When They See Us: quando il giudizio è già nello sguardo

When They See Us ***1/2

“Qui non si parla più di giustizia, avvocato, ma di politica, e in politica conta sopravvivere. E non c’è niente di giusto nel sopravvivere”. Quando il sostituto procuratore Elizabeth Lederer pronuncia queste parole, nel secondo episodio di When They See Us, la verità arriva chiara e limpida alle orecchie di Mickey Joseph, legale di Antron McCray, giovane imputato chiamato ad affrontare un processo terribile. Lederer è la pubblica accusa e i cinque ragazzi alla sbarra davanti a lei, quattro afroamericani e un ispanico, sono già condannati in partenza. La bianca e bionda Lederer è il braccio armato di una volontà superiore. Bianca e bionda è anche Linda Fairstein, spietata virago a capo dell’unità crimini sessuali della Procura, mossa da istinti di vendetta per nulla velati.

Siamo nel 1990 e NYC è attraversata da un’ondata di isteria collettiva. Un anno prima, in un’infame serata di metà aprile, una jogger, anch’essa bianca e bionda, è brutalmente aggredita e stuprata da un presunto “branco” di giovani teppisti a Central Park. Trisha Meili viene ritrovata nuda, legata, quasi dissanguata, molte ore dopo, all’alba, in stato di ipotermia. La ventottenne operatrice finanziaria sopravvive per miracolo, ma riporta danni fisici e neurologici molto seri. Il caso è la goccia che fa traboccare un vaso già ampiamente colmo. La polizia conia un termine, forse preso in prestito dallo slang di qualche gang, forse frutto di un fraintendimento lessicale, per dare un nome alla moda del momento: wildings, che in questa serie è reso con lo sgraziato brancheggiare. In wildings c’è, in rilievo, una radice di selvaggia efferatezza, il ritorno allo stato di natura, una violenza senza senso esibita dalle bande armate come moda. L’opinione pubblica si scatena contro l’amministrazione e chiede a gran voce ordine, disciplina e sicurezza. Qualcuno compra quattro inserzioni sui principali giornali della città, invocando la reintroduzione della pena di morte nella giurisdizione dello Stato. Quell’uomo, un noto imprenditore, protagonista negli anni Novanta di numerosi insuccessi finanziari, si chiama Donald Trump.

Ava DuVernay, documentarista e filmaker, ha ripreso un caso celebre ancora molto dibattuto negli Stati Uniti, trasformandolo in una miniserie, un’opera magistrale per intensità e impegno. Risultato: quattro episodi densissimi, durissimi e memorabili. DuVernay è una militante nera, sostenitrice della causa dei diritti civili, regista di Selma nel 2014 e già legatasi a Netflix nella produzione e realizzazione del documentario Il XIII comandamento, sul fenomeno della diseguaglianza razziale nelle carceri americane. DuVernay colpisce nel segno e turba lo spettatore. Antron McCray, Kevin Richardon, Yusef Salaam, Raymond Santana Junior e Korey Wise, cinque ragazzi con pregi e difetti come tutti, cinque ragazzi innocenti, condannati senza lo straccio di una prova, cinque ragazzi tra i quattordici e i sedici anni, innamorati di Run Dmc e Public Enemy, strappati alle famiglie, alle amicizie, al futuro e consegnati alla barbarie del sistema concentrazionario americano, cinque martiri del sistema, cinque neri ridotti a ricoprire un ruolo, il medesimo, da secoli e secoli. Agli occhi della parte ricca della città, i cinque sono miseri ne(g)ri, relegati per naturale inclinazione, per genetica, al sottosviluppo, al crimine, alla devianza.

Non è semplice usare, e nemmeno scrivere, la parola ne(g)ro, ma tant’è. Di questo si parla in When They See Us, di incasellamento dell’uomo e della donna nel genere razziale e di etichettatura antropologica, all’interno di un sistema sociale basato, ora come sempre, sul meccanismo del capro espiatorio. A commento del pestaggio di Rodney King del 3 marzo 1991, la filosofa Judith Butler ha scritto di sguardo nerofobico che riproduce ‘il circuito della paranoia’. Rodney, a terra, massacrato dai colpi dei manganelli, è percepito dall’occhio altrui in termini di minaccia. Da vittima diviene aggressore. Ne(g)ro indica un nemico. “Perchè ci trattano così?”, è una domanda che aleggia nella serie, e la risposta è scontata, forte di un punto di domanda retorico e disperato: “Ci hanno mai trattati diversamente?”. Secondo Butler il campo visivo non è neutrale rispetto alla questione della razza. Il non-bianco è inquadrato in un categoria ai margini dell’umanità. Antron, Kevin, Yusef, Raymond e Korey vengono arrestati dalla polizia, chi la sera del fattaccio e chi il giorno dopo. Sono ragazzi che brancheggiano nei pressi di Central Park. Indistinguibili dalla folla di volti neri, di musi neri. Cinque funghi velenosi da estirpare con un taglio netto. La serie procede in maniera sequenziale e ci introduce nella macchina infernale della costruzione scientifica della colpevolezza.

Ava DuVernay in ogni frame inietta dosi di pietà, di rabbia e di sconcerto. Nell’episodio di apertura, la macchina da presa pedina i malcapitati nelle segrete stanze dove, per un giorno e mezzo, l‘habeas corpus è stravolto. I cinque ragazzi di Harlem, pescati a caso nella folla, sono anime allo sbando in balia del potere, o come direbbe il filosofo Agamben, cittadini declassati al rango di ‘nuda vita’ prepolitica. Le pratiche di interrogatorio ricordano da vicino quelle eseguite, qualche anno dopo, dalla CIA a Guantanamo. La pressione psicologica, affine alla tortura, partorisce una falsa verità, funzionale alle urgenze amministrative: sbatti il mostro in prima pagina, e poi in galera. “Ti prometto che, se firmi questa confessione, uscirai e non ti accadrà nulla”, “Il tuo amico la teneva? La stuprava? Era lui? Eri tu? Tu guardavi?”. “Cosa ti piace fare nella vita, Kevin? Il trombettista? Vuoi diventare come Miles Davis? Puoi ancora farlo. Firma, confessa e tornerai a casa. Tu desideri tornare subito a casa, vero?”. Nessuno, in qui giorni drammatici, ammette di essere l’attore materiale della violenza sessuale. Dietro ‘suggerimento’, degli inquirenti, ognuno punta l’indice su un altro, su un altro qualunque del ‘gruppo’. Le mere dichiarazioni vengono filmate. Ne risulta un’incredibile ammissione di colpa collettiva, confusa e non supportata da nulla, anzi, addirittura confutata dalle poche prove ammesse al processo (poi decisive, nel 2002, per attestare la colpevolezza, autentica, di Matia Reyes, reo confesso). I video, però, risultano decisivi nel modificare la percezione dei giurati. La condanne per i Central Park Five oscillano tra i sei e i quattordici anni.

When They See Us si avvale di una superba fotografia, garantita dall’estro accurato e mai sopra le righe del direttore Bradford Young, in precedenza collaboratore di DuVernay in Selma e candidato all’Oscar per Arrival di Denis Villeneuve (2016). Tonalità scure, colori untuosi, atmosfere cromatiche da trasmissione televisiva fine anni Ottanta: Young immortala un pezzo di storia americana filtrandolo con i paraocchi estetici della finzione catodica.

Perché questo è il messaggio che giunge a noi: tutto rientra nella finzione, nulla è comprensibile al di fuori della finzione, niente può esistere o consistere senza la finzione. Television, the drug of the Nation, cantava Michael Franti nei ruggenti Nineties segnati dalla guerra del Golfo di Bush padre. Era il tempo delle bombe “intelligenti”, dei raid aerei ultratecnologici, delle maschere antigas esibite in diretta dai giornalisti per suscitare l’emozione del pubblico, delle notti illuminate dai pozzi in fiamme nel deserto. Parimenti, lo sforzo esercitato contro la criminalità newyorkese, contro bande in lotta per il controllo del territorio, contro le rapine, le sparatorie, gli accoltellamenti e la diffusione dl crack, ha i connotati di una guerra interna, intestina, con inevitabili “effetti collaterali”. Il caso dei cinque di Central Park è una fake news primitiva ed efficacissima, confezionata dal potere a uso e consumo dei telespettatori del telegiornale della CBS o della NBC, per i lettori del New York Times. L’arresto e le successive condanne appagano la fame di sicurezza di cittadini portati all’esasperazione da un mix di reale disagio, ansia sociale indotta e conclamata impotenza delle istituzioni.

Le interpretazioni di Asante Blackk, Caleel Harris, Ethan Herisse, Jharrel Jerome e Marquis Rodriguez, cinque giovanissimi attori più affiatati del quintetto base dei Toronto Raptors, sono da manuale delle serie tv. Jerome, il Kevin Jones adolescente di Moonlight (2016), merita un elogio supplementare. Korey decide di seguire l’amico Yusef in commissariato per non abbandonarlo. L’ultimo episodio, della durata di un’ora e mezzo circa, quasi un film a sé per la compattezza della storia narrata, è centrato su di lui, unico sedicenne del gruppo, unico, per banali ragioni anagrafiche, a sprofondare nel tritacarne di una prigione per adulti anziché sperimentare il riformatorio. DuVernay indugia sulle piaghe infette dell’orrore carcerario: topi a zonzo sui materassi, urla belluine a lacerare i giorni e le notti, assalti fisici reiterati, guardie conniventi con gli aguzzini e complici morali dei pestaggi, celle di isolamento bollenti d’estate e gelide d’inverno. Da rimarcare anche le prestazioni attoriali di comprimari di lusso, da Joshua Jackson, indimenticato protagonista di Dawson’s Creek e di Fringe, a Felicity Huffman, la Lynette Scavo di Desperate Housewives, da Vera Farmiga, ritornata a lavorare in una serie dopo le cinque stagioni di Bates Motel, a Michael K. Williams, già Omar Little nell’epocale The Wire.

Ava DuVernay è impietosa nel raffigurare la pena esistenziale del dopo-galera, probabilmente la parte di racconto più straziante. Ai malcapitati è cucita addosso la lettera scarlatta dell’ignominia. Per i cinque, che non si dichiarano mai, in nessuna circostanza e tanto meno in sede processuale, colpevoli, e che ricusano l’operato della polizia attribuendo ai detective il contenuto delle dichiarazioni rese, lo stigma dello stupro corrisponde a un tatuaggio indelebile. Il peccato, nell’ottica morale puritana e protestante, è una cicatrice impossibile da rimuovere, un chiodo conficcato nelle carni, una malattia morale non redenta. La vita esterna per i Central Park Five è un carcere a cielo aperto: lavori umili e sottopagati, relazioni sentimentali terremotate dal terrore di rivelare il proprio passato, rapporti familiari compromessi… La barriera del sospetto ne intralcia il cammino a ogni passo. Qualcuno si salva grazie al credo religioso (islamico), qualcuno si smarrisce in cattive frequentazioni. Con l’insediamento di Bill de Blasio, il risarcimento richiesto alle autorità cittadine da pallido miraggio si tramuta in realtà. Tuttavia, la ricompensa economica non ripara lo strappo inferto al tessuto civile di una nazione. Chi pubblicava annunci a pagamento gridando parole d’odio e agitando la forca, ora è Presidente degli Stati Uniti.

Il messaggio di When They See Us è potente e trascende la questione razzista e razziale. Può accadere a chiunque di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una faccia, un gesto, una smorfia, un accento: tanti, e ugualmente effimeri, sono i possibili inneschi della rovina.

CONSIGLIATA A CHI: adora le capigliature afro, si sente parte di una minoranza oppressa (non necessariamente razziale), ricorda il famoso motto di un famoso film: “Repressione è civiltà”

SCONSIGLIATA A CHI: detesta il rap, soffre di claustrofobia, ha nel cuore il famoso motto di un famoso leader del Novecento: “Colpirne uno per educarne cento”

PERCORSI DI LETTURE, DI VISIONI E DI ASCOLTI PARALLELI:
Un libro: James Baldwin, Un altro mondo (Fandango, 2019)
Un film: Black Panther di Ryan Coogler, 2018
Un disco: Algiers, The underside of power, 2017

TITOLO ORIGINALE: When They See Us
NUMERO DI EPISODI: 4
DURATA DEGLI EPISODI: tra i 64 e gli 88 minuti l’uno
DISTRIBUZIONE originale: Netflix
DATA DI USCITA: 31 Maggio 2019

UN’IMMAGINE: Korey Wise, ancora in carcere, vede in tv il crollo delle Twin Towers. Gli occhi dei bianchi sui neri, gli occhi del mondo sull’America.

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