Mudbound

Mudbound *1/2

Tratto dal romanzo Fiori nel fango di Hillary Jordan, Mudbound ha debuttato nel gennaio 2017 al Sundance, per poi approdare a tutti i principali festival d’autunno, da Toronto a New York, da Londra a Roma, fino all’AFI Fest di Los Angeles.

Acquistato subito da Netflix, che l’ha distribuito anche in Italia sulla sua piattaforma online, il quarto film di Dee Rees rinnova l’equivoco che sta accompagnando quasi tutte le produzioni cinematografiche del gigante dello streaming, afflitte da un conformismo stucchevole nella messa in scena, da una retorica politically correct nella scelta dei temi, nella ordinarietà televisiva dei prodotti (non) distribuiti.

Se Netflix rappresenta un’avanguardia nella distribuzione di contenuti, molto più raramente invece i suoi prodotti riescono a rappresentare uno sguardo effettivamente originale.

Mudbound non fa eccezione, raccogliendo tutti i peggiori stilemi del racconto sudista, con uno spirito ricattatorio, che colpisce sempre basso il suo pubblico, costantemente sollecitato da scene madri che si susseguono senza sosta.

Il film è inutilmente, fastidiosamente corale, raccontando i rapporti tra due famiglie, quella del bianco Henry McAllan, che si trasferisce da Memphis nella campagna più fangosa del Mississippi, dopo aver comprato un pezzo di terra, su cui lavorano i Jackson, una famiglia nera di mezzadri.

Henry è sposato ad un’insegnante, la remissiva Laura, hanno due figlie piccole. Con loro si trasferisce anche il padre Pappy, un razzista della peggior specie.

Il protagonista peraltro si è fatto truffare e la bella casa coloniale che aveva affittato per la famiglia, è stata in realtà venduta ad un’altra persona. I McAllan sono costretti così a vivere in un capanno in mezzo alla terra.

Non si capisce poi perchè non affittino nel corso degli anni un’altra casa o se ne costruiscano una più dignitosa. Ma questo naturalmente il film non ce lo dice…

A portare scompiglio nella famiglia è Jamie McAllan, il fratello più giovane di Henry, di cui Laura è segretamente innamorata.

Le tensioni aumentano quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale: Jamie viene arruolato per pilotare i bombardieri e Ronsel Jackson, il più grande dei figli di Hap, è un carrista che si distingue nella campagna europea.

Nel frattempo Laura stringe amicizia con Florence Jackson, la moglie di Hap, che lavora per lei, aiutandola nelle faccende domestiche.

Quando Jamie e Ronsel ritornano a casa dopo la guerra, reduci che hanno servito il paese, sembrano gli unici a non capire che il razzismo strisciante del sud non consente di trattarli alla stessa maniera. La loro amicizia sarà foriera di nuovi conflitti.

Il film della Rees è un ‘mappazzone’ indigesto, condito con i peggiori ingredienti a disposizione. Ammorbato dalla voce off di tutti e sei i personaggi principali, che nulla aggiungono al racconto, appesantendone la struttura drammatica sino a farla crollare miseramente, Mudbound nei suoi 135 minuti vorrebbe raccontare cento cose diverse: il razzismo del sud, naturalmente, la violenza degli incappucciati del Klan, i dissidi tra fratelli e tra padri e figli, il sacrificio della migliore gioventù nella Seconda Guerra Mondiale, lo shock dei reduci e l’incapacità di reinserirsi nel tessuto sociale da cui provenivano, i figli di guerra, le donne contese tra due fratelli, l’uccisione del padre come passo necessario per diventare adulti, il rifugio nell’alcol e nei suoi demoni, la retorica del lavoro nei campi e altro ancora…

Incapace di conciliare lo sguardo minimalista da cinema indie, con le sue ambizioni di un racconto epico e magniloquente la Rees, non si fa mancare davvero nulla, costruendo un film rigonfio di buone intenzioni, ma sempre sopra le righe, stucchevole, figlio di un’idea di cinema ricattatoria, che gioca con i sensi di colpa e con la storia patria, senza alcun vero rispetto.

Mudbound è continuamente ricattatorio verso il suo pubblico, sollecitando sempre le corde più facili dell’indignazione e del sentimentalismo. Con la scusa di fare un film impegnato Dee Rees ci spaccia la peggior retorica sudista da molti anni a questa parte, sprecando un cast autorevole e convinto, senza avere neppure il coraggio di fare un’opera revanchista e sanguinaria, come The Birth of a Nation di Nate Parker.

Mudbound è cinema nato vecchio, vecchissimo. Da dimenticare.

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