Private Life

Private Life ***

Solo tre lungometraggi raccontano la carriera di Tamara Jenkins, regista indie cresciuta in California, laureatasi alla Tisch di New York e vincitrice della prestigiosa Guggenheim Fellowship.

Il primo, L’altra faccia di Beverly Hills del 1998 è un piccolo culto, che dal Sundance a Cannes fino agli Independent Spirit Awards ne consacra subito il talento di giovanissima regista venticinquenne. Trascorrono poi nove anni prima de La famiglia Savage, il suo secondo film, interpretato dal compianto Philip Seymour Hoffman e da Laura Linney: partendo ancora una volta dalla propria esperienza personale, la Jenkins arriverà sino agli Oscar.

Eppure ci sono voluti altri undici anni e Netflix, per produrre questo Private Life, il suo terzo lungometraggio, quasi tutto girato in interni newyorkesi, dove vivono i suoi protagonisti, Richard e Rachel, una coppia di quarantenni, intellettuali squattrinati, che stanno cercando di avere un figlio prima che sia troppo tardi.

La natura non sembra assecondare i loro piani ed allora cercano parallelamente di sfruttare le strade che portano all’adozione e all’inseminazione artificiale. Anche queste si trasformano in brucianti fallimenti.

Nel loro appartamento newyorkese si trasferisce la nipote Sadie, che ha le stesse aspirazioni artistiche di Richard e Rachel ed è in rotta con la madre Cynthia ed il padrigno Charlie.

Incerta sul suo talento e confusa come molti adolescenti nel momento di passaggio tra il college e la vita, Sadie accetta di donare i suoi ovuli per un tentativo di fecondazione eterologa che coroni il sogno degli amatissimi zii.

Ma il destino si mette di traverso anche questa volta…

Il film della Jenkins è un bellissimo ritratto di coppia: Richard e Rachel sono nel mezzo del cammin della loro vita e cercano di trovare un senso nuovo allo stare assieme, nella ricerca ostinata di una maternità forse tardiva.

Il film comincia proprio con la coppia a letto, ma non per passione, bensì per un’iniezione di ormoni, che dovrebbero facilitare l’inseminazione artificiale.

La tecnica e la biologia non sono però sufficienti, la frustrazione diventa così ossessione, finchè i due non coinvolgono la nipote nella loro bella confusione.

La Jenkins non abbandona mai il tono leggero e agrodolce, con cui racconta i suoi personaggi, mantenendo un equilibrio narrativo encomiabile, senza mai forzare le scelte dei suoi caratteri.

Il grande tema della genitorialità, dalla fecondazione all’adozione, è raccontato senza manicheismo, lasciando intatti i dubbi, gli interrogativi etici, suggerendo soluzioni sempre imperfette.

Il suo film respira verità più che minimalismo: la Jenkins racconta quello che conosce bene e si vede. Basterebbe solo la scena ambientata alla colonia di Yaddo, per capire che quell’entusiasmo, quell’emozione sono stati probabilmente anche i suoi, quando è stata accolta nella grande villa per artisti di Saratoga Spings.

Su tutto però resta la straordinaria interpretazione di Paul Giamatti nel ruolo di Richard, un saggio di recitazione naturalista, senza mai una forzatura, eppure regalando al suo personaggio un calore vero, una malinconia che si nutre della nostalgia del passato e della tenerezza per un presente, in cui assecondare le ossessioni della moglie Rachel.

Notevole anche Kathryn Hahn, in ruolo lontano dalle commedie in cui eravamo abituati a vederla ed assai poco glamourous.

Preziosa la fotografia pastello di Christos Voudouris già con Lanthimos in Alpis e con Linklater in Before Midnight.

Uno dei pochi film originali Netflix, che meritano assolutamente una visione casalinga, anche solo per la grazie di un finale sospeso, che evita ogni retorica consolatoria.

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