La strategia di distribuzione di Roma di Cuaron è un inganno di Netflix?

Abbiamo già raccontato come la strategia di Netflix, per il lancio di Roma di Alfonso Cuaron – Leone d’Oro a Venezia e possibile primo candidato all’Oscar come miglior film, per il gigante dello streaming – sembri contraddire la filosofia dello studio.

Roma uscirà infatti in alcune sale selezionate a New York e Los Angeles e in tutto il mondo, un paio di settimane prima del lancio sulla piattaforma Netflix.

Per una volta gli abbonati dovranno aspettare: cade il tabù della contemporaneità, che anche l’italiano Sulla mia pelle ha sperimentato un paio di mesi fa, spingendo ieri il ministro Bonisoli ad intervenire, in modo peraltro un po’ miope, sulle finestre di sfruttamento tra sala e altre distribuzioni.

Abbiamo anche raccontato come un’uscita mondiale in 100 copie, sia poco più che una presa in giro, visto che un film, sia pure in bianco e nero e recitato in spagnolo, come quello di Cuaron, avrebbe dovuto uscire in quel numero di sale, solo nel nostro paese.

Anche ad Hollywood questa strategia sta irritando i membri dell’Academy, che si sentono un po’ presi per i fondelli da Netflix, che cerca disperatamente quella legittimazione definitiva, che solo l’Oscar può dare nell’industria americana.

Secondo quanto riporta The Playlist, alcuni executive, naturalmente anonimi, hanno criticato severamente questa campagna di marketing, parlando esplicitamente di una truffa: “Netflix is pulling a big con. They’re trying to buy their presence and identity as a film company without playing by everybody else’s rules. They don’t want to take the risk of having bad box office numbers. They are going to make assertions about how fantastic the crowds were, but there will be no dollars. There’s no credibility because there’s no accountability.”

Netflix infatti, anche quando i suoi film escono in sala, non rilascia mai dati sugli incassi, questo perchè la sua non è una vera distribuzione, ma un semplice affitto delle sale, a prezzo fisso.

Secondo quanto riportato nel pezzo, pare che i cinema di Los Angeles prenotati per Roma siano stati pagati 30.000 dollari per schermo. Un prezzo verosimilmente doppio, rispetto ad un canone normale.

Secondo un altro executive: “[Theater owners] know this release is fake and so does everybody else. [The Academy] needs to define what a movie is. If it’s about intention, well, nothing for Netflix is made for the theaters. It’s about heritage and it’s about clarity. To me and I think to a fair amount of filmmakers, if your movie doesn’t have to be made for theaters at all, then what makes the Academy Awards different from the Emmys?”

Il produttore Bill Mechanic, già tra i governatori dell’Academy, è stato più conciliante: “Look, it’s a start. What they’re doing is strictly for Academy consideration, as opposed to a business strategy. It’s a step in the right direction , but I think it’s a limited step in the right direction”.

E’ indubbio che Netflix stia cambiando il mondo della produzione e della distribuzione, con la forza e la velocità di un tornado, trascinando con sè vecchie abitudini incancrenite e forse anche qualche buona pratica. E’ il prezzo di ogni rivoluzione.

Se da un lato, difatti, a Netflix serve disperatamente la buona pubblicità e il prestigio che festival e premi ancora garantiscono, contribuendo a creare quell’aura di cui i suoi film sono invece quasi sempre privi, d’altro canto la distribuzione in sala è un’altra cosa, rispetto a questi spot simbolici, che Netflix ha deciso di accompagnare alla sua release ordinaria, per alcuni titoli di prestigio.

Per convincere i miglior talenti sulla piazza a lavorare per lei, Netflix deve continuare a dare l’illusione che in fondo nulla è cambiato: ovvero che, oltre ad una valanga di soldi per realizzare i loro progetti, la società di Hastings e Sarandos garantirà che i loro film andranno lo stesso ai festival più prestigiosi, che avranno il red carpet e l’anteprima con i fans in fila di fronte alle sale, che potranno aspirare ai premi e alla gloria.

Questo naturalmente senza rischiare nulla.

I film e i loro autori saranno liberi da ogni assillo da ‘primo weekend’ e da ogni preoccupazione rispetto al successo di pubblico: la bolla infinita, per cui Netflix si indebita quasi senza limiti, pur di realizzare i suoi contenuti, senza apparentemente curarsi della loro ricezione tra gli abbonati, sembra davvero il paese della cuccagna.

Ma è veramente così? E quanto durerà?

Come molte realtà del nuovo capitalismo americano, l’indebitamento straordinario di Netflix  è funzionale alla conquista di una posizione di monopolio di fatto o di supremazia assoluta, nel proprio mercato. Più dei bilanci, quello che sembra contare è la capitalizzazione di borsa, che segue il progressivo raggiungimento di quell’obiettivo primario di espansione. Anche Netflix sembra esattamente su questa strada.

Ma cosa succederà quando le risorse, apparentemente illimitate, si ridurranno? O quando l’espansione raggiungerà il suo limite fisiologico?

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