The Assistant

The Assistant ***

Dopo il debutto a Telluride e il passaggio invernale al Sundance e alla Berlinale, nella sezione Panorama, il primo lungometraggio di Kitty Green, finora nota soprattutto come documentarista (Ukraine Is Not a Brothel  e Casting JonBenet), viene distribuito da Bleecker Street il 31 gennaio negli Stati Uniti e da Universal nel resto del mondo in VOD.

The Assistant è co-prodotto da James Schamus (Ragione e sentimento, Tempesta di ghiaccio, Brokeback Mountain, La tigre e il dragone), scrittore e produttore, tra i più illuminati nel panorama indie newyorkese, per molti anni CEO della Focus Features e professore alla Columbia University.

E’ ancora notte ad Astoria, nel Queens di New York City. Jane, una giovane assistente di produzione, laureata alla Northwestern, viene accompagnata da un’auto blu fino agli uffici di Tribeca, Lower Manhattan.

Non c’è ancora nessuno, ma comincia la sua routine quotidiana: prepara il caffè, stampa il calendario degli appuntamenti, parla a telefono, smista la posta, conferma voli, stampa copioni, contratti, fotografie. E fa le pulizie nell’ufficio del grande capo: trova un orecchino per terra, smacchia il divano.

La moglie del produttore chiama due volte e l’assistente si becca la prima delle sfuriate del capo. A cui risponde con una mail di scuse che i colleghi più esperti l’aiutano a scrivere.

A metà giornata una giovane ragazza, Sienna, che il capo ha conosciuto a Sun Valley e che faceva la cameriera, si presenta negli uffici perchè è stata assunta come nuova assistente.

La protagonista l’accompagna direttamente in albergo. Subito dopo anche il capo sparisce: battute e strizzate d’occhio tra gli altri dipendenti. E’chiaro quello che sta accadendo e non è la prima volta.

Quando Jane si rivolge al consulente delle risorse umane, interno alla società, per denunciare quello che sta accadendo, scoprirà fino in fondo come si esercita il potere e cosa ci si aspetta da lei.

La Green sceglie per il suo esordio un tema caldissimo, incandescente, ma sceglie di affrontarlo con una messa in scena minima, austera diremmo, che esalta la freddezza glaciale degli uffici, la luce grigia e asettica che li illumina, le voci basse e gli sguardi sfuggenti delle persone che ci lavorano, concentrati sugli schermi dei loro computer o dei loro smartphone e ormai assuefatti a quello che accade attorno a loro.

Il clima di soffocante omertà, il paternalismo disgustoso, il mobbing sottile e impalpabile, fino alle molestie più evidenti, vengono suggeriti più che mostrati.

La Green non vuole far la voce grossa, non intende puntare l’indice e suscitare consenso facile e giacobino. Sceglie invece di mostrare come l’aria di quegli uffici, di quei corridoi, di quelle stanze si faccia ogni momento più irrespirabile, dietro una patina di normalità rispettabile.

The Assistant mostra l’abuso insinuarsi lentamente nelle vite di ciascuno e diventare via via più normale, plausibile, accettabile.

Un abuso figlio di un esercizio del potere, che alterna telefonate violentissime e email elogiative, in cui i complimenti e i miraggi di una carriera futura fanno da contraltare ad una connivenza colpevole, interessata, ad un’omertà pretesa e minacciata.

Il film sembra naturalmente ispirato dalle accuse e dai processi, che ha subito il più importante tra i produttori newyorkesi a cavallo tra i due secoli, Harvey Weinstein, ma significativamente The Assistant è un film senza nomi, senza riferimenti precisi. Addirittura senza volti: non vedremo mai quello del capo di Jane.

Al posto suo invece parlerà il consulente delle risorse umane della società, a cui la protagonista si rivolge, che dopo aver ascoltato il suo timido tentativo di denunciare le pratiche sessiste del grande capo, le risponde così: “Cosa vuoi fare tra 5-10 anni? Come ti vedi? Sei intelligente, hai studiato all’università. E allora perchè sei venuta qui con queste stronzate? La nuova assistente è una donna, adulta, capace di fare le sue scelte. Posso scrivere un reclamo, ma sai come andrà a finire. E non preoccuparti: non sei il suo tipo”.

E’ l’unico momento di vero dialogo di un film costruito tutto sui silenzi, sulle voci basse e confuse che si accavallano, sui rumori d’ufficio, quelli delle stampanti, delle macchine da caffè, dei click di mouse, delle vibrazioni dei telefoni, delle mail che arrivano nella propria posta.

Quando Jane, impietrita accetterà di cestinare tutto e ritornerà al suo desk, si accorgerà che tutti già sanno. Non solo i suoi due colleghi assistenti, ma anche il capo, che le telefona ancora, per la seconda sfuriata della giornata.

A cui seguirà una nuova email di scuse, una nuova risposta conciliante e l’arrivo di una nuova aspirante attrice, che tenterà la sorte e scoprirà l’umiliazione, nell’ufficio del produttore.

Ma la giornata è finita, è tarda sera e Jane è una delle ultime a lasciare l’ufficio, quando si accorge di essere solo un ingranaggio in un meccanismo, che continua ad auto-alimentarsi, una spirale di bullismo senza via d’uscita, in cui non c’è mai nessuna compassione, neppure tra donne.

La Green come detto preferisce la linearità dello studio di un ambiente, di un microcosmo lavorativo, alla denuncia indignata, ma riesce a costruire un contesto così claustrofobico, che mette a disagio, interroga, solleva dubbi.

E mostra la natura ricorrente, ordinaria, agghiacciante dell’abuso.

Non c’è cosa più difficile che confrontarsi con l’urgenza di raccontare eventi accaduti pochi mesi prima: manca spesso una prospettiva, manca la giusta distanza, prevalgono i sentimenti più immediati. Eppure invece la Green riesce a costruire un racconto sufficientemente forte da reclamare una sua identità propria, una sua autonomia, rispetto all’eco della cronaca.

Così come Bombshell, The Assistant racconta il #metoo e lo fa non dalla parte delle vittime o dei carnefici, ma sceglie la prospettiva di chi si vede costretto alla complicità suo malgrado, di chi vorrebbe ribellarsi alla misoginia, al sessismo, alla violenza, ma non ha la forza di rovesciare il sistema.

Nel ruolo dell’assistente Julia Garner, che gli appassionati della serie Ozark conoscono bene. Anche qui l’attrice riesce a mostrare tempra e fragilità, al tempo stesso. Il finale resta aperto, ma forse non troppo, mentre il tarlo del ricatto morale, comincia a rendere la vita sempre più insopportabile alla protagonista, che si scopre sola senza alcuna sponda a cui aggrapparsi. Non i colleghi assistenti che sanno e non dicono nulla, non le produttrici che agevolano e sono ormai rotte a qualsiasi pietà, non la sua famiglia che è all’oscuro di tutto ed è solo felice che abbia avuto un posto così prestigioso, dove cominciare la propria vita lavorativa.

Restano solo le luci della notte, i vetri smerigliati, in quella città che non dorme mai e che sembra inghiottire ogni cosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

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