Judas and the Black Messiah

Judas and the Black Messiah **1/2

Il primo lungometraggio, Newlyweeds, presentato al Sundance nel 2013 e segnalato agli Independent Spirit Awards, poi un paio di cortometraggi e tanta tv, per il regista Shaka King: Judas and the Black Messiah diventa così una sorta di nuovo inizio, prodotto da Ryan Coogler per la Warner Bros, a partire da una storia, che i fratelli Lucas avevano proposto ambiziosamente, ad A24 e a Netflix, come un incrocio tra Il Conformista di Bertolucci e The Departed di Scorsese.

Il film racconta gli ultimi mesi di vita di Fred Hampton, chairman della sezione di Chicago delle Pantere Nere, il movimento politico antirazzista, rivoluzionario e socialista, fondato da Bobby Seale e Huey P.Newton a Oakland, in California nel 1966 e poi diffusosi in tutti gli Stati Uniti alla fine degli anni ’60 e nei primi anni ’70, nonostante l’ostracismo di Hoover e dell’FBI, che l’ha sempre considerata un’organizzazione terroristica e reazionaria, non dissimile dal KKK.

Hampton, che guidava la colonna dell’Illinois con la sua retorica trascinante e con le iniziative di sostegno alla minoranza afroamericana locale, fu il promotore, nell’aprile del 1969, della cosiddetta Rainbow Coalition, capace di unire ai Black Panther anche il proletariato bianco e i gruppi portoricani e latini, contro i soprusi della polizia e le disuguaglianze sociali già allora enormi.

Arrestato più volte, liberato e quindi condannato a cinque anni di galera, proprio mentre la sua compagna, Deborah Johnson era sul punto di dare alla luce il loro primo figlio, la storia di Fred Hampton è raccontata attraverso gli occhi di Bill O’Neal, un ladruncolo d’auto, incastrato dall’agente Roy Mitchell dell’FBI e costretto ad infiltrarsi nell’organizzazione delle Pantere Nere, per fornire informazioni che il Bureau utilizzava per indebolire il movimento, non solo con retate e irruzioni, ma anche con la controinformazione.

O’Neal era salito di grado all’interno del gruppo, fino a diventare il responsabile della sicurezza e godeva della piena fiducia di Fred, ma era manipolato costantemente dal suo contatto all’FBI che, con minacce e promesse di denaro, riusciva sempre ad ottenere quello che Hoover chiedeva, per incastrare il Black Messiah di Chicago.

Tuttavia se all’inizio O’Neal sembra impermeabile allo spirito rivoluzionario delle Pantere Nere, pian piano il suo coinvolgimento nel movimento appare più convinto e profondo, fino a spingerlo ad una tardiva, ma lacerante confessione televisiva alla fine degli anni ’80, dopo aver passato oltre quindici anni nel programma di protezione testimoni.

La radicalizzazione dello scontro politico americano che ha prodotto il riemergere di gruppi razzisti, complottisti e suprematisti, e che ha avuto nella presidenza Trump il simbolo e il precipitato di una deriva massimalista, ha prodotto come risposta culturale, una serie di titoli che sono tornati a raccontare a cinema anni altrettanto tumultuosi e controversi di quelli che abbiamo vissuto.

Film come Da 5 bloods, BlackKklansman, Sorry To Bother You, One night in Miami, Il processo ai Chicago 7, il dittico di Jordan Peele, Get Out e Noi, e quello di Barry Jenkins, Moonlight e Se la strada potesse parlare, Queen & Slim, la serie When They See Us, i documentari  I’m Not Yout Negro e 13th, persino il biopic Seberg o Detroit della Bigelow hanno cercato di raccontare episodi della storia e della cultura afroamericana, dalla parte delle minoranze oppresse, dei gruppi politici radicali, senza più nascondere la brutalità atroce e razzista della polizia e delle istituzioni bianche, rispondendo alla radicalità rinnovata dello scontro politico americano, con film altrettanto netti.

Ed è difficile dimenticare il lavoro magnifico di Steve McQueen sulla comunità afro-caraibica di West London, immortalato nei cinque episodi di Small Axe, certamente uno dei racconti più emozionanti e necessari della stagione.

In questo contesto il lavoro di Shaka King cerca di smantellare i clichè con cui Hollywood ha sempre dipinto il movimento delle Pantere Nere e i suoi militanti, spesso rappresenti come figurine monodimensionali col pugno alzato, le armi in pugno e le giacche di pelle. Basterebbe ritornare alla scena del party notturno del movimento, immortalato da Forrest Gump, con toni da caricatura, per comprendere quanto diversa sia ora l’attenzione verso quei movimenti degli anni ’60.

Judas and the Black Messiah cerca di mostrarci come Hampton e gli altri militanti cercassero di essere invece leader della loro comunità, impegnati in un programma di riforme sociali e attivismo che si fondava su una filosofia di autoaffermazione e autodeterminazione delle minoranze.

Il film non nega neppure la retorica anti-poliziesca di Hampton e i suoi metodi violenti, cercando appunto di fornire un ritratto, per una volta, articolato e complesso del movimento.

Il lungometraggio di Shaka King non è certamente accostabile al capolavoro di Bertolucci, ma certamente si ritaglia il suo spazio autorevole, in questa stagione travagliata, grazie all’efficacia della sua messa in scena, alla sicurezza della sua direzione d’attori e all’onestà con cui racconta questa storia di tradimento e sopraffazione.

Daniel Kaluuya, uno dei volti simbolo di questa new wave afroamericana, è un Fred Hampton convincente, umano, colto nella sua dimensione pubblica, ma anche in quella privata di compagno e prigioniero.

Non meno efficace Lakeith Stanfield nel ruolo di Wild Bill O’Neal, il giuda tormentato di questa storia, perfettamente a suo agio nell’impersonare il militante e la spia, sempre ambiguo sulle sue motivazioni.

Altrettanto indovinato, Jesse Plemons, nel ruolo dell’agente Mitchell dell’FBI, mellifluo e accomodante quando serve, minaccioso e insinuante, quando è costretto: un altro piccolo ruolo determinante, per uno dei caratteristi più camaleontici della sua generazione.

L’uscita italiana e le modalità di distribuzione non sono ancora state annunciate.

In ogni caso, un film che vi consigliamo di non mancare.

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