Cannes 2012. No di Pablo Larrain

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No ***1/2

Quinzaine des realisateurs

No chiude degnamente la trilogia che Pablo Larrain ha voluto dedicare alla storia del Cile tra il 1973 ed il 1988, gli anni della dittatura di Pinochet.

Dopo l’inizio in media res con il terribile killer Tony Manero, capace di interpretare in filigrana la vuota ferocia del regime, i suoi film si sono fatti via via piu’ evidenti: Post Mortem, Leone d’Oro mancato due anni fa a Venezia, aveva raccontato il colpo di stato contro Allende, attraverso gli occhi di un anonimo funzionario, addetto alle autopsie, questo ultimo No e’ dedicato al Plebiscito, indetto da Pinochet dopo 15 anni di dittatura, per legittimare un regime che era diventato intollerabile anche alla comunita’ internazionale.

Per dare al referendum una parvenza di liberta’, viene concesso ad entrambe le fazioni uno spazio televisivo di 15 minuti al giorno, nell’ultimo mese di campagna elettorale.

Larrain si focalizza sul lavoro di un giovane pubblicitario, Rene’, chiamato dal leader del partito comunista a lavorare per il fronte del No. Nello scetticismo generale, il protagonista cerca di veicolare un messaggio positivo, di felicita’, di allegria, proprio mentre i politici vorrebbero utilizzare quello spazio per denunciare la censura, i desaparecidos, i dissidenti costretti all’esilio.

Il simbolo del No diventa allora un arcobaleno, accompagnato dal jingle ‘Chile la Alegria ya viene’, che trasmette un’immagine di serenita’ tutta fasulla, immagine sinistra della rinascita dopo i tempi bui della dittatura.

All’inizio, l’idea e’ quella di partecipare dignitosamente al plebiscito, che appare impossibile da vincere. Poi, pian piano, nel fronte dell’opposizione si fa strada la possibilita’ della vittoria, anche se la strategia comunicativa scelta provochera’ spaccature e tensioni continue.

Nell’agenzia del protagonista si vive una lotta tutta interna, perche’ il capo, Guzman, e’ ingaggiato da Pinochet per coordinare il fronte del Si. Lo scontro tra dittutura e democrazia diventa anche confronto tra proprieta’ e copywriter.

Ci saranno colpi bassi, spionaggio, pubblicita’ negativa, intimidazioni: ma con la forza di un messaggio semplice, universale e perfettamente vuoto, il voto del 5 ottobre 1988 segnera’ la fine del generale.

Larrain gira il suo film come se si trattasse di un documentario degli anni ’80. Immagini in betacam, che si amalgamano perfettamente al repertorio originale, con i tipici bianchi che sparano, gli aloni in low definition ed il formato 4/3. Realta’ e ricostruzione sono perfettamente sovrapponibili.

Gael Garcia Bernal e’ un convincente Rene’. Ritornano anche i due attori feticcio del cinema di Larrain: Alfredo Castro, volto simbolo della trilogia, nei panni di Lucho Guzman e Antonia Zegers in quelli di Veronica, l’ex moglie di Rene’.

Il film e’ tratto da un romanzo di Antonio Skarmeta, che racchiude nella figura immaginaria di Rene’ il lavoro di tutti i pubblicitari che lavorarono effettivamente per la vittoria.

No chiude la trilogia sulla storia cilena solo apparentemente con una nota di speranza e di leggerezza. E’ vero, siamo lontanissimi dall’orrore dei due film precedenti, qui prevalgono inevitabilmente il grottesco del potere e l-esaltazione del talento di un uomo capace di riconsegnare ad un intero paese la voglia di sognare.

Ma e’ suggestivo che la vittoria arrivi occultando proprio il dolore e la verita’ della dittatura e spacciando un messaggio perfetto per il consumatore cileno, falso e vuoto quanto le menzogne del regime, con attori che cantano e ballano in un mondo si’ democratico, ma perfettamente omologato all’occidente.

Appassionato ed amaro.

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