Hightown: caos, droga e criminalità sulla costa del Massachusetts

Hightown **

Provincetown, abbreviata in P-town, è una località turistica situata sulla punta estrema del promontorio di Cape Cod, nel Massachusetts. P-town, con le sue lunghe spiagge affacciate sull’oceano e i suoi bar di tendenza, è una delle mete privilegiate per le comunità LGBT americane.

Rebecca Cutter, già produttrice di Gotham nonché sceneggiatrice di The Mentalist, è la showrunner di Hightown, serie in otto episodi ambientata appunto nella solare e incasinata Cape Cod, e andata in onda nei mesi di maggio/giugno 2020 sul canale Starz. Hightown annovera James Badge Dale (l’agente Barrigan in The Departed di Martin Scorsese) e Monica Raymund (l’istintiva profiler Ria Torres in Lie to Me) nei ruoli principali. Il primo è un poliziotto statale ossessionato dai trafficanti di droga e attratto dalle spogliarelliste, la seconda fa parte dell’Assistenza Pesca Marittima Nazionale, è lesbica ed è drammaticamente afflitta da un problema di dipendenza dall’alcol.

Guardando Hightown abbiamo l’impressione che i principali luoghi di aggregazione a P-town siano le cliniche per disintossicarsi e i circoli di ritrovo degli Alcolisti Anonimi. Sulla costa atlantica girano fiumi di droga, cocaina, eroina, morfina e, dulcis in fundo, l’ultimo arrivato, il terrificante carfentantil, di produzione e distribuzione cinese. Per capire di cosa stiamo parlando, basti ricordare che il carfentanil, in origine un analgesico per elefanti, risulta letale per l’uomo se somministrato in quantità inferiore ad un seme di papavero. Inoltre, un suo parente stretto, benché meno potente, il fentanyl, fu utilizzato dalle forze speciali russe per mettere fine all’assedio al teatro Dubrovka nel 2002. Risultato: trenta sequestratori ceceni e centocinquanta ostaggi morti, tra atroci sofferenze.

L’epidemia di oppioidi negli Stati Uniti, droghe sintetiche con effetti simili all’eroina, è un tema di salute pubblica così scottante che nemmeno la diffusione del Covid-19 è riuscito ad oscurare. Anzi, il Washington Post ha diffuso dati allarmanti relativi al periodo del lockdown, con un aumento delle tossicodipendenze pari al 29 % ad aprile e al 42 % a maggio. La piaga è iniziata circa dieci anni fa, quando la galassia di Big Pharma ha cominciato a proporre (imporre) un uso spregiudicato degli antidolorifici, compresi quelli che, da noi in Europa, si somministrano solo ai malati terminali. La politica non ha aiutato. Nell’ottobre del 2017 il Presidente Donald Trump in uno dei suoi discorsi finalizzati a convincere il popolo della necessità di alzare muraglie, ha sferrato un attacco ai crudeli messicani, rei di avvelenare la gioventù americana. In verità i nuovi drug-addicted sono in maggioranza bianchi e spesso lo diventano a causa dell’assunzione di pain killers, analgesici molto forti liberamente prescritti da medici. Le pillole messe in commercio dalle grandi industrie e catene farmaceutiche sono il primo passo verso la dipendenza. Delle 67mila persone morte di overdose negli USA nel 2018, “si bucava” solo il 30%.

Hightown sguazza in questa melma. È interessante il contrasto evidenziato tra la libertà sessuale senza limiti, una sorta di bandiera ideologica del luogo, e la prigionia indotta dall’abuso di sostanze. Il pretesto narrativo è fornito dal classico ritrovamento di un cadavere. Sherry Henry, testimone-chiave nel processo a un signorotto della droga locale, Frankie Cuevas, è uccisa nei pressi della sua auto. Non è sola, ma i killer al soldo di Cuevas non se ne accorgono. Il boss portoricano, in carcere in attesa di giudizio, controlla una rete di piccoli spacciatori, scagnozzi, fattoni pronti a tutto. Il corpo senza vita di Sherry è gettato in mare. Qualcosa però va storto. Le onde lo riportano a riva. Jackie Quiñones, una “poliziotta del pesce”, come la chiamano con una punta di disprezzo i poliziotti “veri”, si imbatte nel cadavere durante una passeggiata all’alba. Da quel momento, la sua vita prende una piega inaspettata. I suoi sogni diventano la porta di accesso per le anime dei morti che, nel frattempo, si accumulano sulla sua strada. Jackie si fa prendere la mano e comincia le sue personali indagini, sfruttando la sua (provvisoria) permanenza in una comunità.

L’agente marittimo, predatrice seriale di turiste e studentesse in un bar gay-friendly di P-town, beve infatti come una spugna. Ed Murphy, collega anziano, tenta di proteggerla e di allontanarla dalla cattiva strada, con esiti incerti. Mentre è in riabilitazione, Jackie vede su un pannello la foto di una certa Krista Collins. Krista indossa la stessa collanina della povera Sherry. La sceneggiatura tiene insieme i percorsi, divergenti e poi convergenti, di Jackie Quiñones e di Ray Abruzzo. Se Jackie è compulsiva nel ficcarsi nei guai, Ray è un detective non esattamente irreprensibile. Ray ha il vizio di intrattenere rapporti con le informatrici che farebbero impallidire i manuali di deontologia. E Sherry era una sua informatrice. Fortuna o sfortuna vuole che il truce Cuevas abbia una bella compagna, Renee Segna, ballerina di lap dance allo Xaxier’s Bar and Lounge. Inevitabilmente, Ray ci mette gli occhi addosso. Inizia così un’ambigua relazione tra la pupa del boss e il poliziotto di evidenti origini italiane. Cuevas, più cinico che geloso, la incoraggia. Tenersi stretto l’agente fesso e innamorato non è forse il modo migliore per controllare le mosse degli investigatori? Anche a Ray, che cerca di motivare Renee con la frase “so che puoi farcela”, non manca la spregiudicatezza. La ricerca spasmodica delle prove per inchiodare Cuevas agli omicidi è frutto della sua professionalità o del privato desiderio di spedire per sempre in gattabuia lo scomodo compagno di Renee?

Ray non è però né un bad lieutenant né un true detective. Sebbene la serie ce lo mostri schiavo del sesso, autoerotismo compreso, disperatamente solo e allergico ai protocolli ufficiali, il personaggio non raggiunge mai le bassezze che ne farebbero un antieroe tragico o un soggetto iconico. La procuratrice è esplicita nel mostrargli sfiducia, nonché disappunto per la conduzione delle indagini. Tuttavia, Ray non è nemmeno abbastanza “coglione” da risultare comico o ridicolo. Il sistema, poi, è inefficiente, farraginoso, non marcio, non malato. Così, nonostante la strana (non)coppia Jackie-Ray sulla carta prometta molto, alla lunga un’altra relazione umana prende il sopravvento conquistando la scena. Quella tra il gigantesco Osito e il perdente Junior.

Osito è un immigrato illegale dominicano. Il suo sangue è per metà haitiano, un particolare che forse ci viene regalato per aumentare il tasso di esotismo del personaggio. Osito, luogotenente di Cuevas, è un esecutore freddo e preciso. In aperto contrasto con i teppisti di bassa lega che lo circondano, in primis il razzistoide, psicopatico Kizzle, Osito incarna per sua stessa ammissione l’etica del soldato. “Sai, avevo quindici anni la prima volta che mi sono occupato di qualcuno… Ho fatto incubi su quel figlio di puttana. Non potevo parlarne con nessuno. I delinquenti non fanno incubi. Ma sai cosa? Gli incubi ti fanno capire che non sei pazzo. Perché quando arriva l’oscurità di merda e la lasci entrare, e la lasci uscire, è lì che sai di essere un soldato. È lì che dimostri di cosa sei capace. E per un po’, ti sveglierai ogni giorno pensando ‘Sono un assassino’. E quel giorno ti sveglierai e penserai alla colazione”. Osito si prende cura di Junior. Lo educa alla malavita, ne diventa una sorta di tutore. Junior è un bianco senza istruzione, spacciatore, un perfetto esempio di american white trash. Junior è timido, non ha la scorza dura di Osito, non è un picchiatore folle come Kizzle. Trascorre la notte sui pescherecci con il padre. E fa il lavoro sporco per Cuevas. Junior ha avuto una figlia con Donna, la ragazza che ora vorrebbe riconquistare (e che al momento opportuno rivendica la sua appartenenza alla mafia portoghese). Junior ha una grande amica, Jackie Quiñones, sì, proprio la “poliziotta del pesce”. E qui gli incroci si fanno pericolosi.

Hightown è un crime drama che tocca altri generi, horror e, soprattutto, eros senza alcuna sfumatura di pathos o di ironia. La sceneggiatura affonda in un realismo che non sa essere né magico né schiettamente documentaristico. L’aspetto più debole della serie è costituito dai dialoghi tra i personaggi in preda alla passione erotica, alcuni dei quali decisamente imbarazzanti e che non riportiamo per carità di patria. Noi di Dark Mirrors siamo adulti, vaccinati e pronti a tutto, pertanto non sarà né il primo piano di un membro maschile né una testa mozzata a scandalizzarci tuttavia è impossibile non rilevare la grossolanità di certe scelte. La sigla di apertura sulla opening theme dei Textones di Carla Olson, strizza l’occhio, non sappiamo quanto volontariamente, a The Deuce di David Simon. E forse, a dispetto di molti elementi in comune, i bar, la malavita, il sesso, si potrebbe proprio dire che Hightown è una The Deuce che (per ora) non ce l’ha fatta. Degno di nota il coinvolgimento di Dave Porter nelle musiche, compositore divenuto celebre con Breaking Bad.

Per chiudere, uno sguardo agli attori e alle attrici di Hightown. Down Norwood già protagonista della serie AMC Hell on Wheels, è qui Alan Saintille, poliziotto assegnato alla Cape Cod Interagency Narcotics Unit e partner sul lavoro del detective Abruzzo. Saintille è il “good cop” della situazione, rispettoso delle regole, conformista, insofferente agli strappi del suo collega. Riley Volkel, presente in The Newsroom e in Roswell, New Mexico è Renee, la donna che attende il ritorno dal carcere del suo uomo e intanto si imbarca in una relazione interessata col piedipiatti. Tuttavia, Renee manifesta anche una certa ambiguità esistenziale, riflesso del suo mestiere di showgirl giocato tra mascheramenti, compravendita di illusioni e lussuria simulata. Amaury Nolasco, star di Prison Break, è il boss in galera, il losco Frankie Cuevas. Sul fronte della criminalità, si fa preferire per originalità il misconosciuto Atkins Estimond nel ruolo di Osito. Figlio di immigrati haitiani, in un’intervista il trentatreenne Estimond ha dichiarato “di sperare che la visibilità ottenuta con Hightown possa spingere i suoi connazionali ad intraprendere la carriera nel campo dello spettacolo”. Shane Harper, attore e cantante californiano, interpreta Junior, ragazzo senza arte né parte coinvolto in un terribile apprendistato che lo conduce all’inferno.

Dai cognomi dei protagonisti di Hightown si evince l’alto tasso di multietnicità di P-town, latinos, africani, italiani, seconde e terze generazioni derivate dall’immigrazione europea. Mafie di estrazione diversa si contendono il territorio. Ne emerge una Cape Cod caotica, gaudente, degenerata, probabilmente un po’ stereotipata. La serie è stata rinnovata per una seconda stagione. Jackie, stanca di autodistruggersi e di ferire gli altri con le sue manipolazioni, è prossima al salto di qualità. Dobbiamo riconoscerle il coraggio di sfidare i delinquenti, guardandoli dritti in faccia. La ritroveremo quindi, quasi certamente, nelle vesti di poliziotta “vera”. A P-town, dai merluzzi agli uomini il passo è breve.

Titolo originale: Hightown
Numero degli episodi: 8
Durata media ad episodio: circa 55 minuti l’uno
Distribuzione: StarzPlay
Uscita: dal 17 maggio al 12 luglio 2020
Genere: Crime Drama

Consigliato a chi: non ha paura ad andare in barca di notte, prova piacere nell’ascoltare le conversazioni altrui, usa il termine “transazionale”.

Sconsigliato a chi: ha appena smesso di fumare, ha preso in prestito un’auto e l’ha restituita con i fanali rotti, si è ustionato col ferro da stiro.

Letture e visioni parallele:

la crociata di Dan Schneider, farmacista di Poydras, Louisiana, contro le aziende farmaceutiche: The Pharmacist è una docuserie Netflix in quattro puntate;

il mare, la malattia, il dolore, il miraggio della terraferma in uno dei migliori romanzi pubblicati quest’anno: Cynan Jones, La baia, 66thand2nd Edizioni

Una frase: “Non sono una persona, sono un poliziotto” (Alan Saintille a Jackie Quiñones)

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