The Mandalorian 2: una stagione a due facce, con un finale indimenticabile

The Mandalorian 2 ***

In questa seconda stagione della serie di maggior successo Disney continuiamo ad accompagnare le peregrinazioni del guerriero mandaloriano Din Djarin (Pedro Pascal) e di Baby Yoda: l’obiettivo di Mando è consegnare il piccoletto a qualcuno in grado di prendersi cura di lui, poco importa se della stessa razza o se un Jedi, purché lo protegga e lo allevi in sicurezza, tenendolo lontano da Moff Gideon (Giancarlo Esposito) che vuole catturarlo per sfruttarne i poteri.

Dal punto di vista della trama non c’è molto in più da aggiungere. Tecnicamente ci troviamo ad assistere ad una favola fantasy trapiantata nello spazio con vibrazioni western (il saloon e l’ambientazione dell’episodio The Marshal), belliche (la missione di The Heiress o quella di The Believer), horror (i mostruosi Ragni giganti del pianeta di ghiaccio in The Passenger) e con rimandi al filone chanbara1 (lo scontro tra Ahsoka ed il magistrato Elsbeth nell’episodio The Jedi). A questi aspetti che definiscono la parte action fa da contraltare la parte drama con la descrizione del rapporto, delicato e profondo, tra il guerriero ed il piccolo.

L’universo di Star Wars ben si adatta ad una commistione di generi che tanto piace alla serialità complessa degli ultimi decenni: è una liquidità che assume forme diverse, magari all’interno dello stesso episodio e così facendo soddisfa molteplici gusti ed esigenze. La trama verticale è preponderante ed in genere autoconclusa, mentre lo sviluppo orizzontale che collega i singoli episodi è meno rilevante e per gran parte della narrazione abbiamo la sensazione che sia soprattutto uno strumento per ingaggiare lo spettatore sul lungo periodo. L’andamento, che ricalca quello della prima stagione, prevede un’accelerazione nel finale dopo un inizio dal ritmo piuttosto lento, con episodi che riempiono, ma non espandono la narrazione.

Dal dodicesimo episodio, The Jedi, viene alzata l’asticella: aumenta la posta in gioco e quello che sembrava poter essere l’approdo finale, cioè l’arrivo sul pianeta sacro ai Jedi Tython, si rivela solo un punto di svolta verso il concitato finale di stagione. Sono scelte che rimandano ad una serialità televisiva un po’ diversa da quella a cui siamo abituati negli ultimi anni e lo capiamo anche dalla modalità di rilascio settimanale, in controtendenza rispetto alle prassi oggi più diffuse: l’obiettivo è creare nello spettatore un’attesa, un legame, un discorso sugli eventi narrati.

I due protagonisti assoluti restano Din Djarin (Pedro Pascal) e Baby Yoda che si conferma il personaggio più iconico. Nell’episodio The Jedi (quello in cui compare Ahsoka Tano interpretata da Rosario Dawson), abbiamo la possibilità di conoscere non solo il suo nome, Grogu, ma anche qualcosa di più sul suo passato. E’ il momento tanto atteso: l’occasione per il piccolo Yoda di uscire da quell’aura di prodotto commerciale e di marketing che gli è stata cucita addosso in questi mesi, per assumere i tratti di un personaggio vero, con un passato, peraltro piuttosto drammatico.

In un episodio in cui c’è un buon bilanciamento tra azione e parte drammatica, assistiamo anche al manifestarsi del sentimento di Mando per il piccolo. Scritto da Filoni (co-creatore del personaggio di Ahsoka per la serie animata The Clone Wars) ed infarcito di citazioni e rimandi, The Jedi segna non solo un momento di svolta e di accelerazione verso il finale di stagione, ma definisce l’evoluzione del rapporto tra Mando e Grogu.

Se nella prima stagione il tema ricorrente era il concetto di lealtà/dovere e quindi il correlato dell’amicizia, ora invece è centrale il tema della cura con il correlato della paternità. Peraltro sono entrambi temi cari all’universo di Star Wars. Mando deve confrontarsi con quello che è disposto a perdere per aiutare Grogu, sui valori che è disposto a sacrificare per salvarlo, andando oltre al proprio credo ed alle regole che l’osservanza della via gli impone di rispettare. Il dissidio tra credo mandaloriano e possibilità di salvare Grogu si risolve nel giro veloce e sorprendente di pochi minuti nell’episodio quattrodici The Believer in cui Mando decide di togliersi l’elmo pur di ottenere informazioni utili a rintracciare il piccolo Yoda.

Una scelta sorprendente, ma che appare verosimile e coerente con un’evoluzione del personaggio costruita passo dopo passo nei precedenti episodi. Prima Mando si toglie la preziosa armatura in Beskar per indossare quella di un comune soldato. Poi arriva perfino a sfilarsi l’elmo: per il credo mandaloriano cui aderisce è un gesto possibile solo in circostanze molto particolari: quando si è soli per consumare un pasto (come avviene nella prima stagione nell’episodio Sanctuary) oppure quando si è in presenza di droidi (sempre nella prima stagione quando il droide IG-11 lo cura dalle ferite riportate nell’esplosione del locale dove si era rifugiato).

Una scelta sofferta, ma in quel momento Mando diventa davvero Din, i valori della cura prendono il sopravvento su quelli della missione. La scelta di privare il protagonista della serie dell’espressività del viso è stata tutt’altro che banale, per molti aspetti di un coraggio sorprendente, ma ha ripagato non solo per la creazione di un mistero affascinante, ma anche per il valore aggiunto dato dalla necessaria compensazione emotiva attraverso i dialoghi ed il non verbale; la scena finale è così struggente anche per il valore riposto nel gesto di togliersi il casco davanti al piccolo Grogu.

The Mandalorian è la storia di un rapporto che viene descritto con grande intensità superando due gap non da poco: Mando non ha un volto e Grogu non sa parlare. Due limiti che, abilmente sfruttati dalla sceneggiatura, sono diventati punti di forza. La parabola di Mando è purtroppo l’unica descritta con questa attenzione e questa finezza: gli altri personaggi sembrano solo di riempimento, comparse più o meno famose, ma senza lo spazio necessario per un approfondimento psicologico. Questo vale per i buoni come per i malvagi: manca un cattivo con il fascino di Darth Vader o di Palpatine per intenderci. Moff Gideon è interpretato in modo accattivante da Esposito, ma è un profilo debole, privo di elementi caratterizzanti.

Star Wars di basava su due forze in contrasto dialettico, ma entrambe erano descritte con una profondità che qui non troviamo. E’ poi vero che non è della prima trilogia di Star Wars la ricerca di un approfondimento psicologico dei caratteri, ma lo stesso non può dirsi degli episodi più recenti.

Dobbiamo attendere il penultimo episodio della stagione per trovare finalmente un giusto equilibrio tra azione ed introspezione. E’ nel dialogo all’interno del mezzo di trasporto Juggernaut tra Mando e Mayfeld (Bill Burr) che sentiamo finalmente qualcosa che ha il sapore del confronto dialettico, ascoltiamo parole che hanno un peso perché provocano, aprono spazi d’introspezione e scardinano strutture del Sè. Un lampo narrativo che per qualche secondo ci rimanda alle tante meravigliose chiacchierate in auto tra Rust Cohle e Marty Hart in True Detective. E dire che di materiale per altre straordinarie discussioni ce ne sarebbe, eccome: sono tanti i personaggi che potrebbero affascinare il lettore e provocarlo intellettualmente, ad esempio lo stesso Boba Fett.

The Mandalorian è una serie di cui si parla molto, ma in cui non si parla molto: è piuttosto nell’azione che vanno cercati i caratteri e la loro evoluzione. Lo sviluppo narrativo è scheletrico e di fatto si articola sempre in un solo terreno d’azione, abbracciando una narrazione che non complica la visione allo spettatore con salti temporali, molteplici piani d’azione ed elementi che si comprendono solo in un’ottica di trama orizzontale.

Come già nella prima stagione la serie esprime un livello di assoluta eccellenza per quanto riguarda scenografia, costumi e soprattutto effetti speciali: la capacità di creare un mondo immersivo è innegabile, così come la dilatazione dell’immaginario di Star Wars è sempre coerente, filologicamente curata e rispettosa della lenta stratificazione di questi anni.

Del resto entrando ed uscendo da film, libri, videogiochi, fumetti e serie animate l’universo di Star Wars offre una materia infinita di citazioni e di rimandi a cui gli autori hanno attinto senza reticenze, strizzando a più riprese l’occhio ai fan, interpretando, riscrivendo, contribuendo con coraggio al collegamento e al riempimento di vuoti temporali. Rispetto alla prima, la seconda stagione ha l’ambizione di dare qualcosa di più ai fan, ma sempre nel totale rispetto dello straordinario universo narrativo originato nel 1977 dall’omonimo film di George Lucas. Il limite è che questa operazione porti inizialmente con sé una narrazione debole che riempie il mondo più che espanderlo.

Una nota a parte merita la musica di Ludwig Goransson, qualcosa di meraviglioso per intensità e ricchezza, capace di sintetizzare i generi espressivi in un main theme iconico ed in una colonna sonora impeccabile.

La serie nel complesso eccelle per quanto riguarda la capacità di azione e di intrattenimento, anche se delude nella prima parte per ritmo ed equilibrio tra introspezione ed azione. Lo show regala poi ai fan un finale emozionante, per molti aspetti indimenticabile.

A noi resta però il sospetto che con i mezzi a disposizione si sarebbe potuto fare ancora meglio.

Titolo originale: The Mandalorian
Durata media episodio: 40 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: Disney+
Genere: Sci-fi, Action, Adventure

Consigliato: a quanti amano l’universo di Star Wars e ne conoscono i percorsi, anche al di là dei film.

Sconsigliato: a quanti non conoscono l’universo di Star Wars. Meglio trovare una porta diversa per accedere alla forza.

Visioni parallele:

Sempre su Disney+ una visione natalizia che piacerà ai fan del mandaloriano: Star Wars Holiday Special. Ambientato al termine degli eventi di Star Wars: The rise of Skywalker, questo breve film di animazione targato Lego vede Rey ed i suoi compagni della Resistenza impegnati ad organizzare una festa per il Giorno della Vita sul pianeta dei Wookie. In attesa dell’arrivo della famiglia di Chewbe, Rey cerca di trovare il modo migliore per insegnare le vie della forza a Finn. Compie un viaggio nel tempo insieme a BB8, potendo così assistere dal vivo agli allenamenti (ma non solo) tra i grandi maestri Jedi del passato ed i loro Padawan. Non tutto però va nel modo previsto e …

Un’immagine: in realtà si tratta di un consiglio. Quando guardate i titoli di coda del sedicesimo ed ultimo episodio arrivate fino alla fine così da poter vedere il trailer della nuova serie con protagonista … Boba Fett! In arrivo a Dicembre 2021, il nuovo progetto legato all’universo di Star Wars, The Book of Boba Fett, renderà ancora più emozionante il nuovo anno per gli appassionati della saga di George Lucas.

1 Con il termine chanbara si intende un combattimento con la spada. In riferimento all’ambito cinematografico il termine identifica un ben preciso filone di film orientali del genere cappa e spada. Inizialmente con un forte orientamento drammatico, con il tempo questi film hanno assunto una dimensione soprattutto action, raggiungendo un vasto pubblico e virando verso prodotti di più facile visione. Un momento di sintesi delle varie caratteristiche del genere sono sicuramente le filmografie di Kenji Mizoguchi ed Akira Kurosawa che con opere come “Ugetsu monogatari” (Tit. it. I racconti della luna pallida di agosto, 1953) e “Shichinin no samurai” (Tit. it. I sette samurai, 1954) hanno raggiunto vette artistiche per molti aspetti ancora insuperate. E’ innegabile che questo genere abbia ispirato Lucas per quanto riguarda i combattimenti con le spade laser presenti in Star Wars e che più in generale il codice d’onore dei samurai presenti diverse analogie con quello dei Maestri Jedi. Senza contare che anche “Jedi” sembra derivare dal termine giapponese “jidai-geki” utilizzato per indicare film in costume con i samurai.

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