Da 5 Bloods – Come fratelli

Da 5 Bloods – Come fratelli **

Quattro veterani della sporca guerra, ritornano in Vietnam ai giorni nostri, con un doppio obiettivo: localizzare il loro caposquadra e leader ideologico e morale, Stormin’ Norman, deceduto durante una missione suicida, per recuperare una cassa di lingotti dal relitto di un C-47, e mettere finalmente le mani su quell’oro seppellito e poi disperso, a causa dei bombardamenti al napalm.

Otis, Paul, Eddie e Melvin sono quattro sessantenni, che soffrono ancora degli incubi di una giovinezza perduta, in mezzo alla giungla. Hanno gli acciacchi dell’età, problemi di lavoro e familiari lasciati negli Stati Uniti, mentre amori e figli, riemergono dal passato. Sono divisi anche dalla politica, perchè il gigante Paul ha votato Trump e gira con il famoso berretto rosso con la scritta Make America Great Again.

Tuttavia quello che conta è ritornare a Saigon, per un ultimo hurrah, un’ultima avventura assieme, per rendere onore al loro compagno e per il tesoro.

Si accordano così con un francese vestito di bianco, per cambiare l’oro in dollari e si avventurano con una guida vietnamita, verso il luogo dove uno smottamento recente ha fatto riemergere i resti di un C-47, che potrebbe essere proprio quello del 1971.

Nel frattempo David, il figlio rinnegato di Paul, scoperta la missione del padre, lo raggiunge in Vietnam e si unisce al gruppo, facendo conoscenza lungo il viaggio con una francese, Hedy, che ha una ONG impegnata a identificare e far brillare le mine ancora esistenti nelle zone di guerra.

Prendendo spunto, come è evidente, dal classico di John Huston, Il tesoro della sierra madre, saccheggiato da settant’anni senza alcuna remora, il film nasce da una sceneggiatura scritta nel 2013 da Danny Bilson e Paul De Meo, per Oliver Stone, il regista americano che più ha lavorato sul Vietnam e sull’eredità culturale e politica della guerra.

Solo che Stone ha preferito accantonare il progetto e lo script è stato inviato a Spike Lee, quando ha dichiarato di considerare il film di Huston come uno dei suoi preferiti.

Il regista newyorkese, impegnato allora su BlacKkKlansman, ha coinvolto così lo sceneggiatore Kevin Willmott, per riscrivere e adattare il copione originale, trasformando il cast in un gruppo di fratelli neri e aggiungendo tutte le digressioni politiche, che incorniciano il film e ciascun suo atto.

Da 5 Bloods si apre così con le famose immagini di Muhammad Ali, che rifiuta la chiamata dell’esercito e si rifiuta di partire per il Vietnam, e si chiude con le parole di Martin Luther King, a New York nel 1967: “Siamo convinti che l’America non sarà mai libera o salvata da sé stessa, se i discendenti degli schiavi non saranno liberati dalle catene che ancora li legano”.

Lee ci tiene a legare le bugie e gli errori del passato a quelle di oggi, dipingendo il ritratto di un’America che rimane matrigna e violenta, nonostante sia passato mezzo secolo dagli orrori del Vietnam.

Cinematograficamente, Da 5 Bloods paga all’inizio un omaggio dichiarato ad Apocalypse Now, ma poi sceglie una strada propria, e punteggia flashback e intermezzi politici con un alternanza di formati che sfrutta la versatilità della visione casalinga. Solo che, se le scene di guerra hanno un formato quadrato e sgranato a imitare i reportage in 16mm di allora, non si comprende perchè invece il resto della storia si divida in scene da 1,85:1 e 2,35:1.

La confusione dei formati è la stessa del film, che mescola l’invettiva personale, il pamphlet politico, l’avventura picaresca, il film di guerra, il melò familiare e lascia molto evidente quello che era nello script originale rispetto a quello che è stato aggiunto successivamente, con una vitalità e un’irruenza che consentono quasi di dimenticare una linea narrativa molto pasticciata e una serie di svisate e di cadute di tono, che alla lunga finiscono per stancare, nel corso delle sue due ore e trentacinque minuti di durata.

Indovinata invece la scelta di lasciare, nei flashback, gli attori protagonisti, senza ringiovanirli e senza sostituirli con altri, affiancandoli così allo Stormin’ Norman interpretato dal più giovane Chadewick Boseman, e creando un cortocircuito, che sembra evocare la logica del ricordo e del sogno.

Chi dal Vietnam non è mai tornato è rimasto per sempre giovane. Gli altri sono invecchiati, hanno fatto errori, ma non hanno dimenticato.

E’ una scelta che dimostra la fiducia nel cinema e nella sua capacità di affabulare e annullare qualsiasi distanza e nascondere qualsiasi trucco.

L’urgenza del film di Lee, la sua capacità di arrivare al momento giusto, in un paese devastato dalle proteste per la morte di George Floyd, fa gioco su tutto?

La risposta all’interrogativo la lasciamo a voi. A noi pare che, rispetto a BlacKkKlansman, questo Da 5 Bloods resti almeno un paio di passi indietro e sia complessivamente un film minore, nella lunga filmografia del regista di Fa’ la cosa giusta.

Nonostante la sua generosità, che straborda da ogni inquadratura e che riempie il film di temi, digressioni, generi, fino a renderlo un lavoro eccessivo e confuso.

E nonostante un paio di attori sensazionali: Clarke Peters, che i cultori di The Wire saranno felici di ritrovare, che interpreta Otis, il più pacato tra i quattro, la mente del piano e Delroy Lindo, un Paul monumentale, soprattutto nel finale allucinato e intimidatorio, quando insegue la sua ossessione, a dispetto di ogni legame e di ogni ragione.

Come spesso è successo anche in passato, Spike Lee è bravissimo a raccontare personaggi ripugnanti e controversi, senza lasciare mai che il loro ruolo di villain li appiattisca, in una rappresentazione univoca e stereotipata.

Dentro Paul c’è un intero universo, un magma emotivo fatto di senso di colpa, rivalsa, vergogna, paternità, paura, gelosia, rabbia, abbandono.

Peccato che il cinema non abbia regalato a Delroy Lindo, soprattutto negli ultimi vent’anni, ruoli di questo spessore, costringendolo a ripiegare sulla tv e su progetti che non valevano il suo talento.

Le sue confessioni, guardando in macchina, restano tra le cose più inquietanti del film e forse sono l’unica immagine che resta, alla fine dei titoli di coda.

Tuttavia per un film che pretende di riscrivere la storia dalla parte giusta, restituendo ai soldati di colore l’onore perduto e il loro vero ruolo nel conflitto, la rappresentazione degli ‘altri’ è quanto mai superficiale e rozza.

Non solo il villain interpretato da francese Jean Reno è un concentrato di stereotipi, ma soprattutto l’immagine che il film dà dei vietnamiti, durante il conflitto e ancora oggi, appare stucchevole e problematica a dir poco.

Non è un caso se lo scrittore, premio Pulitzer, Việt Thanh Nguyễn ha scritto sul New York Times un editoriale molto critico: “Da 5 Bloods clearly aspires to be a movie that jabs at American racism and imperialist warmongering, but whereas it succeeds at the former, it fails at the latter. In putting Black subjectivity at the center, Lee also continues to put American subjectivity at the center”.

Purtroppo l’ossessione di voler riscrivere la storia dal proprio piccolo angolo identitario, finisce per escludere tutti gli altri e così si cade nell’errore di sempre.

Indovinata invece la scelta di inserire all’interno della onnipresente e fastidiosa partitura di Terence Blanchard, molti pezzi dell’album di Marvin Gaye, What’s Going On, scritto proprio nel 1971 sull’onda emotiva della Guerra del Vietnam e sposando il punto di vista dei reduci, costretti a confrontarsi con la povertà, l’ingiustizia e l’odio razziale nel proprio Paese.

Come ha scritto Tony Scott sul New York Times, la forza di Spike Lee, come regista politico, è sempre stata nella sua “capacità di dare vita caotica alle contraddizioni, anziché risolverle in modo ideologico”.

Purtroppo in questo caso non ci riesce per nulla, anzi il furore ideologico tradisce la “bella confusione su cui questo Da 5 Bloods è stato edificato.

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