Lost Girls

Lost Girls **

Il film diretto da Liz Garbus è tratto dal libro di Robert Kolker, dedicato ai delitti irrisolti del Long Island Serial Killers, che per oltre vent’anni ha abbandonato i corpi delle sue vittime, prevalentemente giovani prostitute, lungo la Ocean Parkway nell’area di South Shore di Long Island, nello stato di New York.

Tra il 2010 e il 2011 sono stati rinvenuti i corpi e i resti di dieci vittime, solo quattro realmente identificate, soprattutto grazie alla determinazione instancabile di Mari Gilbert, la madre di una ragazza di ventiquattro anni di Jersey City, Shannan, scomparsa nella notte del 1 maggio 2010 dopo aver chiamato inutilmente il 911 dall’appartamento del suo cliente, nel complesso residenziale privato di Oak Beach.

A nessuno interessava un’indagine su una escort scomparsa nel nulla. Non ai residenti di Oak Beach, non alla polizia della contea di Suffolk, guidata da quel James Burke poi condannato per ostacolo alla giustizia.

Ma Mari Gilbert non si è data per vinta, finchè la scoperta di quattro corpi di altre prostitute, chiusi in sacchi di juta, ha chiarito i veri confini di un caso, che il commissario Richard Dorman, alla fine di una carriera controversia, ha cercato almeno di non insabbiare.

La Garbus ha lavorato a lungo nel cinema della realtà, tre volte candidata all’Oscar in passato per i suoi lavori, è qui al debutto nel lungometraggio, ma la passione per le storie vere non l’ha abbandonata.

Originariamente pensato per Sarah Paulson, il ruolo di Mari Gilbert è passato poi ad Amy Ryan, dopo il coinvolgimento di Netflix.

E la scelta è stata certamente premiante, perchè il volto proletario e severo della Ryan è certamente più vicino a quello della vera protagonista, che il film ci mostra solo alla fine, raccontando con brevi didascalie la sua fine tragica e dolorosa.

Thomasin Mackenzie interpreta l’altra figlia di Mari, Sherre, che scopre via via, i segreti della sua famiglia, il peso del passato e dei silenzi, della parole non dette e delle scelte amarissime di una madre sola.

Lola Kirke è invece la sorella di una delle altre vittime, mentre il ruolo del commissario Dorman è affidato ad un Gabriel Byrne, che appare poco interessato al film, come il suo personaggio alla storia del serial killer di Long Island.

Il film ha un andamento iperclassico, diremmo piuttosto anonimo, in realtà, appiattito su un formato pseudo televisivo, da sceneggiato d’inchiesta, con la sua dose di indignazione, la sua adesione all’emotività della protagonista, che combatte da sola contro tutti.

Nonostante la fama della Garbus come documentarista, il suo esordio narrativo non pare particolarmente significativo, nè realmente inquietante, nè capace di evocare sentimenti diversi dalla consueta diffidenza rispetto all’autorità, che abbiamo visto in un’infinità di thriller e di film inchiesta.

Rimane un onesto lavoro di commissione, interpretato in modo corretto e diretto senza lampi, che purtroppo si dimentica in fretta, fagocitato dall’algoritmo di Netflix.

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