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Cinema con vista: Legend

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Martin Scorsese chiama, Brian Helgeland risponde, ma la linea cade troppo presto. Peccato, anche perché il maestro newyorkese di mafia se ne intende e avrebbe potuto dispensare qualche buon consiglio. Non tanto sul come uccidere o intimidire, per quello ci pensa Robert De Niro. Piuttosto sul come rendere una storia di gangster materia di stampo universale.

I gemelli Kray sono “bravi ragazzi”, mascalzoni di prim’ordine che amano la nobile arte dell’intimidazione. Si dice che vogliano regnare su Londra e che anche la mafia americana sia interessata, ma forse stiamo già correndo troppo. Reginald è il fratello attraente, quello col vestito pulito e il senso per gli affari. Ronald è la sua nemesi. È un pazzo schizofrenico da evitare, sempre pronto a spaccare teste con un martello o a rimorchiare il bel ragazzotto di turno. Tutti e due amano i ruggenti anni Sessanta, i Beatles e la bella vita e sono pronti a costruire il loro impero.

Brian Helgeland è uno sceneggiatore di successo, autore di capolavori come Mistic River e L.A. Confidential. Ma il confine tra copione e regia non è così sottile come sembra e anche un bravo scrittore, passando dietro la macchina da presa, può perdere tutta l’efficacia del suo talento. Helgeland diventa un regista e ha l’onore di dirigere Heath Ledger, Joker per gli amici, prima della tragica scomparsa. Da cineasta, predilige l’entertainment e le storie al limite, fino a quando incontra Legend.

Non è mai facile rapportarsi con un genere così inflazionato come quello dei gangster movie. Bisogna cercare di non scivolare nello scontato e magari si deve strizzare l’occhio ai classici, come Quei bravi ragazzi o C’era una volta in America. Ritagliare un proprio spazio è difficile, ma Helgeland ci ha provato e si merita l’onore della armi.

Per trovare una propria originalità, spesso sbaglia i toni e trasforma un’epopea in una storia da buontemponi. Troppe le risate e i momenti ironici, quando servono la serietà e la forza della drammaturgia. Manca l’Al Capone che urla: «Sei solo chiacchiere e distintivo», o il Tony Montana che lancia insulti e improperi per telefono. Non c’è l’iconicità di un genere che ha segnato il cinema.

Legend risente dell’insicurezza del regista. La paura di sbagliare gli blocca la mano e ruba l’anima a un film che rischia di rimanere senza identità. Le sequenze riuscite non mancano, ma sono contaminate da una continua voice over che sente di dovere delle spiegazioni alla platea. La vicenda non scorre e si rischia di incappare in qualche sbadiglio.

Il vero punto di forza è Tom Hardy, che regala una doppia interpretazione da brividi, capace di scindere il malato dal sano, la follia dal gigionismo. Come una bestia da soma, traina il film per due ore abbondanti e mantiene viva un’attenzione altrimenti in crisi. Il coronamento di ogni sforzo giunge nella rissa contro se stesso, unica parte davvero memorabile dell’intera vicenda.

Legend è una lista di buoni propositi per l’anno nuovo: tante buone intenzioni che si schiantano su inutili orpelli e sulla paura di essere davvero incisivi. Neanche gli anni Sessanta lo salvano, con una totale mancanza di contesto storico. L’unico degno di essere ricordato è un protagonista pieno di talento, sempre più vicino ad una reale consacrazione. Un giorno, forse anche Vito Corleone potrebbe fargli i complimenti.

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