After Life 2: la morte esorta a vivere ancora

After Life 2 ***

Seduto alla solita panchina in compagnia di Anne, Tony Johnson ammette di non aver capito “se c’è un modo per infastidire le persone anche da morto” e allora, nell’incertezza, “continua a farlo da vivo”. Ricky Gervais ha invece compreso benissimo che After Life, la serie Netflix di sua ideazione, giunta alla seconda stagione e già confermata per un ulteriore capitolo, funziona alla perfezione. Cambiare il format non avrebbe molto senso. Inutile quindi cercare innovazioni nei nuovi episodi. L’ambientazione, la cittadina fittizia di Tambury, è sempre la stessa, e i personaggi, salvo qualche figura minore, sono tutti ampiamente noti ai fan della prima ora.

A bene vedere, un leggero cambiamento c’è stato. After Life è una serie costruita attorno ad un battitore libero, il comico Ricky Gervais alias Tony, una scelta che, almeno nella stagione d’esordio, comportava un sacrificio degli altri, attori e attrici di valore costretti dall’inarrestabile egocentrismo del mattatore a restare un passo indietro e a essere funzionali alle mosse del protagonista assoluto. Nella seconda stagione, Gervais concede qualcosa di più ai suoi gregari. Benché al centro della narrazione si confermi il dramma umano del giornalista del Tambury Gazette e ritorni con insistenza il tema dell’impossibile elaborazione del lutto, allo spettatore è consentito sbirciare nelle vite di Matt, Lenny, Pat, Sandy, Kath, Roxy… Inoltre, è proprio il rude Tony a stimolare le confessioni di alcuni di loro invitandoli al caffè adiacente la redazione del giornale. Ed è ancora lui ad esortare Anne ad uscire di casa e a fare da trait d’union tra anime alla deriva. After Life era e resta (per fortuna!) una black comedy densa di cinismo e di sano humour nero, tuttavia la delicata torsione in senso “umanistico”, se così si può dire, è degna di nota.

Sulle vite di molti tira un brutta aria. Tanto per cominciare, il matrimonio di Matt, direttore della testata nonché cognato di Tony, è in crisi. Il rasoio elettrico sulla sua scrivania non passa inosservato: Matt dorme in ufficio. Lenny, il fotografo del Tambury Gazette, constatato lo stato di abbattimento del capo, gli propone di andare a dormire nella sua casa popolare ormai vuota. Lenny, interpretato dal paffuto attore comico Tony Way, convive ora con Jill, madre di James. Vi ricordate James, l’adolescente obeso che suonava il flauto con il naso? Bene, nonostante la sua conclamata inettitudine, il ‘ciccione’ è stato assunto in prova da Matt al giornale. La serie non ama il politically correct, quindi non meravigliamoci se dalla bocca di qualcuno escono termini o epiteti ‘forbiti’…

Povero Matt, stavolta tocca proprio a lui sdraiarsi sul lettino dello psicanalista. Tony Gervais si diverte nel porre a confronto due caratteri antitetici, il mite e timido direttore di provincia impersonato da Tom Basden, volto noto della tv inglese, con lo scatenato, scurrile e volgarissimo strizzacervelli interpretato da Paul Kaye, già Thoros di Mir in Game of Thrones. “Non so se psicanalizzarti o portarti dal veterinario per farti abbattere”: battuta cult. Se Matt si professa innamorato della moglie rivelando la sua ontologica monogamia, il barbuto psicanalista trascorre serate che definire di baldoria è un eufemismo. Prodezze sessuali illustrate con dovizia di dettagli al costernato paziente.

E voi lo fareste un picnic nel giardino di un altro durante l’orario di servizio? Chiedereste mai la cortesia di utilizzare il bagno altrui per calarvi nella vasca riempita di acqua calda? Beh, Pat lo ha fatto, a casa di Tony. Joe Wilkinson, ennesimo stand-up comedian alla corte di Ricky Gervais, veste i panni di uno sciroccato postino, metà hipster metà barbone, personaggio che aumenta il suo raggio d’azione rispetto alla prima stagione, in parallelo con Daphne, l’intelligente prostituta (definizione da lei stessa sponsorizzata in opposizione al triviale ‘puttana’), amica di Tony e presenza mattutina fissa nella sua cucina. Daphne, in arte “Roxy”, ha il volto rubicondo ed espressivo dell’attrice comica Roisin Conaty. Daphne accetterà l’invito a cena di Pat? I due diventeranno mai una coppia? Oltre a loro, nella trama prende quota anche Brian, il delirante accumulatore seriale che approfitta di uno spettacolo di cabaret locale per raccontare le sue barzellette terribili.

Gervais, nell’inserire l’elemento del cabaret, omaggia l’antenato della stand up comedy televisiva, un lampo di autocoscienza. Ken Otley, il produttore fallito alla testa di una scalcinata compagnia di attori locali improvvisati, compreso il pingue James in improbabile costume da ballerino, sciorina  aneddoti oscillanti tra il gossip e il paranormale alla giovane Sandy, ultima arrivata in redazione e talento sprecato. Ne uscirà un articolo degno di questo nome? Mandeep Dhillon, reduce da un ruolo in Star Wars: The Rise of Skywalker, acuisce la caratterizzazione di ragazza single e infelice. Non troppo diversa da lei, nonostante i differenti look, è Kath, l’addetta alla raccolta pubblicitaria che confessa a Matt di essere disposta a trascorrere con lui un dopocena in allegria. Diane Morgan, la Tess della sottovalutata Utopia, serie britannica di qualche anno fa, è l’unica ad abbracciare Tony quando sa della morte del padre, da anni ricoverato nella casa di cura Autumnal Leaves, foglie autunnali.

Se Kath è l’unica a regalare un abbraccio a Tony, non è perché i suoi colleghi siano insensibili.  Tony, nel suo stile, chiede espressamente di essere esonerato da gesti di compassione e Kath, per puro accidente, è la sola a non essere informata della regola. Già, Tony è un uomo di regole rigidissime, quasi monacali, in cima il divieto autoimposto di dimenticare sua moglie e l’imperativo di omaggiarne la memoria ogni sera, rivedendo vecchie riprese, un leitmotiv che conosciamo fin dagli esordi della serie. Sul suo laptop scorrono scene di matrimoni e compleanni e poi monologhi della stessa Lisa filmati durante il ricovero in ospedale. “Mi manca il non fare niente con lei”, dice Tony. Non qualcosa di speciale, semplicemente l’atto di stare al suo fianco, la sensazione di un corpo, di una mente, di un cuore che batte.

In Dove lei non è, Roland Barthes scrive che il tempo non allevia il dolore e il lutto non ha fine. Il tempo non aiuta a superare nulla, a parte gli aspetti emotivi della sofferenza. Tony riceve la notizia della morte del padre durante la rappresentazione teatrale, quando i cittadini di Tambury, raccolti nel centro sociale, riescono a essere una specie di comunità. Tony si porta appresso la sua maledizione di uomo solitario, assuefatto al vuoto, abituato alla perdita. La prima stagione, però, si troncava sulla soglia di una possibile svolta: il burbero vedovo si accorgeva della gentile infermiera Emma (Christina McKinney in Ugly Betty), Tony ed Emma sanno di piacersi, ma nella seconda stagione le titubanze di lui rischiano di favorire un terzo incomodo, Simon, un bellimbusto dall’aspetto di “bancario, che -commenta Tony- “gode quando fa i pignoramenti”. Se la relazione non decolla è a causa del pensiero, persistente e straziante, di Lisa. L’unica conquista, dice Tony, di cui può andare fiero nella sua vita.

E poi, c’è il cane che fu di entrambi. “Percorriamo il viale per, sì e no, cinque minuti, fino al punto in cui termina d’essere viale e, di una strada dal largo tracciato, come il viale, provvista di corsia per biciclette ma non ancora massicciata e con il fondo di ghiaietta, che a destra, tra appezzamenti boscosi situati più in basso, conduce verso il pendio delimitante a est la nostra zona rivierasca, teatro della vita di Bauschan”. Se sostituiamo Brandy a Bauschan, potremmo pensare che questa descrizione di una passeggiata mattutina appartenga alla penna di Tony anziché a quella di Thomas Mann (il brano è tratto da Cane e Padrone del 1919). “C’è tanta quiete perché tutti e due ce ne stiamo in silenzio”. Si, il silenzio, a cospetto dell’umile e fedele Brandy, è necessario. In esso viene tacitato l’inutile chiacchiericcio quotidiano e parla soltanto il ricordo.

In ogni episodio, routine consolidata, Tony e Lenny incappano in un caso umano da promuovere a notizia del Tambury Gazette. L’intervista ad un malconcio pensionato, reo di aver scambiato un raccoglitore di feci canine per la cassetta della posta, rappresenta il pretesto per descrivere l’abisso di solitudine, esistenziale e sentimentale, in cui può sprofondare un uomo a causa delle barriere erette dalla propria mente. Un cinquantenne che si identifica in una scolaretta di otto anni è l’innesco per una riflessione di Lenny sulla scomparsa dei travestiti dall’orizzonte delle deviazioni sessuali. Davanti a un’anziana donna esperta del linguaggio soprannaturale dei gatti, tanto da dialogare con il felino di casa, Tony scorge il pretesto della chiamata comprendendone il movente: vedere stampati sulla pagina del giornale i nomi dei cari estinti. È un’umanità derelitta e sbandata, dispersa nel mare magnum dei flussi informativi, timorosa dell’oblio e della dimenticanza. Un’umanità che attira la sofferta empatia di Tony. La morte esorta a vivere, ancora.

La tristezza può essere affrontata a colpi di torta, una gaffe al pub è più terapeutica di una seduta dallo psicanalista (soprattutto se questi formula slogan trumpiani del tipo “i maschi alfa salvano le nazioni”). A proposito di tristezza, la musica continua a svolgere un ruolo fondamentale: non si potrebbe pensare ad After Life senza includere questa componente espressiva. La musica rientra nella costruzione della serie in un’accezione schopenaueriana, come superamento del sensibile, del detto, del rappresentabile. I brani di Hammock, Balmorhea, Sufijan Stevens, Billy Joel, Jackson Browne, David Bowie e altri, sempre opportuni, toccano nel profondo e sono essi stessi racconto.

Non troveremo la Brexit o temi di immediata contingenza in After Life, il mondo esterno al massimo fa capolino grazie al volto incorniciato della Regina. Che sia questa la miglior raffigurazione dell’attuale Gran Bretagna, una nuvola di microcosmi che bastano a se stessi? Anche la decisione del proprietario del Tambury Gazette di voler chiudere la testata non pare riferirsi a questioni del presente, ad esempio la crisi della carta stampata, risulta piuttosto uno spunto che Gervais utilizza per approfondire la caratura umana del suo personaggio, il suo feeling con gli umili, i feriti e i derisi, un sentimento che, comunque, non cancella la sferzante caricatura riservata all’amoralità dei vincenti e alla sicumera dei presuntuosi. “Siamo il più grande gruppo di perdenti mai visti”. È infatti Tony a promettere di prendersi sulle spalle il futuro dei suoi colleghi.

In definitiva, Ricky Gervais, nonostante le potenzialità offerte dall’attuale situazione politica della madrepatria, non sfrutta l’occasione e non osa di più. After Life è satira sociale impacchettata nella confezione di Netflix, una serie adorabile ma ripetitiva. A Gervais vanno le lodi per la scelta di insistere sull’argomento con il giusto mix di dolcezza e amarezza. Parlare di morte (e di suicidio) nell’Occidente tecno-ottimista sta diventando un tabù, bene allora rispolverare la malinconia, il timore, il rimorso, la risata che anticipa o previene il pianto.

TITOLO: After Life – Seconda Stagione
NUMERO DI EPISODI: 6
DURATA DEGLI EPISODI: circa mezz’ora l’uno
DISTRIBUZIONE: Netflix
DATA DI USCITA in ITALIA: 24 aprile 2020

GENERE: Black Comedy

CONSIGLIATA A CHI ama le barzellette sugli elefanti, è un campione nell’affibbiare soprannomi agli amici;

SCONSIGLIATA A CHI non troverebbe mai un difetto nel proprio istruttore di yoga, negli approcci al bar ha rimediato solo brutte figure;

VISIONI E LETTURE PARALLELE:

– Gli spassosi outtakes della seconda stagione, disponibili su Youtube: non perdeteli;

– Uscire da una crisi e ricostruire se stessi, al margine della morte e della malattia: Sergio Nelli, Ricrescite, Tunuè, 2018;

– Un anziano pescatore vede il mondo svanire attorno a sé. O forse è lui a essere già svanito? Jon Fosse, Mattino e sera, La Nave di Teseo, 2019.

UNA SCENA: Anne che si alza dalla panchina e, chiacchierando, passeggia con Paul. La rivoluzione umana inizia dalle piccole cose.

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