Widows – Eredità criminale

Widows – Eredità criminale **

La parabola artistica dell’inglese Steve McQueen – fotografo e scultore, con studi alla Tisch di New York, prima di dedicarsi alle arti visive e quindi al cinema – è quella di una progressiva inesorabile integrazione nel sistema produttivo mainstream hollywoodiano e di un’altrettanto inesorabile deriva moralistica, tesa a dimostrare, più che a raccontare.

Eppure, i film a tesi, bisogna essere bravi a farli, altrimenti quello che rimane è solo la sensazione di essere stati indottrinati. A noi piace il cinema che invita lo spettatore a riflettere e non a subire. L’abbiamo scritto molte volte, vale ancor di più ora, in un’epoca in cui il cinema americano è preda dell’ossessione delle sue buone intenzioni e di un furore perbenista, che suona francamente insopportabile.

Se ancora in 12 anni schiavo, pur nella sua messa in scena controllatissima, nella sua ansia edificante e nella sua drammaturgia tradizionale e persino un po’ consolatoria, McQueen tornava sui temi centrali della sua riflessione cinematografica  – ovvero la libertà individuale, il condizionamento politico e sociale, il conformismo e la violenza, come strumenti in grado di piegare il corpo, ma non le idee, in una sorta di martirio laico – in questo suo ultimo Widows, siamo di fronte ad un prodotto di assoluta medietà, francamente obsoleto nella sua idea di cinema, in cui racconto di genere e messaggio vanno a braccetto, senza mai davvero capirsi.

Scritto da Gillian Flynn, sacerdotessa del thriller femminista da aeroporto, a partire da una serie televisiva degli anni ’80, Widows racconta l’ultimo colpo della banda di Harry Rawlins, nella Chicago corrotta e violenta di oggi. Il furto finisce male e l’inseguimento si conclude con un assalto della SWAT e un’esplosione, che uccide Harry e tutti i suoi compagni.

E’ tempo di elezioni comunali a Chicago e il rampollo bianco Jack Mulligan, erede di una lunga tradizione politica locale, viene sfidato da un losco criminale nero, ripulitosi per l’occasione, Jamal Manning.

Jamal e il sanguinario fratello Jatemme erano proprio le vittime dell’ultimo colpo di Harry: i due milioni di dollari rubati e andati in fumo nell’esplosione, li rivogliono indietro dalla moglie Veronica, la quale non sapendo nulla degli affari del marito, si ritrova solo con un’agenda, dove Harry aveva già progettato il prossimo colpo, e con le altre vedove della banda, altrettanto ignare.

Le tre donne decidono di provarci, per salvare la pelle e per provare ad immaginare un futuro, lontano dai guai, ereditati dai loro mariti.

McQueen vorrebbe provare a fare un film alla Michael Mann al femminile, come mostra il notevole montaggio alternato iniziale: secco, brusco, creativo, inesorabile nella sua composizione.

Poi però, quasi timoroso della troppa libertà, si perde completamente, anche perchè la sceneggiatura dozzinale, che si ritrova, non l’aiuta molto.

Widows si dilunga allora in sottotrame infinite, che dovrebbero rappresentare il coté politico del film, richiamando in modo blandissimo le ossessioni dell’arrabbiato regista. In realtà finiscono con appesantire il ritmo interno del suo lavoro, incapace di trovare davvero una sua dimensione e un suo tono.

Forse rendendosi conto dell’inconsistenza della storia primaria, McQueen si attarda a raccontare la campagna elettorale dei due sfidanti, gravati dalle tare familiari; costruisce per una delle donne una storia di violenza, prostituzione e riscatto, che suona tanto esemplare quanto posticcia; riesce persino a trovare lo spazio per due flashback del tutto gratuiti, che raccontano la morte violenta del figlio di Harry e Veronica, ovviamente per mano della polizia razzista.

Insomma, come se fosse assillato dal senso di colpa, per aver accettato di girare un semplice heist movie d’azione, McQueen sembra a tutti i costi volerne farne un manifesto politico e femminista: un film impegnato, con il suo bel messaggio sociale e razziale, sottolineato con la matita rossa, perchè non sfugga a nessuno.

Il suo manicheismo lo porta a scegliere quattro protagoniste etnicamente perfette, per il conformismo americano di questi tempi: una nera ricca, con cagnolino bianco sempre al seguito, un’immigrata polacca maltrattata, un’ispanica con figli a carico e una mamma sola, di colore, costretta a fare mille lavori.

Non sfuggirà il fatto che tutti i personaggi maschili, escluso forse il driver di Harry, che fa peraltro una bruttissima fine, sono dipinti come peggio non si potrebbe: viscidi approfittatori, sadici, puttanieri, vecchi aridi, delinquenti della peggior specie, traditori e fedifraghi.

Potevano mancare i politici? Certo che no. Ed infatti, che siano dell’aristocrazia wasp o dei bassifondi neri, sono tutti ugualmente corrotti e criminali.

Quando si dice tagliare con l’accetta buoni e cattivi: qui a nessuno può venire neanche mezzo dubbio.

Inoltre non solo le donne sono ritratte, per l’ennesima volta, come vittime della prepotenza e della violenza maschile, ma anche il loro riscatto utilizza le stesse armi, gli stessi modi, la stessa ferocia, senza mai uno scarto.

Il cinema di McQueen si è fatto via via sempre più predicatorio, moralista, come se fosse costantemente su un pulpito con il dito puntato.

E anche qui, non smette di prendersi troppo sul serio, di fare la voce grossa, anche quando dovrebbe semplicemente divertire e intrattenere. Ma, evidentemente, non ne è capace.

Pesante, come un macigno.

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