convince a immaginare nuove strategie, per metterlo in atto, mentre tutti attorno a lui sembrano inconsapevoli del pericolo.

Neanche l’amore può nulla, di fronte alla fede accecante e radicalizzata di Ahmed. E’ solo un accidente in un piano più grande: quello che Allah ha scelto per lui. O almeno così crede il protagonista.

I Dardenne mettono in scena una storia essenziale, minima, se volete, che racconta l’assurda determinazione di Ahmed, la sua ottusa e testarda pervicacia, che non si ferma di fronte a nulla: non all’amore materno o alla comprensione di educatori, giudici e avvocati, non alla generosità della stessa professoressa o ai sentimenti che altri dimostrano verso di lui.

Non c’è niente che possa fermare Ahmed, una volta che l’Imam ha insinuato nella sua testa il pensiero maligno che Ines debba essere punita, in qualche modo, per il suo affronto.

Il film dei Dardenne ovviamente è un pugno in faccia piuttosto mal assestato.

Il loro protagonista è un  bambino apparentemente goffo e impacciato, capace di suonare una nota sola, quella del terrore. In una galleria di personaggi complessi, sfuggenti, in evoluzione, Ahmed invece rimane irremovibile e trasparente. La materializzazione di un’idea, più che un ruolo vero.

Politicamente controverso, il loro è il ritratto di un giovane idiota. Spesso, dipingendo character studies di personaggi così stolti, si rischia di fare film altrettanto ottuso.

Non tutto funziona a dovere nella scansione drammatica e l’affetto della giovane figlia degli allevatori suona più scritto che realmente plausibile.

E’ un film che certamente dividerà il pubblico cosmopolita del festival. E che sceglie subito da che parte stare, senza bisogno di troppe parole, in modo piuttosto manicheo.

I riccioli scuri e gli occhiali rotondi di Ahmed sono quelli di un bambino, un personaggio che istintivamente siamo portati a perdonare, a sottovalutare nei suoi propositi, così come fanno gli adulti che lo circondano nel film. Eppure Ahmed è un bambino che non conosce innocenza, che non capisce giustizia, nè chiede perdono o mostra pentimento.

Il finale resta aperto. Le interpretazioni restano tutte ammissibili, come spesso nei loro film, e questa volta in modo ancor più necessario, perchè non sembra esserci redenzione o salvezza possibile per il loro Ahmed: nessun ottimismo o solidarietà tra ultimi. Solo un umanissimo senso di pietà, con il dubbio lacerante che anche questo sia un sentimento malriposto.

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