Annientamento

Annientamento ***

Il nuovo film di Alex Garland arriva in Italia solo grazie a Netflix, dopo che i produttori hanno deciso di cedere al gigante dello streaming i diritti mondiali di Annientamento.

L’autore di Ex Machina, uno degli scrittori di fantascienza più coraggiosi e anticonvenzionali, che lavorano nel cinema americano, autore degli script di 28 giorni dopo, Sunshine, Non lasciarmi e Dredd, questa volta ha deciso di cimentarsi con il romanzo di Jeff VanderMeer, il primo della cosiddetta trilogia del Southern Reach.

Annientamento racconta il viaggio della biologa Lena, della Dott.ssa Ventress, una psichiatra, e di altre tre scienziate, Anya, Josie e Cass, all’interno dell’Area X, uno spazio probabilmente alieno, delimitato da un bagliore perlaceo attorno al faro del Blackwater National Park in Florida, che continua a crescere espandendo i suoi confini.

Tutte le spedizioni militari, che hanno preceduto quella di Lena e della Dott.ssa Ventress, non sono mai tornate alla base e non sono riuscite a comunicare nulla, di quanto accaduto all’interno dell’area.

L’unico uomo sopravvissuto è il sergente Kane, il marito di Lena, che dopo un anno si presenta a casa, ma non sembra più lui. Parla a monosillabi, ha emorragie interne e collassa in cucina. Per capire cosa gli è successo e cercare di salvarlo, Lena decide di accompagnare le altre scienziate all’interno del bagliore.

Quello che troveranno, spingerà ciascuna di loro a fare i conti con se stessa, con i propri desideri più profondi, con la propria identità e con il vero motivo, che le ha spinte a partecipare alla missione.

A raccontarci il loro viaggio è proprio Lena, interrogata al suo ritorno alla base, attraverso lunghi flashback, che vengono spesso interrotti da episodi della sua vita passata con Kane.

Nell’adattare per lo schermo il romanzo originale, Garland si è preso molte libertà, innanzitutto dando dei nomi alle cinque protagoniste, quindi modificando il loro destino e cambiando radicalmente il finale, ma soprattutto trasformando quello che era un racconto ellittico e reticente, in cui la presenza di specie e animali mutanti, fungeva da elemento misterioso, di puro intrattenimento, in una riflessione filosofica e metafisica sulla natura dell’universo e sui limiti della conoscenza, che guarda soprattutto al cinema di Tarkovsky, con la sua capacità di rendere esplicito il conflitto interiore dei protagonisti, attraverso manifestazioni fisiche e naturali.

Annientamento non ha paura di procedere lentamente, di frustrare il desiderio d’azione dello spettatore, così come le sue ansie di avere subito tutte le risposte. Il film avanza invece accumulando una tensione costante, mano a mano che le protagoniste si avvicinano alla meta del loro viaggio, ovvero il faro, che appare come l’epicentro dell’Area X.

Eppure Garland, prendendosi anche questa volta il lusso di modificare la struttura del romanzo, ha deciso di rompere la continuità narrativa, con una serie di digressioni sulla vita di Lena e Kane, che appaiono tuttavia troppo banali e ordinarie, rispetto alle ambizioni del film e che contribuiscono a rendere la protagonista ancor più emotivamente distante.

All’interno del bagliore, la verità pian piano si fa strada, anche attraverso il confronto con le minacce, che i mutamenti genetici hanno indotto nell’ambiente. Orrore e bellezza, mistero e conoscenza diventano parti della stessa equazione, spingendo ciascuna delle protagoniste verso il proprio destino. Ciascuna ha un motivo particolare per essere nell’Area X ed ognuna risponderà alle sfide del viaggio in modo diverso.

Per Lena è una sorta di discesa agli inferi, alla ricerca di un sentimento perduto, come in un ribaltamento del mito di Orfeo e Euridice.

Non è un caso che le protagoniste siano tutte donne: Annientamento infatti è una riflessione che gioca con l’immaginario della (ri)nascita, della fertilità, della metamorfosi, in modo esplicito. Non è un caso allora che il tunnel finale porti ad una sorta di ventre materno, nel quale tutto si rigenera e prende vita. La connessione costante tra l’elemento femminile e la natura in continuo mutamento, che lo circonda, è una delle suggestioni più grandi del film: e allora è perfettamente plausibile che una delle protagoniste scelga di annientarsi, proprio immergendosi in quella natura cangiante, che la circonda.

Ricorre più volte in Annientamento, il timore del cambiamento, anche in connessione all’immagine della malattia, come corruzione innanzitutto genetica, come aberrazione: più volte si vedono al microscopio cellule che si dividono e mutano, corrompendo la propria struttura originale.

Garland esplora, come in Ex Machina, i limiti della natura e della creazione, in una terra devastata dalle crisi ambientali e dagli interventi dell’uomo, muovendosi all’interno di quella che molti ormai definiscono l’era dell’Antropocene.

La fantascienza cinematografica ha ipotizzato da moltissimi anni un futuro distopico, figlio di catastrofi ecologiche. Filmaker come Geoffrey Reggio, Ron Fricke e  Yann Arthus-Bertrand hanno indagato il rapporto tra uomo e natura alla luce della nuova industrializzazione e dello sviluppo tecnologico Annientamento si pone nella loro scia, raccontando la dissoluzione dell’umano all’interno di un contesto ambientale trasformato. Se la società in cui viviamo è il risultato della hybris di dominio dell’uomo sulla natura, Annientamento sembra suggerire che il possibile riequilibrio passa attraverso la caduta di ogni barriera tra organismi viventi.

In un microcosmo in cui le regole della fisica e della biologia che conosciamo non sembrano più avere efficacia, il tema chiave allora diventa quello identitario: pensavo di essere un uomo – racconta Kane alla fine – ora non ne sono sicuro.

Se tutto è in continua trasformazione, il caos cresce anche dentro i protagonisti, nella mente e nel corpo, spingendoli fino all’annientamento e ad una ipotetica rinascita: perdere una parte di sè, per accogliere il cambiamento.

Garland abbandona molte convenzioni di genere e ogni facile scorciatoia narrativa, per seguire la sua protagonista in questo viaggio metafisico, all’interno di un universo cinematografico del tutto originale, che affonda le sue radici nell’horror, la maschera oggi più adatta a raccontare il presente.

Non tutto funziona come dovrebbe, il film sembra, soprattutto nella parte centrale, un po’ irrisolto, schiacciato dalla sua ambizione. Manca, soprattutto, un po’ d’emozione, di calore, nel viaggio di Lena.

Annientamento costruisce un suo mondo narrativo in cui bellezza e complessità sono inseparabili, ed in cui le suggestioni dei maestri del passato vengono sublimate in un immaginario del tutto personale, in cui le risposte sono meno decisive delle domande.

La fotografia di Rob Hardy, già al fianco di Garland per Ex Machina, alterna sovraesposizione e desaturazione, per raccontare il mondo coloratissimo e perlaceo all’interno del bagliore, sostenendo magnificamente gli effetti speciali, che sono parte essenziale del racconto, unitamente alle scenografie lussureggianti di vegetazione di Mark Digby.

Ma sono soprattutto la musica del duo Salisbury e Barrow e il sound design di Glen Freemantle a segnare il film indelebilmente, anche dal punto di vista sonoro, contribuendo a tenere viva la tensione del viaggio e regalando allo spettatore alcuni dei momenti più inaspettati e sconvolgenti, soprattutto nei due attacchi dell’orso mutante e nello straordinario finale, all’interno del faro.

Per un film che fa della complessità e della ricchezza del suo immaginario uno dei suoi punti di forza, il piccolo schermo televisivo di Netflix appare ancora una volta, un’esperienza, a dir poco, punitiva.

Nonostante la qualità sempre più alta dei nostri impianti home theatre e la stabilità dello streaming, è evidente che un film come Annientamento avrebbe meritato l’esperienza immersiva e totalizzante della sala.

La crisi della Paramount ed i timori di Skydance di non rientrare del pur modesto investimento produttivo, hanno spinto le due società a cedere i diritti mondiali del film a Netflix. La società di Reed Hastings e Ted Sarandos sta diventando, purtroppo, almeno dal punto di vista cinematografico, il refugium peccatorum non solo per progetti disastrosi come Bright, Mute, War Machine, The Ousider, Mudbound o per opere minori come Okja, The Meyerowitz Stories, Beasts of No Nation, The Cloverfield Paradox, ma anche per film su cui le major non vogliono più rischiare al box office, come questo Annientamento o il prossimo The Irishman di Scorsese, che ben avrebbero meritato per ambizione e scopo, la distribuzione privilegiata della sala.

Lamentarsene può sembrare solo un riflesso passatista e conservatore, di fronte all’esplosione dei nuovi mezzi di diffusione dell’audiovisivo. Ma quando un’industria è costretta a cedere i suoi pezzi pregiati e controversi, per il timore di non sopravvivere, è difficile considerarlo un segnale di buona salute.

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