The Nest

The Nest ***

Sono passati dieci anni da quando Sean Durkin vinceva il premio di miglior cortometraggio alla Quinzaine per Mary Last Seen, assicurandosi il supporto della Fox Searchlight per il suo primo film, La fuga di Martha. I due lavori erano collegati intimamente: il primo raccontava l’entrata della protagonista in una setta nelle Catskills, il secondo il suo faticoso tentativo di uscirne.

Il talentuoso Durkin, neanche trentenne, debuttava così al Sundance poi ad Un certain regard fino a Toronto, lanciando la carriera di Elizabeth Olsen e portando lustro al collettivo artistico di cui facevano parte anche Antonio Campos (Simon Killer, Christine, Le strade del male), Josh Mond (James White) e Brady Corbet (L’infanzia di un capo, Vox Lux).

Poi un lungo silenzio. Rotto finalmente da The Nest, presentato al Sundance a gennaio 2020 e poi travolto, come tanti dei film che avevano debuttato nello Utah, dalla pandemia e dalla profondissima crisi che ha colpito le sale americane ed europee.

Uscito in sordina nell’estate americana, arriva finalmente in VOD, con il carico di attese che sempre accompagnano l’opera seconda, accentuate in questo caso dal lungo tempo trascorso nella sua attesa.

The Nest affonda in modo evidente nell’esperienza personale di Durkin, nato in Canada, cresciuto a Nord di Londra e nel Surrey, fino al trasferimento della sua famiglia a New York, quando aveva 12 anni.

Un percorso che assomiglia a quello compiuto dal protagonista del suo film Rory O’Hara.

Lo vediamo all’inizio del film pensieroso, alzarsi presto e preparare la colazione a moglie e figli, in una casa nei sobborghi di un posto qualunque, negli Stati Uniti di Ronald Reagan.

Rory è un operatore finanziario, attualmente senza lavoro, da quando si è trasferito da New York. Ha lavorato a lungo a Londra nella società di Arthur Davis, prima di cercare fortuna negli Stati Uniti.

Qui ha incontrato Allison, quella che sarebbe diventata sua moglie, che aveva già una figlia, Samantha. Assieme hanno costruito una famiglia e messo al mondo Benjamin.

Allison lavora in un maneggio, è un’istruttrice e tutta la sua vita ruota attorno ai cavalli e al suo lavoro.

E’ lei a sostenere la famiglia, che sembra aver realizzato il suo sogno piccolo borghese. Ma per Rory quella quiete è un tarlo che divora pian piano le sue sicurezze.

Si rimette così in contatto con il suo mentore Arthur Davis e decide di ricominciare da capo a Londra, con tutta la sua nuova famiglia.

Acquista una villa enorme nel Surray, una nuova Mercedes rossa, una pelliccia di cincillà e un nuovo cavallo, Richmond, alla moglie Allison.

Le cose sembrano andare per il verso giusto, ma è solo un inganno.

Il film di Durkin, girato in un 35mm cupo e materico dall’ungherese Mátyás Erdély (Il figlio di Saul, Miss Bala, Tramonto), è costruito nei primi due atti con una sorta di chiasmo, che mette a confronto le routine quotidiane dei due protagonisti, Rory e Allison.

Nel trasferimento dagli States all’Inghilterra i due si scambiano i ruoli, l’insofferenza, le frustrazioni.

La realizzazione di ciascuno è come se precludesse quella dell’altro.

La felicità è un sistema complesso ed a segnare la fine dell’idillio bastano dei mozziconi di sigaretta scoperti su un davanzale o il nitrire notturno di un cavallo. Pian piano la vita della famigilia O’Hara si dissolve sotto il peso dell’ambizione di Rory.

Un’ambizione che si nutre di beni materiali, di ricchezza ostentata, di frasi ad effetto, di quello charme da venditore che nasconde un vuoto enorme, spaventoso, un abisso che rischia di trascinare con sè tutto quello che ha faticosamente costruito.

Alla famiglia ha nascosto le sue origini umili, i suoi genitori divorziati, le sue difficoltà affettive. Per i figli ha scelto le migliori scuole private, le opportunità che non ha avuto.

Ma mentre la sua vita affonda, allo svuotarsi del conto in banca, insufficiente a sostenere uno stile di vita irraggiungibile per molti,  anche quella dei suoi figli e di sua moglie finisce in crisi, sotto il peso delle sue bugie.

Alla fine, ad un tassista che gli chiede che lavoro faccia, risponde per una volta sincero “I pretend I’m rich“.

Eppure saranno proprio i due figli a farsi carico di svelare le nevrosi dei due genitori, la loro insoddisfazione.

L’unica cosa da si può fare è ricominciare a parlarsi, attorno ad un tavolo, una mattina come tante, senza più maschere, senza più inganni.

Durkin costruisce un film in cui il climax narrativo arriva solo in sottofinale, costruisce pazientemente un crescendo straniante per i suoi personaggi fino a farli deflagrare in una notte che sembra non finire mai.

Ha il coraggio di lasciare il finale aperto, lasciando gli O’Hara in un limbo d’incertezza e provvisorietà, senza suggerire risposte definitive.

Rispetto a La fuga di Martha, The Nest ha un impatto emotivo meno pronunciato, ma segue lo stesso andamento riflessivo e mutevole.

Il crogiolo di ambizione e illusione in cui vivono i suoi personaggi non è solo una dimensione personale, ma collettiva, inebriante, che tuttavia colpisce secco come uno schiaffo, quando la realtà riprende i suo spazi.

Il racconto è ambientato negli anni ’80 della crescita infinita, dell’individualismo assoluto, del greed is good di Gordon Gekko, un altro trader newyorkese, come Rory O’Hara.

Ma non è meno efficace oggi, dove uno di quegli squali è arrivato sino alla Casa Bianca e con le menzogne minaccia di non andarsene.

In una stagione particolarmente infelice, dove le uniche cose che raggiungono la sala e le piattaforme streaming sembrano scarti di magazzino, The Nest, prodotto da BBC e FilmNation, meriterebbe uno spazio di rilievo.

Ancora inedito in Italia.

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