Mrs America: ascesa e declino di Phyllis Schlafly, la Giovanna d’Arco delle casalinghe americane

Mrs America ***

Millenovecentosettantadue. Mentre nella città delle mille luci, New York City, Gloria Steinem, Bella Abzug e altre esponenti di punta, radical e non, del femminismo americano bevono cocktail a una festa del Movimento di Liberazione della Donna con Andy Warhol, a migliaia di chilometri di distanza, nel profondo Illinois, l’attivista ultraconservatrice Phyllis Schlafly è impegnata in una riunione del nascente Eagle Forum con le sue morigerate amiche casalinghe, tra impeccabili servizi da tè e aroma di pane appena sfornato. Se le prime vogliono ottenere in tempo utile la ratifica dell’Equal Rights Amendment (ERA, emendamento alla Costituzione americana per sancire la parità di genere in ogni campo), le seconde ne ostacolano con pervicacia il cammino. Diritti contro doveri, emancipazione contro tradizionalismo, protesta di piazza contro lobbismo a difesa dello status quo. Per Phyllis Schlafly i barattoli di salsa di pomodoro stipati nel suo bunker antiatomico sono solo scorte necessarie per far fronte a una possibile guerra nucleare, non certo uno dei simboli dell’estetica della Pop Art. La serie Mrs. America di FX fotografa due nazioni in una, opposte e inconciliabili. Le elezioni presidenziali del 2020 costituiscono il punto di arrivo di questa antica polarizzazione tra un’America trincerata in se stessa e un’America egualitaria.

La pregevole scrittura di Dahvi Waller, autrice forgiatasi con Matthew Weiner nell’immortale Mad Men, tratteggia un’epoca che, sotto le ferree parole d’ordine dell’idealismo e della militanza, nasconde paradossi e contraddizioni. Le donne di “sinistra” e quelle di “destrarappresentano le due metà tagliate di un medesimo insieme. Il messaggio di Mrs. America, o uno dei principali, può sintetizzarsi così: la società patriarcale, per adottare una terminologia consona all’argomento, tratta le une e le altre come mezzo e mai come fine. Donne ridotte a pedine di una scacchiera politica più grande, di un gioco cinico, volgare, irrimediabilmente maschile. L’immagine della dura Bella Abzug, in lacrime perché appena licenziata dai lacchè di Jimmy Carter a causa di un articolo troppo “irriguardoso” sul Presidente, peraltro non pubblicato, è accostabile alla magistrale inquadratura conclusiva che riproduce Phyllis Schlafly seduta a pelare patate nel tinello domestico, costretta a rimettersi il grembiule dopo il responso negativo ricevuto da Ronald Reagan in merito al suo possibile ingresso nella nuova amministrazione. Certo, per Bella è un colpo a tradimento sparato dal fuoco amico, per Phyllis una conferma dell’ordine immutabile delle cose. È il potere maschile che, da ultimo, decide. La sconfitta accomuna persone culturalmente e, verrebbe da dire, antropologicamente agli antipodi.

La ratifica dell’ERA comportava il voto favorevole dei parlamenti di almeno 38 Stati su 50, con una deadline inizialmente fissata al 22 marzo 1979, poi prorogata. Spazziamo via l’eventuale suspense: l’iter dell’emendamento subì un brutale stop all’inizio dell’era reaganiana, anche se un recente provvedimento dei Democratici vorrebbe riaprire i termini. Altri tre Stati si sono infatti espressi dopo il 1982 e il fatidico numero minimo è stato raggiunto. La messa al bando, sul piano costituzionale, di ogni distinzione di principio tra uomo e donna, nel giudizio dei fautori dell’emendamento era la logica applicazione dei valori americani e la conclusione di un percorso iniziato un secolo prima con l’abolizionismo. Dopo gli scontri di Selma del 1965, il Presidente Johnson in uno storico discorso affermò che la promessa di uguaglianza contenuta nella dichiarazione d’indipendenza non era una teoria vuota. Ogni cittadino doveva sentirsi assicurato di poter vivere in modo dignitoso. Mrs. America si diverte a rappresentare la prospettiva in aperta antitesi rispetto all’offensiva politica “progressista”. Quali argomentazioni oppongono le scatenate desperate housewifes dell’Illinois all’offensiva destabilizzante delle “lesbiche” e delle “comuniste” radical-chic della East Coast? Cosa intendono dire con il lapidario slogan “Smettete di toglierci ogni privilegio”?

Privilegio è non andare in guerra in Vietnam. Privilegio è restare a casa a badare ai figli, numerosi, sfornati a ripetizione. Privilegio è non lavorare e lasciare che sia il marito a sbarcare il lunario. Le antifemministe del cartello Stop-ERA ribadiscono l’esigenza di preservare un ordine sociale gerarchico basato su una distinzione fissa e “naturale” dei ruoli. Durante un dibattito in un’aula universitaria Betty Friedan, autrice dell’opera cardine del Movimento femminista americano “Mistica della femminilità”, non esita ad apostrofare la sua avversaria Phyllis Schlafly con l’appellativo spregiativo “Zio Tom”. Al margine di una convention, la marxista ebrea Bella Abzug confuta le certezze ideologiche del campo altrui con un lineare ragionamento dialettico ancorato alla praxis: se avete fatto un club e siete in grado di darvi un’organizzazione, se sapete scrivere, imbustare, spedire lettere, siete già delle lavoratrici. La famiglia Schlafly è l’emblema di questa frizione tra idee fossili e desiderio di vita. Phyllis si iscrive all’università a cinquanta anni contro il volere del marito avvocato (“sei troppo vecchia”), fervido anticomunista che in precedenza l’ha dissuasa dal candidarsi al Congresso per non sottrarre tempo ai suoi doveri di moglie e madre. Il pensiero reazionario si riassume in una frase, “la mente è più forte del corpo” (perché il corpo è il vero oggetto di contesa tra le avverse fazioni), sussurrata a un figlio adolescente, incapace di “fare attenzione” e moderare i propri istinti sessuali. Un “vizio” che Phyllis collega, per depotenziarne la carica morale eversiva, alla propria antica e superata dipendenza dal fumo.

Mrs. America ripercorre la storia delle battaglie femministe e antifemministe negli Stati Uniti nell’arco di un decennio, dalla trionfale riconferma di Nixon all’avvento di Reagan, vero momento di svolta della politica statunitense e mondiale degli ultimi quarant’anni (non ce ne voglia Trump, che di Reagan ha mutuato perfino lo slogan). In mezzo troviamo il mediocre Ford e quattro anni di ambigua presidenza democratica a firma Carter. Nonché uno spartiacque giuridico, ora messo in discussione dallo slittamento a destra della Corte Suprema: la sentenza Roe contro Wade del 1973 che ha reso legale l’aborto. Non tutte le figure pubbliche qui ritratte sono necessariamente note al pubblico italiano (e sospettiamo anche a quello americano). Alcune di loro vivono ancora, ormai ultraottantenni. È il caso di Gloria Steinem, cofondatrice di Ms. nel 1971, magazine che nel corso degli anni ha ospitato firme del calibro di Angela Davis e Alice Walker. O di Jill Ruckelshaus, femminista del Partito Repubblicano, assistente speciale della Casa Bianca, posta a capo dell’Ufficio dei Programmi per le Donne. Non è un errore di battitura: le femministe appartenevano anche allo schieramento repubblicano. Per esigenze narrative, gli autori hanno inserito alcuni fictional characters verosimili e interessanti, in particolare Alice Macray, amica e consigliera di Phyllis, unica donna conservatrice ad essere investita da dubbi e perplessità.

La vicepresidente Kamala Harris annovera tra le sue principali fonti d’ispirazione, per sua stessa ammissione, Shirley Chisholm, prima donna afroamericana eletta al congresso di Washington. Mrs. America ci ricorda quanto sia stata accidentata l’avventura politica di Chisholm, sacrificata sull’altare del compromesso dal gotha femminista durante le primarie democratiche del 1972. La domanda è sempre la stessa, dalla notte dei tempi, da quando la politica esiste: quanta ipocrisia si può sopportare in nome di un ipotetico bene superiore? C’è chi sorvola sulle molestie sessuali dei deputati alle segretarie, c’è chi è disposto a silenziare tatticamente il tema dell’aborto. Il femminismo a volte pare la classica coperta corta. Militanti nere vicine al Black Power non riescono a separare, tanto meno ad anteporre, la questione di genere a quella razziale. Betty Friedan (“amo troppo gli uomini”) fa fatica a comprendere le rivendicazioni della comunità lesbica. L’area di sinistra, insomma, non è compatta e oscilla tra disincantato realismo e ambizioni universali, tra etica della responsabilità e purezza delle intenzioni, salvo ritrovarsi, un cuore solo, sotto le note di We Shall Overcome. Intanto le coppie scoppiano. Gloria lascia il suo fidanzato, un avvocato di colore, per un papavero del Dipartimento di Giustizia. Brenda “sperimenta” un “rito di passaggio” e non è più sicura di amare il bel marito. Che in Mrs. America contino le vite e le vicissitudini personali lo testimoniano i titoli dei singoli episodi (“Phyllis”, “Gloria”, “Shirley”, “Betty”…) Il focus è sui personaggi, sul privato, sulle interazioni, sulle relazioni che si intrecciano, si complicano, si disfano.

In fatto di attrici, Mrs. America schiera l’artiglieria pesante: Cate Blanchett, Elizabeth Banks, Margo Martindale, Uzo Aduba, Sarah Paulson, Rose Byrne. E gli uomini? L’unico con un ruolo da protagonista è l’iconico John Slattery, già Roger Sterling in Mad Men. Il timone è in mano alle donne, regia compresa. Due episodi sono girati da Ama Asante (Belle, A United Kingdom). Le scelte musicali sono il giusto e preciso contrappunto sonoro, giocato tra rock d’epoca, r&b e punk. E poi c’è Woody Guthrie, il socialista, patriottico Woody Guthrie… Sì, nell’ottavo episodio una frastornata Alice Macray è preda di un meraviglioso trip psichedelico con tanto di performance solista, la celeberrima My land is your land, appunto, cantata con ottima intonazione davanti ad attonite militanti lesbiche alla National Women’s Conference di Houston del 1977. Una sequenza lisergica che basta, da sola, a giustificare l’euforia per Sarah Paulson, decisamente l’attrice del momento. Salto tra finzione e realtà: se in Mrs. America la talentuosa Paulson veste i panni di una delle fondatrici del club ultraconservatore Eagle Forum, nella vita l’attrice, democratica convinta, è la compagna della collega Holland Taylor. Le sue scelte sessuali, ha dichiarato in un’intervista del 2016, non devono essere una camicia di forza, né soddisfare le aspettative di una comunità.

Phyllis Schlafly è una figura complessa che Cate Blanchett governa a dovere. Il sogno iniziale di Phyllis è fermare l’ERA. Nient’altro. Suo marito è prossimo alle posizioni di Barry Goldwater. Repubblicano, sì, ma liberale. Phyllis, la Giovanna d’Arco delle casalinghe, torna agli studi per dare sostanza ai suoi ragionamenti. Ossessionata dal comunismo sovietico, discetta di geopolitica, armamenti e relazioni internazionali. Accarezza l’idea, all’apparenza folle (ma cosa è folle in America e cosa non lo è?) di essere il nuovo Kissinger. Tra le mura di casa Schlafly si fanno i nomi di Rumsfeld, Cheney, Dole con la stessa naturalezza con cui si infornano quotidianamente torte e biscotti. La sua parabola, però, è tragica. “Il tuo elenco di contatti mi è stato molto utile, ma non posso inimicarmi le donne Pro-ERA”, le dice al telefono Reagan. Phyllis innesca, suo malgrado, una rivoluzione conservatrice connotata dall’elemento religioso. Gli evangelici e i predicatori di estrema destra si impossessano della politica americana e dettano l’agenda delle priorità. L’antiabortismo, le posizioni oscurantiste sul tema dei diritti civili, il fascismo di provincia e il suprematismo bianco: nulla di tutto questo era preventivato. La Storia va avanti, anzi, indietro. Nel 1980 Phyllis scopre il personal computer e i floppy disk. Una donna brillante, sfrontata, cinica, carismatica, moderna che ogni sera serve al marito la cena alle diciotto. Puntuale. Come sempre.

Titolo originale: Mrs. America
Numero degli episodi: 9
Durata ad episodio: tra 45 minuti e un’ora circa l’uno
Distribuzione: TIMvision
Uscita in Italia: 8 Ottobre 2020
Genere: Historical Drama

Consigliato a chi: non si è mai separato dai suoi occhiali a goccia, ha pensato di cambiare nome almeno una volta nella vita;

Sconsigliato a chi: è rimasto senza parole durante un’intervista, si è alleato con le persone sbagliate e l’ha capito troppo tardi.

Letture e visioni parallele:

Tornare all’origine del linguaggio per smascherare l’impianto maschilista del sapere occidentale: Luce Irigaray, All’inizio, lei era, Bollati Boringhieri, 2013;
Il diario di donna dell’intellettuale progressista per eccellenza: Susan Sontag, Odio sentirmi una vittima, Il Saggiatore, 2016;
Uno dei migliori film di sempre sull’era Nixon: The Post di Steven Spielberg, 2017.

Un’immagine: Alice Macray / Sarah Paulson che guida verso la conferenza di Houston con foulard e bigodini in testa.

 

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