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Venezia 2015. Beasts of No Nation

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Beasts of No Nation **1/2

Basato sull’omonimo romanzo di Uzodinma Iweala, Beasts of No Nation segna il ritorno al cinema di Cary Fukunaga, dopo il successo clamoroso della prima serie di True Detective, diretta per la HBO.

Il suo terzo film dopo Sin Nombre e Jane Eyre è ancora un racconto di formazione, al cui centro c’è il piccolo Adu, che vive felicemente la sua infanzia in un paese africano imprecisato. Quando scoppia una guerra civile tra un misterioso leader e l’esercito regolare, la sua vita e quella della sua famiglia viene stravolta completamente.

Abbandonato dalla madre e dalla sorella più piccola, trasferitisi nella capitale per cercare di salvarsi dalla brutalità del conflitto, Adu resta da solo con il padre insegnante e con il fratello più grande.

Ma la loro convivenza durerà assai poco: la storia riserva al suo protagonista un rito di passaggio, brutale e improvviso.

Rimasto da solo nella foresta, viene catturato da un comandante ribelle ferocissimo e spietato, che guida un’armata di soldati bambini, alla volta della capitale.

L’educazione alla guerra di Adu è una discesa all’inferno, fatta di omicidi, torture, droga, stupri perpetrati e subiti.

Ma anche di inevitabili momenti di solidarietà e cameratismo con gli altri ragazzi e con il comandante, padre padrone, incestuoso e assassino.

Figlio di una terra che si fa via via sempre più rossa di sangue e crudeltà, fino a scolorare nelle sue visioni drogate, il protagonista cerca di mantenere un dialogo con se stesso e con il bravo ragazzo affettuoso che era.

Ma la sua voce interiore perde sempre più forza, di fronte all’istinto di uccidere e di sopravvivere che innerva ogni conflitto.

Il film di Fukunaga, che segna il debutto in grande stile della Netflix nel mondo della distribuzione cinematografica, è un racconto coraggioso e limpido, che non cerca mediazioni.

Grazie alla bravura prodigiosa di Abraham Attah ed alla dedizione di Idris Elba, nei panni di Abu e del Comandante, il film evita derive terzomondiste e inutilmente spettacolari.

Alcune scelte restano però discutibili: se la storia del nigeriano Iweala vuol essere universale non identificando nè il paese africano nè le questioni ideologiche o religiose che fondano i presupposti (o i pretesti) per la guerra civile, certamente il racconto per immagini perde profondità e forza chiuso in questo limbo imprecisato.

La voce off del protagonista che accompagna il racconto sembra a volte voler sottolineare quello che le immagini raccontano fin troppo bene e tolgono sfumature e ambiguità alla storia.

Ogni volta che si racconta la guerra, è poi necessario comprendere quale sia la posizione morale ed estetica con il quale si intende mostrare l’orrore.

Fukunaga sembra scegliere la via spettacolare del grande cinema americano degli anni ’70.

Non c’è dubbio che la foresta di Beasts of No Nation ricordi quelle del Vietnam. Le disolvenze incrociate, i colori caldi e lussureggianti, le ripresa dei bombardamenti e del quartier generale dei ribelli richiamano il Cuore di tenebra conradiano, riletto da Coppola, mentre il peregrinare nella natura, la voce off ed il finale sulla spiaggia vorrebbero essere quelli di Terrence Malick.

Lo stesso personaggio del Comandante ha una forza shakesperiana, piena di contraddizioni.

Ma naturalmente il risultato complessivo è lontano da questi modelli, nonostante le buone intenzioni di Fukunaga e la sincerità dell’apologo che non riserva rendenzioni o assoluzioni, per nessuno dei suoi protagonisti

 Beasts

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  1. […] Marco Albanese @ Stanze di Cinema [Italian] […]



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