After Life: la trasformazione finale di Tony Johnson nella terza stagione

After Life 3 ***

La comicità di Ricky Gervais è caratterizzata da quella che si potrebbe definire una catartica irriverenza. Prendiamo una scena dal primo episodio della terza e ultima stagione di After Life. Tony Johnson, il protagonista interpretato dal mattatore Gervais, è reduce da una pessima serata. Il cognato Matt ha avuto la bella pensata di invitare lui ed Emma per un drink a casa sua. Tony, come sempre, sa leggere tra le righe. Qual è l’obiettivo reale? Tentare di cementare la relazione tra i due, distraendo così Tony dai pensieri negativi che si affollano nella sua testa o, piuttosto, Matt vuole dimostrare a sua moglie Jill di non essere il tizio svogliato, addormentato e abitudinario che tutti credono? Chi conosce la trama di After Life sa che Tony, dopo la morte dell’adorata moglie Lisa (e sorella di Matt), ha rinunciato alla possibilità di avere altre relazioni. Emma è consapevole di essere soltanto un’ottima amica. Un’altra certezza è che ogni discussione con Tony devia dai binari della correttezza. Durante la serata, Matt incappa in due o tre errori di comunicazione. Il più grave riguarda un quadro dipinto da Lisa appeso alla parete. Tony, esasperato, decide di andarsene, portando con sé la minuscola pianta grassa che Matt, nelle sue intenzioni, desiderava regalare non solo a lui, bensì ad entrambi (“allora avresti dovuto regalarcene due”).

Tony sta per attraversare sulle strisce pedonali quando un’auto, per la seconda volta, non gli dà la precedenza. Il nostro eroe, esasperato, lancia il vaso contro il lunotto posteriore, mandandolo in frantumi. Chi non ha mai pensato di farlo nei confronti di qualche cretino maleducato? Diciamolo senza vergogna: Che liberazione! Ovviamente è un gesto che non consigliamo a nessuno. Tony è un personaggio di fantasia chiamato a redimere l’idiozia che pervade la nostra realtà.

La serie After Life, benché satura di battute e gag irriverenti e a tratti scurrili, non si riduce a un inventario di provocazioni. Gervais ha affrontato di petto la morte, l’irreparabile che sconvolge la nostra esistenza, questa sì una provocazione, in un’epoca in cui i confini etici sono messi in discussione. Anche dall’evoluzione tecnologica. L’episodio Be Right Back di Black Mirror vi ricorda qualcosa? Negli ultimi anni, in effetti, molte start-up hanno cominciato a sviluppare progetti per consentire un “dialogo” virtuale con i cari estinti, ad esempio attraverso chatbot o avatar che replichino fattezze e voce del defunto, recuperando dati dalle tracce social lasciate in rete. Ecco, alla domanda di una medium (incidentalmente, autrice di una saga di romanzi erotici autoprodotti…), se desideri riparlare con sua moglie, Tony risponde di sì, ma alla successiva, quando gli viene proposta una seduta spiritica, dice di no. E non solo perché, a differenza della sua collega Kath, fissata con gli oroscopi, Tony irride il paranormale. No, Tony sa che l’evento irrimediabile lo ha esiliato in un mondo di malinconia. I video di Lisa, gelosamente conservati sul suo laptop, costituiscono una testimonianza invalicabile di ciò che è stato e non sarà più.

Negli ultimi sei episodi di After Life tornano tutti i personaggi delle stagioni precedenti, ad esclusione della giornalista Sandy e dell’inqualificabile psicoanalista di Tony e Matt. Non compare nemmeno la simpatica prostituta Daphne in arte “Roxy”. Tuttavia, la ragazza è citata di continuo dal postino Pat, il suo fidanzato, non proprio soddisfatto dell’attaccamento della partner alla professione.

Dopo le restrizioni dovute al coronavirus la vita a Tambury riprende “normalmente”. Ogni giorno Tony spartisce per qualche minuto la panchina del cimitero con Anne, l’anziana vedova che gli dispensa consigli e lo esorta a non lasciarsi andare. Lenny, il fotografo ufficiale della Gazette, affettuosamente equiparato da Tony a un informe mostro marino, è ancora fidanzato con June. Kath, alla perenne ricerca di un’anima gemella, colleziona primi appuntamenti a dir poco disastrosi. Intanto un’amicizia si consolida. James, il figlio ormai adolescente di June in cerca di indipendenza, accetta la proposta di Brian, l’accumulatore seriale già cultore di film hard amatoriali, e va a vivere a casa sua (June, sua madre, è talmente felice da pianificargli il trasloco). Ken, l’animatore della locale compagnia teatrale, che annovera tra i suoi ranghi anche James e Brian, continua a sognare in grande, mobbizzando i suoi attori dilettanti. L’unica novità è rappresentata dalla sostituta di Sandy, Coleen, ex cassiera di un minimarket fallito a causa del Covid.

Anche nella terza stagione Gervais si serve delle interviste per raccontare assurdità esistenziali e nonsensi sociali. Tambury pullula di strampalate coppie e spiazzanti casi umani. Abbiamo l’uomo, giovane, disoccupato e in attesa della pensione anticipata, espulso da un All You Can Eat per condotta irregolare (che male c’è nell’abbuffarsi di carne di manzo, per sette ore di fila, al modico prezzo di dieci sterline?); abbiamo l’attempata coppia di scambisti che invita Tony, Lenny e una disorientata Coleen ad assistere ai loro giochi dall’angolo visuale del voyeur; abbiamo la vedova truffata da un falso esattore, irrintracciabile dalla polizia, che cammina per le strade della cittadina con il tatuaggio “made in Britain” stampato in fronte. A volte il ridicolo cede il passo alla tristezza. Le parole di anziani innamorati, ritrovatisi dopo anni di separazione, rimestano in Tony il ricordo della moglie perduta.

After Life è una serie costruita sulle macerie di una vita che non è più vita. Il canovaccio è ripetitivo, benché inserito in un contesto socio-economico modificato dagli eventi. L’Inghilterra post-Brexit stavolta è anche post-Covid. Gli affitti, come ben sa Coleen, sono saliti alle stelle, i pub riflettono la noia provinciale delle periferie e forse non sono il luogo migliore per festeggiare il proprio compleanno. Incontrare persone nuove a Tambury non è semplice e ci si deve affidare… agli spiccioli da inserire nel parchimetro.

La mission di Gervais, demolire luoghi comuni, mode e convenzioni, servendosi del suo alter ego, non cambia. Lo sport amatoriale non ne esce indenne. Matt, racchette alla mano, è regolarmente umiliato da un cattivissimo Tony, che è pure ben lontano dal poter essere definito un atleta portentoso (“Sembri Maradona, ma non negli anni Ottanta, Maradona prima di morire, anzi, già morto”, lo rimprovera Matt). Ritorna anche la presa in giro della filosofia think positive, con Kath costretta ad abbandonare il corso di “Yoga della risata” perché, con le sue lacrime, rovina l’atmosfera. Chi ama Tony? Solo i fragili, gli umiliati e coloro che riconoscono la propria debolezza. Il feeling con Kath è un fatto conclamato. In Coleen individua una persona decisamente più sfortunata della media. In un anziano smemorato, ospitato dalla casa di cura “Foglie Autunnali”, rivede il padre e, in qualche modo, si fa da lui adottare dopo averlo adottato.

Ascoltiamo cosa dice Matt: “sei un virus”. Sopravvivere a Tony equivale a superare un test per diventare migliori. Anche Emma, passando attraverso le forche caudine di una relazione impossibile, impara a conoscere se stessa e a indirizzare il suo desiderio verso ciò che realmente vuole.

Eppure Tony, con gradualità e sofferenza, si trasforma. E approda a una consapevolezza nuova. Il suo rapporto con la morte cambia. I propositi suicidi, un leit-motif delle stagioni precedenti, sono ormai svaniti. I motivi per andare avanti prendono la forma di creature viventi e oggetti concreti, un cane fedele, una trombetta da stadio, una scacchiera comprata per alimentare una dolce illusione. La felicità sta nell’insegnare agli altri quanto potere abbia una parola liberatoria. O nel farsi strappare una promessa da un bambino con pochi capelli in testa.

Allo scettico e diffidente Tony, convinto che non esistano né gli angeli né il paradiso, potrebbe forse piacere la concezione della “grande morte” tipica dello zen. Citiamo un detto ripreso da Byung-Chul Han nel suo Filosofia del buddhismo zen: “Solo quando il morto che è in te viene ucciso del tutto, solo allora ti scoprirai vivo; e solo quando il vivente che è in te sarà completamente vivo, solo allora vedrai te stesso come morto”. Il filosofo coreano illustra poco più avanti il passaggio, commentando che il vivente resta un morto fin quando la morte non è uccisa, ovvero fin quando la morte si oppone alla vita. Chi uccide la morte non vive più l’evento fatale come una catastrofe. Questo è l’esito e, in definitiva, il senso di After Life: riconoscersi, appunto, non eterni, bensì, per usare un’espressione di Han, totalmente mortali.

Tra le crepe del nichilismo (annaffiato da litri di alcool) si insinua, timidamente, una strana felicità. “Sono stato fortunato ad essere vissuto nella stessa epoca di Lisa” è la frase più rappresentativa dell’intera serie. L’episodio finale, a prima vista una cessione di sovranità alla sfera delle emozioni, è a ben vedere la risposta conclusiva di After Life, del tutto razionale, al caos folle della quotidianità.

Non a caso, il luogo scelto per portare a termine la missione “terrena” di Tony è il microcosmo di una fiera strapaesana. Qui tutti i frammenti si incastrano. I pazzi possono scambiarsi vicendevolmente una carezza, i delusi in amore si aprono alla speranza, i perdenti rialzano la testa, i prepotenti sono puniti. Tony sblocca le situazioni sospese con un gesto di apparente generosità. Ma anche la generosità è un sentimento riferibile all’ego. No, per comprendere al meglio la decisione di Tony, dobbiamo pensare all’estinzione di un debito. O immaginare lo smaterializzarsi, l’estinguersi dello stesso Tony così come l’abbiamo conosciuto. La sequenza di chiusura, sul prato, è emblematica. Per citare un haiku del maestro Kobayashi Issa, bisogna aver fiducia / i fiori appassiscono, sfioriscono / ciascuno a proprio modo. Tony svanisce, scompare, attraversa l’effimero.

Il filo narrativo di After Life è esile, eppure abbastanza forte da legare le gag, salvo alcune un po’ troppo sopra le righe, in una sitcom coerente. Gervais ha saputo dosare bene gli elementi in termini di minutaggio, diciotto episodi complessivi per trenta minuti l’uno. Se After Life è un esperimento riuscito di black comedy, lo dobbiamo alla selezione di brave attrici e attori, comici e non, che Gervais ha imbarcato nel progetto, Diane Morgan, David Earl, Joe Wilkinson, Colin Hoult, Tony Way, Tom Basden, Laura Patch, Ashley Jensen, Jo Hartley. E lo dobbiamo anche alle oculate scelte musicali di Gervais. La splendida Both Sides Now di Joni Mitchell è un commiato perfetto. Ormai ho guardato la vita da entrambi i lati / Vincere o perdere e ancora in qualche altro modo /
Sono le illusioni della vita ciò che ricordo.
Va bene la poesia, direbbe Tony, però guardate da entrambi i lati anche quando attraversate la strada. E tenete qualcosa a portata di… tiro.

Titolo originale: After Life – Season 3
Numero di episodi: 6
Durata: 30 minuti l’uno
Distribuzione: Netflix
Distribuita: 14 gennaio 2022
Genere: Black Comedy, Sitcom

Consigliato a chi: conosce la differenza tra giocare a scacchi e muovere i pezzi; quando cena non poggia i gomiti sul tavolo; non nasconde mai la cenere, anzi le ceneri, sotto il tappeto.

Sconsigliato a chi: è maldestro con le posate; trova asfissianti i monolocali; ha delle rimostranze sui pantaloni dei toreri.

Letture e visioni parallele:

  • Un libro per bere, sanguinare, ballare e amare di più: Marian Donner, Manuale di autodistruzione, Il Saggiatore (2019)

  • Un modo originale per elaborare il lutto: Tsunami in Giappone, un telefono per l’aldilà (disponibile su Arte.tv)

Una citazione di Anne: “Nella vita mi sono preoccupato di molte cose che non sono mai accadute” (Mark Twain).

Un capo di abbigliamento: il maglione di cachemire di Matt.

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