Toy Story 3

Toy Story 3 ***1/2

La Pixar è nata 15 anni fa come avanguardia digitale nel mondo dei cartoon. Il primo Toy Story, che seguiva alcuni fortunati esperimenti in cortometraggio, segnava l’esordio di un nuovo modo di rappresentare il mondo della fantasia e dei giocattoli.

Ma se allora e negli anni immediatamente successivi, la magia e lo stupore erano per lo più limitati all’abilità tecnica sbalorditiva ed alla continua perfezione delle animazioni computerizzate di Lasseter e soci, da almeno un lustro la Pixar ha cominciato a superarsi sul campo del racconto, con una serie di capolavori audaci, coraggiosi, anticonformisti, che ne fanno la più felice realtà produttiva nel panorama del cinema americano.

Neppure lo Studio Ghibli di Miyazaki sembra reggere il passo con l’inventiva fulminante dei californiani: WALL E, Up ed ora questo terzo episodio della meravigliosa saga dei giocattoli segnano indelebilmente il mondo dell’animazione, capaci di rivolgersi, con la stessa emozionante credibilità, ai bambini come agli adulti.

Sono film che aspirano alla classicità, che si rivolgono ad un pubblico vastissimo, ma che non si limitano a collezionare scenette divertenti o battute sapide, come la maggior parte dei concorrenti, Dreamworks, in testa.

Dietro il pesciolino Nemo o il topo di Ratatuille, il robottino di WALL E o l’anziano scorbutico di Up c’è un lavoro di sceneggiatura formidabile, che non ha paura di osare e sperimentare soluzioni che altrove sarebbero considerate rischiose. 

Toy Story 3 non nasconde il tempo passato dall’ultimo epocale secondo episodio, anzi lo sfrutta narrativamente per costruire un’altra parabola indimenticabile sulla psicologia del giocattolo tradizionale.

Andy ormai è cresciuto, lascia la casa materna per il college e occorre liberare la sua stanza, che andrà alla sorellina.

I vecchi giocattoli, Woody e Buzz in testa, devono trovare una nuova collocazione: andranno in soffitta ad ammuffire per sempre? Saranno ceduti all’asilo del quartiere? Oppure finiranno, magari per sbaglio, nella spazzatura destinata all’inceneritore?

La straordinaria terza avventura di Toy Story 3 riparte da qui e comincia, dopo una divertentissima parodia blockbuster, con un errore: i giocattoli che Andy vorrebbe lasciare in soffitta vengono prima buttati via dalla mamma distratta, poi, grazie all’intervento salvifico di Woody, trasportati al Sunnyside, un asilo nel quale i giocattoli sono tiranneggiati da un rancoroso Orsetto al sapore di fragola, abbandonato dalla sua bambina molti anni prima.

Sarebbe un peccato dire di più, di una storia che va gustata nel suo farsi, diventando racconto emozionante, pauroso e persino commovente.

La grande fuga di Buzz, Mr.Potato, Bullseye e Woody rispetta le consuetudini del genere carcerario, ma è capace di reiventarle con delicata originalità.

Lee Unkrich, tecnico e montatore tra i più esperti della Pixar, chiamato questa volta a dirigere da solo il franchise più importante della factory, non sbaglia un colpo, affidandosi ad una regia iperclassica e mettendosi al servizio della sceneggiatura di Michel Arndt, già premio Oscar per Little Miss Sunshine, ma in forza alla Pixar da un lustro.

Mentre il primo film era di solare semplicità, nel descrivere lo scontro tra i vecchi giocattoli ed il nuovo venuto, più tecnologico e solo apparentemente ostile, riflettendo così lo stesso percorso della Pixar, capace di innovare il panorama dell’animazione, con un prodotto ad alto contenuto tecnologico, in grado di dialogare con quelli tradizionali, il secondo – che rimane, a mio avviso, uno degli esiti più felici della storia Pixar – ragionava sul ruolo del giocattolo, come oggetto di freddo collezionismo, contrapposto al calore che ogni bambino riversa sui propri giochi.

Questo terzo episodio invece segna il momento struggente e bellissimo del passaggio generazionale ed invita a condividere la gioia che ogni giocattolo può dare, con altri bambini, magari più piccoli di noi, forse meno fortunati, ma capaci della stessa meraviglia e della stessa inesauribile fantasia: Lasseter, Arndt e Unkrich ci invitano a non lasciare i giocattoli del passato in qualche soffitta polverosa o in qualche umido scantinato, ma a condividere con altri bambini la gioia che ci hanno dato.

Un gioia che si perpetua nel tempo, che attraversa le generazioni e rinasce come una fenice, purchè quei piccoli oggetti del desiderio siano trattati con il rispetto che meritano e con l’affetto che riesco misteriosamente a ricambiare.

Sembra un gesto semplice, ma in fondo è rivoluzionario, in una società che ha il culto della proprietà e del possesso: riscoprire la dolcezza di un regalo, a qualcuno che magari neppure conosciamo, perchè la magia possa continuare.

Non perdetelo! 

Piccola nota 3D

Ho visto il film con gli occchialini. E’ completamente inutile. Il 3D non aggiunge nulla, è come sempre fastidioso e piuttosto costoso (11,50 euro il biglietto).

I dati che arrivano dagli States dimostrano che sempre di più, dopo il fenomeno Avatar, il pubblico, potendo scegliere tra 3D e 2D, si divide equamente ed anzi sembra preferire proporzionalmente la visione tradizionale.

Forse gli spettatori hanno capito in fretta che il 3D, quasi sempre, è solo un modo per far cassa, alle spalle del pubblico: tecnica insulsa e nata vecchia, senza una vera necessità e spesso senz’anima.

Quando il giorno incontra la notte

Come sempre nei film della Pixar, un cortometraggio anticipa il film vero e proprio. Questa volta è toccato a Day & Night – Quando il giorno incontra la notte di Teddy Newton. 4 minuti di ritmo, invenzioni, poesia con un omaggio evidente alla Linea di Osvaldo Cavandoli.

Eccolo:

 

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