Sorry To Bother You. Recensione in anteprima!

Sorry To Bother You ***

Racconta la leggenda che nelle ore successive alla proiezione del film al Sundance, Megan Ellison di Annapurna abbia offerto a Boots Riley – rapper, produttore musicale, attivista, sceneggiatore e regista del suo primo film alla tenera età di 47 anni – duecentomila dollari per rigirare alcune scene e aggiungerne altre, diventando di fatto coproduttrice di quello che è stato uno dei film più singolari e riusciti dell’ultimo festival di Park City.

Sorry To Bother You è poi uscito nelle sale americane quest’estate grazie proprio alla distribuzione di Annapurna, raccogliendo ben 17 milioni di dollari, a fronte di un costo complessivo di 3 milioni.

Un piccolo significativo successo indie, per un film che nasce dalle esperienze dello stesso Riley nel mondo del marketing telefonico e del foundraising telefonico.

Siamo ad Oakland, California, nell’ufficio del responsabile risorse umane della Regalview. Il protagonista, Cassius Green è un giovane di colore che cerca in ogni modo di farsi assumere, senza accorgersi che il lavoro è così poco qualificato che la società assume chiunque faccia domanda. La Regalview si occupa di telemarketing e i venditori che ci lavorano sono pagati solo a commissione.

Anche il miglior amico di Cassius, Salvador lavora alla Regalview e persino la sua fidanzata, che ha velleità artistiche, Detroit, finisce per affiancarlo in uno dei cubicoli della società.

Per Cassius il sogno è quello di diventare Power Callers, la serie a dei venditori che occupa un piano diverso, ha un ascensore proprio e pare se la passi magnificamente.

Grazie al suggerimento di un anziano venditore, Cassius scala rapidamente la rampa del successo, mentre i suoi colleghi organizzano una lotta sindacale per rivendicare maggiori diritti.

Lo scontro diventa massimo proprio quando Cassius viene promosso ed accede ai Power Callers e conosce il presidente della società, il cocainomane Steve Lift.

La commedia di Boots Riley è difficilmente omologabile ad altre, persino nel mondo eccentrico dell’indie americano, più spesso invece fedele a formule già sperimentate.

Lo stesso regista l’ha definita una “absurdist dark comedy with aspects of magical realism and science fiction inspired by the world of telemarketing”.

In effetti gli elementi ci sono tutti, a comporre un puzzle postmoderno, un pastiche di generi e suggestioni, che comprendono la commedia romantica, il film militante sulla lotta di classe, il fantasy surreale, con risvolti dark.

Eppure, a voler dare fiducia a Riley, tutto si tiene, anche grazie ad un cast in stato di grazia, che usa la stessa leggerezza del regista, per raccontare una storia profondamente amara sulle distorsioni capitalistiche dei nostri tempi, sullo sfruttamento del lavoro, sull’imbarbarimento delle comunicazione e della nostra vita sociale.

Lakeith Stanfield, lo ricorderete in Scappa – Get Out, nei panni del ragazzo rapito e ‘lobotomizzato’, è il protagonista Cassius, mentre Tessa Thompson (Creed, Annientamento, Thor: Ragnarok, Westworld) è la sua incantevole e scombinata fidanzata, Detroit. Armie Hammer è perfettamente a suo agio nei panni del bianco sfruttatore e fanatico dalla faccia simpatica e accomodante, mentre Danny Glover ha un piccolo cameo determinante.

Tutti sembrano essersi divertiti un mondo a recitare nel microcosmo surreale creato da Riley e trasmettono lo stesso sentimento anche sullo schermo e questo non accade sempre.

Molte le trovate memorabili, dalla voce da bianco, necessaria a vendere per telefono e a farsi strada nel mondo che conta, agli uomini-cavallo che si prendono la loro vendetta al momento più opportuno, dal clichè degli spazi bianchi e ovattati in cui vive e lavora la classe dominante, al casino creativo in cui Detroit produce le sue opere.

Particolarmente indovinati sono i programmi televisivi che dominano la tv generalista che i protagonisti sono costretti a vedere e la WorryFree, la società-mondo, che assume i suoi lavoratori a vita, costringendoli però dentro un’unico spazio dove vivere e lavorare, riducendoli, di fatto, alla condizione di schiavi inconsapevoli.

Sorry To Bother You sta dalla parte giusta, ma lo fa senza mai fare la voce grossa: il suo messaggio lo fa arrivare forte e chiaro, senza bisogno di prediche o sottolineature, senza musica enfatica o monologhi in camera. Usa invece le armi del cinema di genere, parte dal basso, dai call center, per costruire un storia agrodolce, che non prevede un lieto fine tradizionale, ma che invece chiama alla rivolta, a scendere in strada.

Il titolo del film ha infatti un duplice significato: ripete la formula che usano nei call center, per ingaggiare il possibile acquirente, ma può anche riferirsi al modo cortese che il film stesso usa, per raccontare una verità spiacevole.

Da un regista che già a quindici anni si era iscritto al radicale Progressive Labor Party, non potevamo aspettarci di meglio.

Si ride molto in Sorry To Bother You e si ride amaro. In un double bill ideale, sarebbe il compagno perfetto di Scappa – Get Out di Jordan Peele, segno che c’è un cinema black del tutto nuovo, originale, che ha imparato da lezione di Spike Lee ed è riuscito ad andare oltre, trovando una voce propria, forte e chiara.

Da vedere.

 

 

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