Points of view: Fuocoammare

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Durante la seconda guerra mondiale fu affondata La Maddalena, una nave militare che navigava al largo delle coste dell’isola di Lampedusa. Di notte, sul mare, divampò un grande incendio, un fuoco che illuminò l’isola a tal punto che i suoi abitanti gridavano: “Chi fuoco a mmari ca ce stasira”. Questo l’episodio raccontato dalla nonna al nipote Samuele, protagonista del documentario “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi.

Da questo episodio deriva il titolo del documentario stesso, largamente applaudito e vincitore dell’Orso d’oro alla 66° edizione del Festival del cinema di Berlino, con il quale Gianfranco Rosi ha voluto testimoniare e concentrare il suo sguardo, e insieme l’attenzione dell’Italia, dell’Europa e del mondo, sulla situazione dell’isola di Lampedusa, a sud della Sicilia (in provincia di Agrigento), più vicina alle coste africane che a quelle siciliane, che ogni anno senza sosta si trova ad accogliere barconi di migranti provenienti dall’Africa, persone disperate che fuggono dalla guerra e dalla povertà; uomini, donne (incinte e non) e bambini che viaggiano in pessime condizioni appigliandosi alla speranza di un viaggio senza garanzia di raggiungere la meta.

Mentre i migranti arrivano, la vita dell’isola va avanti: Zia Maria si dedica alle proprie faccende domestiche ascoltando le notizie alla radio che sembrano un eco lontano; un pescatore scende al mare per pescare ricci e patelle; il dj Pippo siede fisso di fronte alla radio ricevendo le dediche degli isolani. Tutti nella più completa passività, staticità, indifferenza, senza mai incontrare un migrante, senza mai istaurare un rapporto, una relazione o un legame con uno di loro.

La stessa cosa avviene per Samuele, un bambino alle soglie dell’adolescenza che vive la sua isola spensierato: va a scuola, gioca con la sua fionda, ha il mal di mare che cerca di superare allenandosi a navigare con le barchette al porto. Samuele ha l’occhio pigro, patologia che rappresenta metaforicamente quell’umanità che non vuole vedere, ignora ed è indifferente ad una realtà difficile, che sembra lontana nel tempo e nello spazio. Samuele è ancora piccolo ma, nonostante ciò, cerca di curare il suo occhio pigro, si sforza di riuscire a guardare meglio.

Una realtà che, al contrario, si deve avere coscienza di affrontare “se si è un uomo”. Questo è quello che pensa il dottor Pietro Bartolo, unico medico dell’isola che da trent’anni assiste ad ogni singolo sbarco, battezza i morti, li fotografa, e gli dà un numero. È lui che fa un’ecografia ad una donna incinta rassicurandola che i suoi due gemelli stanno bene; è lui che ci spiega come i migranti viaggiano in condizioni pessime soprattutto quelli nelle stive dei barconi che riportano sul corpo ustioni gravi dovute alla mescolanza di carburante e acqua, oppure giungono morti o mal nutriti e disidratati dopo giorni e giorni di viaggio.

Lampedusa sembra trovarsi ai confini del mondo. Quello stesso mare che è via di comunicazione e fonte di sostentamento per pesca e turismo, diventa paradossalmente il luogo di una delle peggiori tragedie che affliggono l’Italia e l’Europa fin dal secolo scorso, nonché mezzo di isolamente di un’isola che sembra estranea e lontana da noi. Se non fosse che quella stessa isola è italiana e che i suoi abitanti parlano il dialetto siciliano.

Un documentario che testimonia e denuncia la morte e il disinteresse verso questa non si può definire “bellissimo” ma di certo può essere considerato “importante”.

Il regista non approfondisce le storie dei migranti, non dà ad ogni singolo individuo un passato o un’identità ma descrive delle masse: gruppi di uomini perquisiti, curati, accolti, aiutati, visitati o masse di corpi senza vita ritrovate nelle stive dei barconi. Si ha soltanto un rap e un canto corale intonato da un gruppo di uomini africani che accenna alla loro storia, al loro viaggio e alla loro fuga dall’Isis; per il resto il documentario descrive l’arrivo, le reazioni ad esso tra gli aiuti umanitari che agiscono in prima persona e l’indifferenza, l’apatia, il distacco e la mancanza di una posizione solidale e comune per far fronte alla morte e alla disperazione di persone in difficoltà.

Se da una parte il film, alquanto celebrativo del lavoro di medici, della marina militare e di tutti quegli enti statali protagonisti di operazioni di soccorso, risulta “politically correct” e lusinghiero per molte istituzioni italiane, dall’altra si presenta come una metaforica e tagliente denuncia a quell’umanità e a quell’Europa che ancora si rifiuta o non è unita nell’affrontare un problema che in realtà riguarda tutti.

Da qualunque parte si preferisca leggerlo ed interpretarlo, se troppo celebrativo o drasticamente accusatore, “Fuocoammare” fa senza dubbio riflettere.

Ci si aspetta che prima o poi Zia Maria incontri un migrante a cui darà da mangiare, che il pescatore trovi dei cadavari nel mare in cui si immerge, che il dj esca in strada e incontri “gli stranieri” di cui dà sempre notizia alla radio, o che Samuele stringa amicizia con un ragazzo, migrante, della sua età. E invece no. I migranti e la maggior parte della popolazione locale continuano ad essere due mondi paralleli che sembrano non incontrarsi mai. Forse, come Samuele, tutti dovremmo migliorare la nostra vista e sforzarci di guardare meglio.

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