Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery **1/2
Il terzo capitolo delle avventure cinematografiche del detective Benoit Blanc arriva dopo lo zoppicante e fatuo Glass Onion, ambientato e girato durante il covid. Questa volta Rian Johnson abbandona il nonsense del precedente, per recuperare una certa gravitas, che ben si addice ad una storia ambientata in una parrocchia nel brumoso upstate New York.
L’anziano monsignor Wicks che la guida è ossessionato dalla propria storia familiare e dalla brama di potere, predicando un cattolicesimo rancoroso e piuttosto conservatore. I parrocchiani finiscono per abbandonarlo: i fedelissimi che gli restano accanto sono sei. La puerpera Martha, che da bambina aveva conosciuto il nonno di Wicks, il fondatore della comunità; Nat, un medico abbandonato dalla moglie che nasconde una dipendenza dall’alcol; Lee, uno scrittore fantasy che ha abbandonato la troppo liberale Grande Mela per vivere una cabin in the woods letteralmente circondata da un fossato; Simone, una violoncellista affetta da dolore cronico a cui Wicks ha promesso il miracolo; Vera, una avvocata il cui padre era un grande amico del monsignore e il fratellastro Cy, che ha tentato invano e con grande cinismo la carriera politica nel GOP.
Quando Wicks viene trovato morto durante una funzione dal suo giovane assistente, il Reverendo Jud, che ha idee completamente diverse dalle sue sul cattolicesimo e su come gestire la parrocchia, la poliziotta Geraldine chiama il celebre Blanc per risolvere il mistero.
Johnson spiazza un po’ le attese e come in un romanzo giallo, lascia che il personaggio interpretato da Daniel Craig entri in scena solo molto tardi, dopo aver mostrato i contrasti nella comunità e tra i due preti, conclusi dal più classico dei delitti della camera chiusa.
Tra meta narrativa e fiction, Blanc sarà chiamato come sempre a scavare nelle bugie degli altri, ricostruendo moventi, motivi, responsabilità, ma anche a confrontarsi con una comunità chiusa e sospettosa, che ha molti scheletri da occultare e con un giovane prete che mostra la fragilità e i limiti della sua fede.
Wake Up Dead Man è attraversato dalla consueta ironia british anche un po’ surreale e goffa, riconducibile all’inizio all’improbabile reverendo Jud e poi ovviamente al detective Blanc, in tutta evidenza una sorta di fratello di sangue del Poirot di Agatha Christie, nella suo istrionismo pomposo come in una laica e bonaria umanità, che alla verità preferisce sempre la giustizia.
Il puzzle creato da Johnson è questa volta sufficientemente articolato da reggere senza sforzi le quasi due ore e mezza di un intreccio che si muove tra presente e passato e che rimane sempre accanto ai due protagonisti, lasciando i sospettati quasi sempre di sfondo.
Il regista di Looper sceglie questa volta l’introspezione, le ombre, si confronta con la morte e lo spirito religioso, senza dimenticare che in ogni grande giallo è l’avidità il vero movente: avidità di denaro e di potere.
Il film funziona soprattutto perché l’eccentricità superba di Craig si sposa bene ai mille dubbi e alle fragilità di O’Connor.
L’ex James Bond, con i capelli più lunghi e una barba bianca leggera, recupera i completi di tweed del primo capitolo, adattandosi perfettamente all’atmosfera plumbea del racconto con la solita teatralità giocosa.
L’attore lanciato da Alice Rohrwacher e Luca Guadagnino in La chimera e Challengers, che sarà protagonista dei nuovi film di Spielberg e Joel Coen, è un Padre Jud capace di rubare costantemente la scena, dalla primissima sequenza, fino all’epilogo. E’ chiaramente il personaggio meglio scritto, quello che si confronta continuamente con se stesso e con gli altri, con i propri demoni interiori e con quelli che tramano sulla terra.
Ex pugile, la sua vita è una lotta continua, come se dal ring non fosse mai sceso, nonostante abbia scambiato la guardia serrata degli incontri con il gesto cristiano dell’abbraccio.
Josh Brolin ha un ruolo di peso nei panni di Wicks, ma il suo è un personaggio tagliato un po’ troppo nettamente, senza sfumature, mellifluo e manipolatore, destinato al ruolo della vittima.
Notevole infine Glenn Close, la cui parte è stata forse ridotta, a causa di un bruttissimo Covid che l’ha colpita durante le riprese, ma che si ritaglia il monologo finale che risolve l’enigma.
Johnson cerca di movimentare la messa in scena teatrale con movimenti di macchina e zoom del tutto inutili, affidandosi per il resto al suo gruppo consolidato di collaboratori storici: Steve Yedlin cura le luci, restituendo la natura umida e terrosa del contesto ambientale, Bob Ducsay monta con precisione e senso del ritmo, dosando rivelazioni, colpi di scena, confessioni e flashback, mentre le musiche molto discrete sono di Nathan Johnson, impreziosite da Come On Up To The House di Tom Waits.
Siamo di fronte ad un buon intrattenimento da sabato sera, da consumare rigorosamente su Netflix, dove la serie è approdata dopo il successo del primo episodio, distribuito in sala da Lionsgate nel 2019.
L’americano Rian Johnson, dopo i suoi primi film e gli episodi di Breaking Bad tra cui il memorabile Ozymandias, sembrava lanciato verso una luminosa carriera, sulle orme di Nolan o almeno di Villeneuve. In realtà dopo Star Wars- L’ultimo Jedi è rimasto un po’ spiazzato dall’accoglienza controversa riservata al film e alla terza trilogia tout court, trovando un confortevole riparo in questi tre film con Benoit Blanc e nella serie tv Poker Face, che pure strizzava l’occhio ad un altro grande iconico investigatore, il tenente Colombo.
Nonostante abbia di recente dichiarato che sarebbe ben contento di continuare la serie dei film con Craig, forse è arrivato il momento di provarsi su qualcosa di completamente diverso, recuperando la vena originale e anticonformista dei suoi esordi.
O forse la sua dimensione è davvero quella del ricalco di formule di genere un po’ desuete?

Prendo nota, grazie.