The Birth of a Nation. Recensione in anteprima!

The Birth of a Nation **

Quando l’opera prima di Nate Parker ha debuttato al Sundance, lo scorso mese di febbraio, l’eco del suo doppio trionfo, si era propagato dalla piccola località sciistica dello Utah sino ad Hollywood e al Vecchio Continente, accompagnato da recensioni entusiastiche, profezie di sicuro successo e dalla notizia che la Fox Searchlight ne aveva acquistato i diritti, per una somma record.

Il racconto del giovane attore diventato regista, che si riappropria del titolo del capolavoro razzista di Griffith, ribaltandolo in un film destinato a glorificare una delle più significative rivolte degli schiavi di colore, prima dello scoppio della Guerra di Secessione, sembrava il perfetto contraltare alle polemiche sugli Oscar troppo ‘bianchi’, al movimento BlackLivesMatter e all’America di Obama tutt’altro che pacificata.

Nel corso dei sei mesi che hanno separato il debutto al Sundance dall’uscita in sala del film, poche settimane fa, il riemergere di una brutta storia di stupro che coinvolse Nate Parker e il soggettista di The Birth of a Nation, ai tempi dell’Università e l’ascesa alla Presidenza di un candidato che ha fatto del politicamente scorretto, se non del razzismo manifesto, il suo mantra elettorale, hanno cambiato completamente la narrazione di un film che è diventato un ‘segno infranto’, improvvisamente ridimensionato nelle sue ambizioni e incapace di trovare un suo pubblico.

L’uscita nelle sale si è trasformata in un disastro, corredato da interviste imbarazzate e oblio immediato.

Ricostruito il contesto del tutto singolare nel quale il film di Nate Parker – attore, regista, produttore e sceneggiatore – è stato costretto a muoversi, quello che conta davvero, a questo punto, è comprendere se The Birth of a Nation abbia effettivamente dei meriti propri, al di là della tempesta mediatica che l’ha accompagnato sin dall’esordio, prima innalzandolo sulle onde e quindi travolgendolo rovinosamente.

Il film comincia con l’infanzia di Nate Turner, schiavo nella piantagione di cotone dei Turner, nella contea di Southampton, nella Virginia nei primi anni dell’Ottocento.

Il suo talento nella lettura, spinge la moglie del padrone a prenderlo sotto la sua ala e ad insegnargli la Bibbia. I Turner sono una famiglia in decadenza, ma non trattano gli schiavi con particolare crudeltà.

Quando il capofamiglia muore, il piccolo Nate è costretto a tornare nei campi a raccogliere il cotone e la guida dell’impresa passa al giovane Samuel Turner.

Nel frattempo Nate diventa un predicatore al servizio del suo padrone, che lo spinge a trovare nelle parole della Bibbia la giustificazione a quel mondo di soprusi e schiavitù: viene ingaggiato così anche dagli altri proprietari terrieri, per rassicurare e calmare gli animi degli schiavi.

Nelle tappe del suo viaggio, Nate scopre tuttavia che le condizioni degli schiavi sono ben diverse da quelle che lui ha sperimentato sino ad allora: malnutriti e impauriti, frustati e legati in catene, alimentati a forza, con un imbuto, ammazzati a sangue freddo.

Nonostante tutto è costretto sempre a chinare il capo e a declamare la parola del Signore. La miccia che fa scoppiare la rivolta arriva solo nel momento in cui un gruppo di vigilanti bianchi stupra e violenta la moglie di Nate, riducendola in fin di vita.

Il predicatore si mette così alla testa di un piccolo drappello di coraggiosi, decisi a rivoltare nel sangue l’oppressione subita per tutta la vita.

Il film di Parker mostra tutti i limiti dell’opera prima e l’impeto di chi sia animato dall’intenzione di convincere, piuttosto che di raccontare.

The Birth of a Nation non si discosta da una classicità di messa in scena, costantemente esibita, attraverso l’uso di un ritmo ieratico, di grandi quadri d’insieme, di scene madri e monologhi significanti, di retorica profusa a piene mani.

La sceneggiatura si muove come un elefante nella cristalleria della Storia, con la sicurezza di chi vuole sostenere una tesi, utilizzando ogni strumento narrativo. Parker e Celestin si dimenticano però di rifinire i personaggi, ridotti spesso a puri strumenti drammatici. Emblematico è il ruolo della moglie di Nate, utilizzata sempre con la finalità di suscitare una reazione nel protagonista e priva di una propria umanità.

Se nella prima parte l’ambizione del racconto epico si fa strada attraverso il richiamo all’infanzia e al ruolo della fede, nella seconda parte il regista perde ogni controllo e ogni rigore, in un abisso ‘pornografico’ che comprende denti rotti con lo scalpello e gavage umano, bambini impiccati e infedeli, teste mozzate a colpi di accetta.

Il problema è tuttavia ancor più radicale, perchè lo sguardo di Parker al fenomeno dello schiavismo è superficiale, rabbioso, ma privo di una qualsiasi prospettiva politica o economica, quasi che tutto si risolvesse nel sadismo e nella violenza dei padroni a cui contrapporre una violenza e un sadismo altrettanto radicali, proprio come Turner.

Esattamente come in 12 anni schiavo la schiavitù è solo quella delle frustate, delle sevizie, dell’odio razzista, un fenomeno da psicopatici insomma e non un sistema istituzionale freddo e articolato, come davvero fu.

La violenza che pure era parte essenziale di quel fenomeno, non era però solo arbitrio sadico del singolo, se non in misura assolutamente marginale, ma dinamica istituzionalizzata, strumento di coercizione, volto non allo sterminio degli schiavi, come pure qui falsamente appare, ma alla loro sottomissione: il sistema latifondistico prosperava infatti proprio sul lavoro di quella manodopera senza diritti e senza dignità. Per quale motivo avrebbe dovuto prevederne la decimazione?

Parker, che enfaticamente recupera il titolo del capolavoro di Griffith, dimostra di non aver compreso per nulla la natura e le implicazioni del fenomeno, riflettendo su una questione ancora cruciale nel dibattito sociale culturale americano, con strumenti grossolani e un malcelato spirito di vendetta.

Privo di qualsiasi talento coreografico nelle scene di battaglia ed incapace di trovare il ritmo adeguato al suo film, Parker usa la macchina da presa come una clava, senza alcun senso morale, riuscendo nell’impresa di accostare nel terribile finale, un carrello all’indietro su un gruppo di schiavi impiccati che parte da una farfalla, un insistito primo piano del protagonista sulla forca, angeli neri vestiti di bianco e con le ali, nonchè un’ellissi finale su una lacrima che scorre, che grida vendetta.

The Birth of a Nation è un film modesto, che rivela solo l’immaturità e la foga del suo regista, che avrebbe fatto meglio a concentrarsi sulla sua carriera d’attore.

Il film di Paker ricorda l’epica e l’ambiguità dei film di Mel Gibson, in cui l’intento didascalico e il carico ideologico, finiscono per travolgere ogni cosa, in un’orgia dell’occhio per occhio, che affonda le sue radici nel Dio crudele e vendicativo dell’Antico Testamento.

Stupisce, ma fino ad un certo punto, l’accoglienza estatica riservata al film, ai tempi del Sundance, perchè gli entusiasmi in un festival sono condizionati sia dalla qualità degli altri film in concorso, sia dal contesto particolare in cui ci si trova.

Succede infatti che, durante un festival, si sia colti, talvolta, da abbagli collettivi, suggestioni, che spingono ad apprezzare – o a criticare! – un film più di quanto effettivamente meriti. L’uscita in sala e una seconda visione meno frenetica restituiscono spesso la vera dimensione di un’opera, a cui solo il tempo, in ogni caso, darà un posto definitivo.

Una delusione.

Birth of a nation

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