Hammamet

Hammamet **1/2

Raccontare Bettino Craxi a vent’anni dalla morte solitaria avvenuta Tunisia, vuol dire cominciare a fare i conti con la nostra storia più recente, vuol dire cercare di affrontare la rimozione collettiva, che ha colpito l’uomo politico più potente e decisivo nel lungo declino della Prima Repubblica, seguito all’uccisione di Aldo Moro: primo Presidente del Consiglio socialista, poi premier per tre anni, in quello che allora era stato il governo più longevo della storia repubblicana, leader di un partito che aveva preso nel suo momento più difficile dopo il 9% delle elezioni del 1976 e l’aveva portato ad essere pietra angolare nel sistema politico italiano.

L’indagine del Pool di Mani Pulite della Procura di Milano, con il processo del 1993 al socialista Sergio Cusani, per la cosiddetta maxi-tangente Enimont, avrebbe travolto l’intero sistema, lasciando il partito di Filippo Turati di fronte al suo completo disfacimento, mentre Craxi sceglieva la fuga nella sua villa di Hammamet, piuttosto che subire l’onta dell’arresto e l’esecuzione delle due condanne a dieci anni, per corruzione e finanziamento illecito dei partiti.

Dopo uno straordinario prologo – ambientato durante il celebre congresso del PSI del 1989 nei capannoni dell’Ex-Ansaldo di Milano, con un leader orgoglioso, trionfante e tracotante, messo in guardia dal compagno Vincenzo, un ex operaio diventato quadro del partito, delle ruberie, delle spese fuori controllo, della degenerazione dell’apparato, che il Presidente non riusciva o non voleva contrastare – il film fa un salto in avanti di dieci anni.

Siamo in Tunisia, appunto, dopo la caduta. Il presidente ormai anziano, malato di diabete, con una gamba talmente malmessa da rischiare l’amputazione, vive quello che ritiene un esilio politico auto-imposto, con la stessa testarda caparbietà che l’ha accompagnato in vita.

Tante persone passano per la sua villa, per parlare con lui, per portargli messaggi, per convincerlo a tornare, anche solo per stargli accanto un’ultima volta.

Con lui c’è la moglie, milanese della buona borghesia, che passa le sue giornate guardando i film di Douglas Sirk e di Anthony Mann, dopo aver sopportato i tradimenti pubblici e privati negli anni della gloria.

C’è la figlia, che Amelio chiama Anita, in nome di una passione garibaldina e risorgimentale, mai sopita.

C’è il giovanissimo nipote Francesco, con il cappello di uno dei Mille, che gioca col nonno e ne asseconda la grandeur passata.

Nella villa irrompe improvvisamente Fausto, il figlio di quel Vincenzo, che abbiamo visto all’inizio, rimasto orfano, dopo il suicidio del padre, che consegna al Presidente un’ultima amarissima lettera scritta dal genitore, prima di gettarsi dalla finestra.

A Tunisi arriveranno alla fine anche l’amante del Presidente e un anziano leader democristiano, con il quale Craxi cercherà un bilancio più esistenziale che politico, sentendo avvicinarsi la fine.

Hammamet cerca di evitare il giudizio, dando voce evidentemente alle confessioni del vecchio leader, ma cercando spesso di isolarle, di metterle tra parentesi, con l’escamotage del film nel film, che il giovane Fausto è chiamato a riprendere con la sua telecamera.

Amelio cerca la giusta distanza da un soggetto ancora così incandescente e controverso, con il quale, nonostante il lungo tempo trascorso, non siamo stati in grado di fare i conti per davvero.

Separare il lascito politico e ideale di quella stagione socialista, dalla sua scellerata gestione del potere, distinguere l’attività e le intuizioni di governo, i progetti di grande riforma e il nuovo Concordato, la sfida alla scala mobile in anni di inflazione galoppante, dalla Milano da Bere, dai congressi bulgari pieni di “nani e ballerine“, dai ministri degli esteri che ballavano scatenati in discoteca, dalle ruberie diffuse e personali, ben al di là del diffuso finanziamento illecito degli apparati di partito, sarebbe stata impresa ai limiti dell’impossibile, per un film solo, e Amelio non è più così ambizioso.

Sceglie così di mettere la questione politica, in qualche modo, tra parentesi, concentrandosi sul ritratto di un uomo, che si avvicina alla morte, affidandosi all’interpretazione magistrale, mimetica e immersiva di Pierfrancesco Favino.

Grazie al sensazionale trucco di Andrea Leanza e Federica Castelli, il cinema italiano entra in una dimensione assai poco frequentata sinora. Tradizionalmente i ritratti di personaggi realmente esistiti, le biografie cinematografiche hanno sempre cercato di cogliere la verità del personaggio al di là della somiglianza fisica. Si pensi a Todo Modo, Il caso Mattei o al Divo e Loro. E’ la maschera che prevale sul gioco identificativo: bastano solo alcuni tratti, un po’ di trucco, un’inflessione.

Qui invece l’identificazione è assoluta. Favino scompare letteralmente nel suo personaggio, diventa e abita il corpo di Bettino Craxi, la sua voce, il suo modo di gesticolare, di toccarsi gli occhiali.

Il suo Presidente, chiuso in una sorta di gabbia dorata, in quella casa a cielo aperto dentro cui si è confinato, vuole avere sempre l’ultima parola, gioca dialetticamente con i suoi interlocutori, usa le parole come armi e come scudi.  E’ ovviamente un personaggio fuori scala, magniloquente, irascibile, un re decaduto, capace di distruggere una tradizione politica lunga un secolo.

Ma anche simbolo evidente di quella pratica tutta italiana di costruire tanto velocemente idoli apparentemente indistruttibili, ma in realtà molto fragili, da abbattere rovinosamente e rinnegare, quando cadono in disgrazia.

Amelio non vuole giudicarlo, nè assolverlo, ma non può non metterlo al centro della scena, sul grande palco della vita: il posto che uomo della sua forza occupa in modo, diremmo, naturale.

Tuttavia se sulle imprese in vita, il film è volutamente ellittico, lasciandole spesso sullo sfondo e traslandole nel tempo e nello spazio (bellissimo il racconto del nipote della notte di Sigonella, così come non meno violento e volgare l’attacco dei turisti sulla spiaggia, ad evocare le monetine dell’Hotel Raphael), Hammamet assume una dimensione più politica quando decide di raccontare sino in fondo il calvario e la morte del suo protagonista, un evento che era rimasto privato e lontano nelle cronache di vent’anni fa e che ora il film riporta nella sua dimensione pubblica, civile.

Purtroppo Amelio non è stato in grado di comprendere che la forza del suo film risiede davvero nel ritratto di un uomo tormentato da se stesso e dal suo passato, dalla sua fuga, dal peso di un potere perduto per sempre.

E ha affidato ad una lunga teoria di finali, inutili, onirici e surreali, il compito vano di trovare una dimensione diversa al suo dramma, che si risolve invece in una scelta inutilmente didascalica.

Non era necessario esplicitare così simbolicamente il ruolo dei tanti comprimari, quali testimoni e custodi di una memoria, ancora non condivisa. Il film era già molto chiaro ed efficace senza questo sovraccarico di simboli e di metafore, che appesantiscono Hammamet e lo spingono lontano dalla dimensione più vera del suo cinema, che è sempre stato capace di evocare la complessità della vita e della Storia, attraverso i silenzi, i non detti, le ellissi, la costruzione delle fragili e imperfette relazioni tra i personaggi, di fronte ad un contesto ostile, ad un dramma spesso collettivo, molto più grande di loro.

Resta così un film incompiuto, più fragile di quanto si poteva immaginare, che ha dentro di sè momenti magnifici e quelle parole e quegli sguardi su cui Amelio ha sempre costruito i suoi melodrammi. Peccato che non si sia fidato di più dei duetti scritti con Alberto Taraglio e dell’interpretazione sensazionale del suo protagonista, rinchiudendo il film in una cornice psicanalitica goffa e posticcia, lontana dalle sue corde.

 

2 pensieri riguardo “Hammamet”

  1. D’accordo sulla recensione pressoché in toto. Giudico un po’ meno negativamente il finale, anche se concordo sul fatto che ci sono troppi “finali” non necessari, soprattutto quello di Fausto a colloquio con Anita in un centro psichiatrico. Il pre-finale onirico invece non mi sembra del tutto sballato, in fondo il sogno potrebbe essere plausibile. Tuttavia la prova di Favino è eccezionale! Ammetto che è un attore che mi garba parecchio ma indipendentemente dal racconto-rievocazione storico-politico mi pare molto bello l’evidenziare l’aspetto umano e privato di un “grande” politico pur “ladro” che si ritrova consapevolmente a ridosso della Morte. Affranto, spaventato e pure sempre carico di quella protervia di chi sa bene di essere stato una “grande mente” circondato da nani e ballerine….pensiamo al presente per rendercene conto meglio.
    Un film che mi “risuona” dentro e che ricorderò a lungo. Magari 3 stelle grazie a Favino?

E tu, cosa ne pensi?

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