Red Dot

Red Dot **

Il thriller svedese rilasciato da Netflix questa settimana è un survival movie, che gioca con la perdita e il senso di colpa e trova, proprio nel finale, un ribaltamento prospettico che spinge a riconsiderare quello che abbiamo visto sino a quel momento, il ruolo dei personaggi e le motivazioni che li spingono all’azione.

Il film si apre con con un’anticipazione del finale: David, il protagonista, in lacrime, col volto insanguinato, seduto in mezzo alla neve. Nadja, sua moglie, che corre trafelata cercando di fuggire da un pericolo imminente.

“Non è stata colpa sua” dice David.

Il nastro si riavvolge: siamo alla festa di laurea di David, che propone a Nadja di sposarlo, nonostante la ragazza studi medicina e non abbia alcuna intenzione di stare a casa a fare la casalinga.

Qualche anno dopo, li ritroviamo sposati e con un cane, Boris, ma sembrano una coppia stanca, piena di frustrazioni, lui impegnatissimo col suo lavoro, lei costretta a studiare nei ritagli di tempo e incinta del loro primo figlio.

Nadja non ha ancora avuto il coraggio di dirlo a David, ma si confessa con il vicino Tomas, incrociato per caso in lavanderia.

Per farle una sorpresa, David ha prenotato un weekend al nord, in mezzo alla natura con uan notte da trascorrere in tenda per vedere l’aurora boreale.

Solo che durante il viaggio si imbattono in due fratelli cacciatori con cui finiscono per litigare pesantemente e all’arrivo all’hotel, si accorgono di non essere proprio i benvenuti.

Tuttavia, dopo una serie di scontri e piccoli incidenti, si ritrovano romanticamente da soli in tenda in mezzo alla natura selvaggia, quando un puntino rosso di quelli che servono come mirino di precisione per i cacciatori li prende di mira.

Ma chi li sta braccando? E perchè?

Se la prima parte del film, diretto da Alain Darborg su un copione scritto con Per Dickson, è piuttosto tradizionale e sembra voler seguire piuttosto pedissequamente i clichè di genere, con la coppia interraziale di città, che si avventura nella provincia bigotta e in un territorio selvaggio che non conosce, commettendo una serie di errori che fanno propendere per la consueta dose da manuale di stupidità, nella seconda parte Red Dot si rivela essere un b-movie di vendetta, piuttosto diverso da quello che avevamo immaginato e mosso da motivazioni, che la sceneggiatura tiene nascoste quasi fino all’ultimo.

E’ evidente che il film giochi con lo spettatore nel modo meno onesto possibile, occultando una parte essenziale della relazione tra David e Nadja e rivelandola solo nel momento in cui gli fa più comodo, a fini drammatici. Siamo sempre all’interno della classica distinzione hitcockiana tra mistero e suspense: “Il mistero è quando lo spettatore sa meno dei personaggi del film. La suspense è quando lo spettatore sa più dei personaggi del film.”

Il mistero viene sciolto dalla sorpresa, come accade in Red Dot, mentre un film che sfrutta la suspense, mantiene la tensione per tutto il film, spingendo lo spettatore ad attendere il momento in cui l’informazione verrà rivelata anche ai personaggi.

Fatta la tara sugli strumenti drammatici essenziali, utilizzati da Darborg e sul modo un po’ manipolatorio con cui si gioca con le attese dello spettatore, il suo film resta un brutale e sadico revenge movie, sul piano più superficiale e spettacolare.

Con una gestione diversa dei tempi e delle modalità narrative, avrebbe potuto avere uno spessore diverso, costringendo noi e i suoi personaggi ad affrontare il tema della genitorialità, della perdita di una persona cara, del senso di colpa dostoevskjiano del delitto senza castigo, della sfiducia nelle istituzioni preposte all’amministrazione della giustizia.

Nel racconto di David e Nadja sarebbero potute entrare in gioco molte questioni etiche e psicologiche interessanti, se Darborg non avesse preferito farle scomparire tutte in un’enorme ellissi narrativa, necessaria per il suo colpo di scena in sottofinale, che va certamente a segno, ma che poi lascia poco tempo per razionalizzare le nuove informazioni, sommerse dall’azione, che riprende in modo piuttosto incalzante e muove ancora i personaggi verso un finale da antico testamento, moralistico e senza possibilità di perdono.

Una volta il film di Darborg sarebbe stato una discreta base di partenza, per un remake americano, magari con Liam Neeson in uno dei ruoli principali. Oggi che il film è reso disponibile in streaming in 190 paesi contemporaneamente, sarà più difficile.

Resta la modestia di tutta l’operazione, che non esce mai dai confini di un intrattenimento grossolano.

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