Small Axe – Mangrove

Small Axe – Mangrove ***

“So if you are the big tree, we are the small axe, ready to cut you down”
Bob Marley

Il progetto del premio Oscar Steve McQueen con BBC e Amazon nasce dall’idea di raccontare le esperienze delle persone di colore nell’Inghilterra del secolo scorso, tra tentativi di integrazione e razzismo istituzionale.

La Gran Bretagna è stata una potenza coloniale con influenze e governatorati in ogni parte del mondo, ma quando il progresso e le opportunità hanno fatto convergere a Londra diverse comunità multietniche, uscire dalla condizione di sudditi non è stato meno complicato, che negli Stati Uniti della segregazione razziale.

Il cinema inglese ha affrontato questo tema piuttosto raramente e con una certa timidezza.

McQueen ha deciso di squarciare il velo dell’omertà e ha scritto – con l’aiuto di Alastair Siddons e della scrittrice di origini caraibiche Courttia Newland – cinque storie, ambientate in contesti e tempi differenti, unite da un verso della canzone di Bob Marley.

I primi due film, Mangrove e Lovers Rock, avrebbero dovuto essere a Cannes, alla fine hanno debuttato al New York Film Festival assieme al terzo, Red White & Blue, che è passato anche alla Festa di Roma.

Mangrove è ambientato a Notting Hill nel 1968, dove Frank Crichlow ha appena aperto il suo nuovo locale, un allegro ristorante, dove si propone la cucina speziata dei Caraibi e che diventa subito un punto di riferimento per l’intera comunità. Ma le feste in strada e le discussioni politiche si alternano ai raid brutali della polizia, guidata dal Police Constable Pulley, un sadico frustrato, che abusa del suo piccolo potere, nella compiacenza razzista di colleghi e superiori, per piegare a forza di manganellate e arresti, il successo del locale.

Le Pantere Nere guidate dalla studentessa Altheia Jones e uno leader del movimento, Darcus Howe, cercano di dare una mano, vorrebbero che il Mangrove diventasse un simbolo, mentre Frank preferirebbe solo continuare a fare il suo lavoro in pace.

All’ennesimo sopruso della polizia fuori e dentro il locale, Frank accetta di partecipare assieme agli altri ad una manifestazione contro la violenza dei Pigs, i poliziotti di quartiere.

Finiscono però in una trappola e quando gli agenti li stringono in una morsa, lo scontro sale di livello e i nove organizzatori vengono accusati di rissa e sommossa (riot & affray).

Il processo ai nove viene celebrato all’Old Bailey, la Corte che si occupa di criminali e assassini e terroristi, che Dickens ha reso immortale nel suo Racconto di due città.

Il film di McQueen sembra quasi una risposta indiretta a Il processo ai Chicago 7 di Sorkin. Siamo negli stessi anni, le accuse sono simili, le modalità ancora più brutali, disumane. I due film sembrano dialogare tra di loro.

Se lì l’unico afroamericano era Bobby Seale, che finiva legato e imbavagliato, qui il trattamento riservato ai nove non è meno cruento, anche durante il processo, ammantato solo da quello stucchevole formalismo inglese, fatto di toghe, parrucche e My Lord, please.

L’atmosfera nell’aula non è meno irrespirabile e ammantata di sadico paternalismo.

Eppure, proprio scegliendo di difendersi da soli, Darcus e Altheia riusciranno a mettere in discussione le prove raccolte dal PC Pulley e dai suoi uomini, esponendone le miserie umane e professionali.

McQueen non usa il fioretto nella prima parte, raccontando i raid polizieschi con una violenza feroce: non ci sono mezze misure o sfumature possibili. Quella che appare la scelta un po’ manichea di allontanare innocenti e carnefici, alla lunga diventa del tutto giustificata dalla realtà storica in cui si muove la storia di Frank, che non terminerà con il processo del 1970, ma proseguirà tra assalti e molestie fino al 1989, come ci raccontano i cartelli alla fine.

Non tutti i riferimenti sociali e politici riescono ad attraversare la barriera culturale, ma il film si giova dei diversi accenti dei suoi protagonisti, per segnarne la distanza: parlano tutti un inglese diverso, figli di un Impero, che ha invece sfumature e cadenze lontanissime.

Il regista usa anche nei dialoghi tutta la forza di cui è capace, rievocando le frasi e le parole d’ordine di allora, che riecheggiano quelle ascoltate nel film di Sorkin: “Non dobbiamo essere le vittime, ma i protagonisti del nostro destino. Questo processo è un tentativo di dividerci e minare il movimento per i diritti in questo Paese”.

E se la prima parte è quella che indigna e colpisce, anche per la giustapposizione tra la gioia irrefrenabile delle feste del Mangrove e la cupa distruzione dei raid polizieschi, è nella seconda, che McQueen ritrova la misura e rompe le convenzioni del courtroom drama, con piccole notazioni visive, particolari apparentemente inessenziali: un’ombra su una macchina, un controluce, un’inquadratura apparentemente fuori misura e le immagini in bianco e nero della città che cresce, cambia, si trasforma.

E’ cinema politico quello di McQueen che ritorna, dopo il passo falso di Widows, ai temi forti di Hunger, suo insuperato esordio, in cui la battaglia delle idee è anche un corpo a corpo fisico con la verità e con la Storia e in cui non c’è mediazione possibile, ma solo sacrificio e dolore.

Mangrove si chiude con una nota più positiva, anche se i cartelli finali ci raccontano come l’incubo di Frank sia continuato quasi sino alla fine della storia del Mangrove: “abbiamo vinto una battaglia, questa è casa nostra”.

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