Illang: The Wolf Brigade

Illang: The Wolf Brigade ***

Il nuovo film di Kim Jae woon, dopo il grande romanzo di spie, L’impero delle ombre, presentato alla Mostra di Venezia due anni fa, è l’adattamento di una parte dell’infinita Kerberos Saga di Mamoru Oshii, che fin dal 1986 si è sviluppata per venticinque anni in molteplici forme, dal radio dramma ai manga, dai film alle animazioni.

In particolare Illang è una sorta di remake di Jin-Roh, un lungometraggio d’animazione del 1999, che Oshii aveva affidato al suo collaboratore Hiroyuki Okiura, mentre era impegnato a produrre Ghost in the Shell.

Kim ed il suo co-sceneggiatore Jeon Cheol hong hanno deciso tuttavia di trasportare la storia da un Giappone immaginario degli anni ’60, sotto il dominio tedesco, alla Corea del 2029, in procinto di riunire Nord e Sud definitivamente, come risposta al conflitto permanente tra Cina, Russia, Giappone e Stati Uniti nel sud est asiatico.

La riunificazione, cominciata con un processo lungo cinque anni, è osteggiata da manifestazioni di piazza e da un gruppo terroristico, chiamato la Setta. Impegnati invece a mantenere l’ordine ci sono due agenzie: il Public Security Department, che risponde alla politica e una Special Unit antiterrorismo, che si muove in piena autonomia.

Durante una missione contro la Setta nelle fogne della capitale, l’agente Lim della Special Unit mostra un residuo di umanità e quando si trova di fronte una giovanissima terrorista vestita di rosso, esita a freddarla. La ragazza tuttavia preferisce farsi esplodere, piuttosto che consegnarsi.

Il Public Security Department guidato da Han, un ex agente della Special Unit, decide di usare Lim e la presunta sorella della vittima, per incastrare la Special Unit e regolare una volta per tutte lo scontro di potere tra le due agenzie.

Solo che Lim ed il suo superiore, il capitano Jang,  hanno compreso la trappola e decidono di utilizzarla a proprio vantaggio…

Prodotto dalla divisione coreana della Warner, il film di Kim è stato un clamoroso flop al box office nazionale: forse l’idea di importare una storia notissima e seminale, nella cultura manga giapponese, non ha pagato, forse semplicemente un melò futuristico, così cupo e pessimista, non era il soggetto più adatto per un blockbuster estivo.

Acquistato da Netflix per la distribuzione nel resto del mondo, Illang: The Wolf Brigade, ribattezzato in italiano Uomini e lupi, merita invece una riscoperta, perchè è un lavoro di grandissima qualità, che mescola sapientemente la disumanizzazione dei suoi personaggi, costretti a vivere un mondo di inganni e di violenza, con il senso dell’onore e i giochi sporchi della politica, la straziante e impossibile storia d’amore tra i due protagonisti, con la solita straordinaria capacità di Kim di orchestrare i set d’azione.

Così come ne L’impero delle ombre, anche questa volta ci troviamo di fronte ad una lotta intestina, che si nutre di tradimenti, menzogne, doppio gioco: i personaggi sono pedine su uno scacchiere molto più grande, che sfugge alla volontà di ciascuno.

I rapporti personali sfumano di fronte agli ordini dei superiori e al senso di appartenenza. La verità si fa via via più oscura: quello che sembrava chiaro e limpido, diventa opaco, la stessa lotta tra le autorità e i terroristi assume caratteri incerti. Nessuno è davvero innocente e ciascuno cerca di utilizzare il proprio ruolo senza alcuna remora, senza alcun limite.

Il racconto sfrutta più volte la metafora della fiaba di Perrault, Cappuccetto Rosso, con la bambina innocente, che si aggira nel bosco e il lupo cattivo, che finisce per divorarla.

I lupi qui non sono altro che la misteriosa Wolf Brigade, una divisione segreta della Special Unit, che ha messo da parte ogni residuo d’umanità nella lotta al terrorismo e non solo. Come afferma il suo capo: “non siamo uomini travestiti da lupi, ma lupi che si nascondo tra gli uomini”.

Il pessimismo di Oshii viene tuttavia attenuato dalle scelte di Kim, che ci restituisce un Lim tormentato, assalito dai dubbi, incerto se prestare fede alla sua missione o cedere alla pietà e al sentimento.

Illang inoltre modifica il finale originale, rendendolo più struggente e malinconico, recuperando, almeno nei protagonisti, quella fiammella di umanità che gli altri sembrano aver perduto definitivamente. Kim chiude il suo film con il paradosso dello storico polacco Lewis Namier: “Ci si aspetterebbe che la gente ricordi il passato e immagini il futuro. Ma di fatto, quando si discorre o si scrive di storia, le persone la immaginano in rapporto alla propria esperienza, e quando cercano di soppesare il futuro, adducono presunte analogie con il passato, fino a quando, tramite un doppio processo di ripetizione, immaginano il passato e ricordano il futuro“.

Non tutto funziona alla perfezione, qualche passaggio rimane oscuro e forse i fan di Mamoru Oshii rimarranno delusi dalle modifiche introdotte, sia nel contesto temporale, sia nel racconto.

Ma non si può non apprezzare il lavoro di Kim, che alterna sapientemente il cinema antico delle spie e dei tradimenti, con una messa in scena spericolata, che sale di livello quando il gioco delle parti lascia spazio all’azione pura, soprattutto nella scena della torre d’osservazione ed in quelle ambientate nelle fogne, con Lim trasformato in una macchina da guerra, con un armatura impenetrabile, che richiama quelle di Robocop e Darth Vader.

Illang rimane uno dei migliori film che potrete trovare nel catalogo Netflix.

Da non perdere.

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