The Cloverfield Paradox

The Cloverfield Paradox **1/2

A dieci anni di distanza dal primo Cloverfield, diretto da Matt Reeves su una sceneggiatura di Drew Goddard, e a due dal secondo capitolo della serie antologica, 10 Cloverfield Lane, Netflix e Paramount, con una mossa di marketing senza precedenti, hanno rilasciato il primo spot di The Cloverfield Paradox nel corso del Super Bowl, annunciando che il film sarebbe stato disponibile, immediatamente dopo la fine dell’incontro.

Conosciuto con il titolo di lavorazione di God Particle, questo terzo episodio prodotto da J.J.Abrams, trasporta l’azione nello spazio.

Su una stazione spaziale internazionale, la Cloverfield appunto, un acceleratore di particelle dovrebbe cercare di risolvere la tragica crisi energetica, che attanaglia la Terra. La mortalità è salita a livelli di guardia, le nazioni sono sull’orlo di una nuova guerra mondiale e le uniche speranze sono rivolte al lavoro del gruppo di scienziati, che ormai da due anni cercano di far funzionare l’acceleratore, perchè produca un flusso stabile di energia.

Dopo quasi cinquanta tentativi d’accensione, i risultati sono tuttavia ancora negativi.

Guidati dall’americano Kiel, la crew è formata dal tedesco Schmidt e dalla cinese Tam che si occupano proprio dell’acceleratore, dal russo Volkov, dall’irlandese Mundy, dal medico brasiliano Acosta e dall’ufficiale delle comunicazioni, l’inglese Hamilton.

Hamilton ha accettato di partecipare alla missione solo dopo che un tragico incidente domestico, le ha portato via i due figli e minando gravemente il suo matrimonio con Michael.

Negli Stati Uniti alcuni studiosi catastrofisti ipotizzano che se l’esperimento della Cloverfield dovesse funzionare potrebbe creare un’alterazione spazio temporale, le cui conseguenze potrebbero essere imprevedibili e disastrose.

Nel corso di un nuovo tentativo di accensione, l’acceleratore sembra funzionare per qualche secondo, ma il flusso non è stabile e un surriscaldamento danneggia la stazione.

Quando l’equipaggio doma l’incendio scoppiato sulla nave, si accorge che le comunicazioni con la base sono interrotte e che la Terra stessa non è più visibile. Nel frattempo dietro uno dei pannelli della stazione si sentono urla disperate.

Dov’è finita la Cloverfield?

Il film scritto da Oren Uziel e Doug Jung (Confidence, Star Trek Beyond) e diretto dal nigeriano Julius Onah è una gustosa variazione sul tema, che prende a prestito molti elementi di genere: c’è l’horror puro, ci sono le realtà parallele e i paradossi spaziali, c’è la paranoia del traditore e dello spionaggio, c’è il sacrificio del singolo per un bene più grande, c’è il grande spettacolo dell’uomo solo nella vastità nera della galassia.

Se 10 Cloverfield Lane era del tutto autonomo rispetto all’originale e seguiva una strada molto differente, sia dal punto di vista narrativo, sia per le implicazioni strettamente connesse agli elementi fantastici presenti nel primo capitolo, qui invece Onah e i suoi sceneggiatori hanno inserito un controcampo costante alle avventure sulla Cloverfield, richiamando direttamente il primo episodio.

J.J.Abrams vero deus ex machina di questa serie sembra deciso a fare di Cloverfield una sorta di serie aperta alla Black Mirror, in cui l’elemento distopico e fantascientifico si lega di volta in volta ad uno o più sottogeneri differenti, mantenendo un fil rouge comune tra i diversi episodi.

Se nell’originale il found footage e il kaiju giapponese si fondevano alla perfezione, nel secondo erano invece film claustrofobico da bunker assediato e la fantascienza pura da invasione a trovare un connubio efficace.

The Cloverfield Paradox muta ancora pelle, rimanendo fedele all’idea di confezionare un B-movie adrenalinico ed efficace.

E’ cinema croccante, da consumarsi il sabato sera con il pop corn in mano. O forse lo era: nell’anno di grazia 2018 la Paramount ha deciso di non mandare più in sala piccoli film, cedendoli direttamente a Netflix.

Per quanto tutto questo possa sembrarci assai poco romantico, forse non è una scelta del tutto sbagliata o antistorica. D’altronde i B movie e gli exploitation movie erano nati, fin dagli anni ’30, proprio come secondo spettacolo di un double bill, per accompagnare produzioni più grandi e significative.

Dagli anni ’70 in poi, quella distinzione si è persa, così come l’abitudine alle proiezioni doppie: la concorrenza della tv aveva modificato anche i palinsesti cinematografici. Che ora quei film possano trovare uno spazio autonomo, proprio attraverso il piccolo schermo, è una curiosa nemesi storica.

 

 

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