Coco

Coco **1/2

Diciannovesima animazione della Pixar, Coco segna il ritorno alla regia di Lee Unkrich, già premio Oscar per Toy Story 3 e Alla ricerca di Nemo.

E’ uno dei pochissimi film originali che la factory, ormai di proprietà della Disney, ha messo in cantiere nell’ultimo lustro, preferendo seguire la politica dell’usato sicuro, che la major diretta da Bob Iger ha imposto come unica politica aziendale, sfruttando sino alla consunzione le proprietà intellettuali già possedute.

E allora ecco un secondo Monsters, un terzo Cars, un secondo Nemo, un quarto Toy Story, un secondo Gli Incredibili. More of the same, come direbbero negli States.

Il valore innovativo e rivoluzionario del lavoro della Pixar si è via via affievolito e gli exploit alla Inside Out appaiono ormai come l’eccezione ad una nuova regola.

Per la verità anche questo Coco, ambientato in un Messico rurale del tutto immaginario, durante il Dia de Muertos, è una delusione piuttosto evidente, proprio dal punto di vista dell’originalità narrativa, della complessità dei caratteri, della visione del mondo non dolcificata, che la casa di produzione, fondata da John Lasseter, aveva spesso promosso attraverso i suoi film.

Il piccolo Miguel è l’ultimo di una grande famiglia messicana di calzolai. La bisnonna Coco è la più anziana ed è l’unica che conservi il ricordo del padre, musicista che abbandonò la sposa Imelda, per seguire i suoi sogni di gloria. Da allora, la musica è assolutamente bandita nella famiglia di Miguel.

Solo che il piccolo nipote ha una passione sfrenata per la chitarra e per l’eroe locale, il cantante Ernesto de la Cruz, diventato celeberrimo nel cinema e nella musica, negli anni ’50.

Il giorno dei morti si celebra il suo successo con una gara tra chitarristi, nella piazza del paese. Miguel vorrebbe partecipare con il suo strumento, assemblato con scarti di legno e chiodi. Ma quando la nonna lo scopre lo distrugge e glielo impedisce. Convinto che la sua passione sia più forte delle tradizioni familiari, Miguel ruba la chitarra di Ernesto de la Cruz dalla sua cappella, ma la maledizione del Dia de Muertos lo spinge nell’ade, dove incontra tutti i suoi parenti defunti, in un mondo coloratissimo e sfavillante, che vive però solo attraverso i ricordi delle persone care.

Riuscirà Miguel a tornare nel mondo dei vivi entro l’alba, coronando il suo sogno?

Coco è piuttosto faticoso nella prima parte, che si dilunga in una descrizione favolistica del piccolo paese, in cui vive Miguel. Un ritratto che sembra uscito dai film di propaganda americani della prima metà del secolo scorso: un concentrato di stereotipi, che spesso Hollywood utilizza per raccontare ‘gli altri’. Quando è rivolto al nostro paese, ci lascia spesso basiti, per approssimazione e superficialità, ma siamo più disposti a tollerarlo, quando non ci riguarda.

Fortunatamente, quando Miguel entra nel mondo dei morti, l’immaginario di Unkrich, liberato da ogni rispetto per la verosimiglianza, si fa invece molto più interessante, pagando tuttavia un debito evidente alle fantasie burtoniane.

Il viaggio di Miguel, con lo sgangherato musicista Hector, alla ricerca della benedizione del mitico Ernesto de la Cruz, è un percorso di formazione e crescita piuttosto tradizionale, con la scoperta della vera eredità familiare, con il disvelamento delle bugie sulle quali le leggende sono costruite e con una inevitabile ricomposizione finale, che affoga ogni contrasto in una ritrovata unità, in nome del valore del ricordo.

Nei suoi momenti più alti, Coco richiama in modo evidente la poetica dei sepolcri di Foscolo: il valore del ricordo come legame indossolubile tra le generazioni, l’immortalità degli affetti, la corrispondenza di amorosi sensi.

E allora l’unico momento di commozione vera è quello che accompagna l’oblio che avvolge e consuma il vecchio musicista che giace nella sua amaca, nella periferia dove vivono coloro che sono stati dimenticati.

Il film di Unkrich e del co-regista e sceneggiatore Adrian Molina non riesce però mai a sorprendere, il suo sviluppo narrativo segue linee già sperimentate mille volte, senza alcuna deviazione. La prevedibilità del racconto è occultata solo dal sentimentalismo familiare, protagonista dell’ultimo atto del film, pur con una certa grazia.

E’ tutto un po’ troppo facile in Coco. Le svolte sono tutte telefonate, le lacrime e le risate cadono sempre al punto giusto, i personaggi sono sempre quelli che ci si sarebbe attesi, la celebrazione della famiglia matriarcale, francamente scontata e un po’ castrante.

Particolarmente brutte le musiche. Sia quelle dell’immaginario Claudio Villa messicano, Ernesto de la Cruz, sia quelle che accompagnano il resto del film, firmate da Michael Giacchino.

Nel clima sdolcinato del Natale, Coco troverà certamente il suo pubblico. Noi, nel frattempo, abbiamo perso la Pixar.

In ogni caso, preparate i fazzoletti.

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