Cannes 2019. La Gomera – The Whistlers

La Gomera – The Whistlers **

Il regista Corneliu Porumboiu, figlio del grande arbitro internazionale Adrian – a cui ha dedicato il notevole documentario The Second Game nel 2014 – nonostante sia uno dei nomi di punta del new wave rumena, è conosciuto in Italia quasi solo per il suo film di debutto, la commedia A Est di Bucarest, che nel 2006 aveva vinto la Camèra d’Or.

Da allora quasi nessuno dei suoi lavori ha trovato una distribuzione tradizionale nel nostro paese, neppure il bellissimo e capitale Police, Adjective e l’agrodolce The Treasure, presentato a Un certain regard nel 2015. Approda ora al concorso ufficiale del Festival di Cannes con La Gomera (The Whistlers), un noir largamente tradizionale.

Cristi (Vlad Ivanov) è un poliziotto corrotto di Bucarest che rimane invischiato in un piano ridicolmente complesso, per liberare di prigione un gangster locale. Per raggiungere il suo obiettivo dovrà viaggiare fino all’isola spagnola La Gomera, imparare un antico linguaggio locale – fatto di fischi – e sfruttarlo per comunicare coi suoi complici, senza essere interecettato dalla polizia che sospetta il suo doppio gioco.

Se da questa pellicola sospettosamente banale dobbiamo trarre qualcosa di piccante, può essere il tema sotterraneo della paranoia sul capitalismo della sorveglianza. Si fa un gran parlare di telecamere in toni orwelliani, tutti i personaggi hanno la consapevolezza o la paura di essere spiati e sono cauti in ogni interazione, telefonini usa e getta vanno per la maggiore anche per scambi basici, l’unica volta che qualcuno si azzarda a usare un cellulare, finisce col pagarla cara. Può essere che Porumboiu abbia voluto lasciare una scia di briciole di pane in sottotono rispetto al resto della narrazione, così da non appesantirne il passo. Può essere questa sia una metaparanoia. In ogni caso, elemento potenzialmente forte e in linea con lo spirito dei tempi.

Inoltre Porumboiu fa un’operazione intelligente. Con questo film vuole piacere. Smorza i toni con qualche battuta, inserisce una comicità corporale a cui è impossibile resistere – l’alunno Cristi che si infila religiosamente due dita in bocca e si sbrodola sulla mano per imparare l’alfabeto fischiato strappa una risata facile. E non si ferma lì. Qua e là compare qualche gag non molto subdola perfetta per ingraziarsi il pubblico – un riferimento netto a Hitchcock, un innuendo a Kubrick sul finale. Espedienti che uniti a un montaggio spedito e piuttosto lineare lasciano al pubblico poco di cui preoccuparsi.

Finale in pieno stile melò kitch al Gardens By The Bay di Singapore.

In tutto ciò, il risultato complessivo è piacevole ma non entusiasmante. L’andamento della trama è prevedibile, i topoi di un genere ben codificato come il noir soffocano l’inventività del regista e le possibilità espressive degli attori, più macchiette che personaggi – su tutti Gilda (Catrinel Marlon), al meglio femme fatale e al peggio donna-trofeo, che il nostro eroe potrebbe meritare con le sue azioni valorose.

Curiosa la scelta dell’impenetrabile Vlad Ivanov, villain e caratterista per eccellenza del cinema rumeno, nel ruolo del protagonista, un poliziotto integerrimo, costretto al doppio, triplo gioco, per un capriccio d’amore.

Eppure una via d’uscita c’era: quella lingua fischiata che viene richiamata anche nel titolo inglese avrebbe potuto essere sfruttata meglio e in modo più massiccio. Inspiegabile la decisione di relegarla a un ruolo marginale, appiattita sullo stesso livello di devices narrativi visti e stravisti.

In definitiva, fa il lavoro che deve fare, ma rimane il dubbio su quello che avrebbe potuto essere osando di più.

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