Color Out of Space

Color Out of Space **1/2

“Era soltanto un colore venuto dallo spazio,
messaggero spaventoso degli informi reami dell’infinito,
al di là della natura che conosciamo”.

Il ritorno alla regia di Richard Stanley, l’antropologo sudafricano, appassionato di folclore e stregoneria, che nei primi anni ’90 aveva lasciato il segno nel cinema cyberpunk con il suo esordio Harware – Metallo letale, prima di venire licenziato frettolosamente dal set de L’isola perduta con Marlon Brando, è un nuovo adattamento di uno dei racconti più noti di H.P. Lovecraft, scritto nel 1927 e pubblicato sulla rivista Amazing Stories.

Grazie alla società di produzione di Elijah Wood, Stanley ha potuto scriverne una nuova versione con Scarlett Amaris e curarne la regia, a distanza di quasi venticinque anni dal suo ultimo lungometraggio.

Il film è un viaggio lisergico, un horror allucinato capace di catturare la follia del suo autore e la fragilità psicologica dei suoi personaggi, travolti dal terrore incomprensibile di grandi forze invisibili.

In Color Out of Space si ipotizza che nell’immaginaria contea di Arkham in Massachusetts, viva la famiglia Gardner, in fuga dalla città: il padre Nathan è un pittore che passa le sue giornate accudendo un piccolo gregge di alpaca, la madre Theresa si occupa di finanza online, la figlia Lavinia è appassionata di rituali magici e mondi nascosti, mentre l’altro figlio Benny è invece più interessato all’erba del vicino hippie Ezra. A completare il quadro familiare ci sono il piccolo Jack Jack e il cane Sam.

Una sera un meteorite di colore viola si schianta nel loro giardino, richiamando l’attenzione del sindaco, delle autorità e di un giovane idrologo Ward Phillips, che sta facendo un sondaggio nell’area.

Le comunicazioni si interrompono improvvisamente e uno strano sibilo malsano sembra provenire dal pozzo delal proprietà dei Gardner.

Pian piano tutta la famiglia verrà contagiata dalla strana luce violacea, spingendo i cinque personaggi verso l’ignoto e risucchiando la loro volontà arrivando persino a mutarne la forma in un delirio horror.

B-movie lussuoso, capace di indagare le inquietudini e i conflitti familiari, Color Out of Space si inserisce perfettamente nella nuova wave del cinema horror recente, capace di esplorare i confini di genere, fino ad espanderli e confonderli nella fantascienza, nel racconto distopico, nel sabba di streghe o nel paganesimo satanista.

Stanely non sembra per nulla arrugginito dal lunghissimo tempo trascorso da Demoniaca, la sua ultima regia del 1992. Sia pure a basso budget, con riprese in Portogallo, il film fa un uso competente e suggestivo degli effetti speciali.

Il ritratto familiare è risaputo, ciascuno interpreta un ruolo codificato dal genere, eppure funzionale ad essere stravolto dallo strano colore diffuso dal meteorite, che pian piano si prende tutto: isolata la casa dei Gardner, ridisegnata la loro biologia, corrotta la loro acqua, confusa la loro mente.

Fino ad arrivare alla mutazione genetica dei loro animali e poi ancora oltre… fino a sconfinare nell’Annientamento diretto da Garland l’anno scorso. O forse, il paragone è più calzante, dalle parti del primo Cronenberg, di Brian Yuzna e del Carpenter de La cosa.

I racconti di Lovecraft del cosiddetto ciclo di Cthulhu, di cui anche Color Out of Space fa parte, fanno riferimento ad ere geologiche precedenti l’avvento dell’uomo: le influenze di quelle epoche, fatte di culti segreti, misteri, razze extraterrestri, dei pagani filtrano sino al nostro presente, anche grazie al libro magico del Necronomicon.

Il messaggio vagamente ecologico e ambientalista si sposa poi perfettamente all’inquietudine angosciosa della prosa di Lovecraft, anche se il lavoro di Stanley rimane giustamente nella dimensione fantastica e di genere e vuole essere un’esperienza immersiva e folgorante, più che un racconto morale.

E ci riesce piuttosto bene, nonostante il solito Nicolas Cage di questo secondo tempo di carriera, prima padre amorevole e sereno, quindi nella sua solita interpretazione sopra le righe del folle depresso e invasato. Accanto a lui la materna Joely Richardson, destinata a fare una bruttissima fine e Madeleine Arthur, nei panni della figlia Lavinia, anche lei travolta dalla luce, nonostante sia l’unica a comprendere sino in fondo il pericolo.

Perfetto per una proiezione di mezzanotte, fantasia camp di genere, con suggestioni decisamente arty, non solo per i fans di Cage, nelle intenzioni di Stanley Color Out of Space è solo il primo capitolo di una trilogia dedicata a Lovecraft, il cui prossimo episodio dovrebbe essere l’adattamento de L’orrore di Dunwich.

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