Mute

Mute *

Pensavamo di aver toccato il fondo con la visione di Black Panther, ma il weekend ci ha riservato un abisso ancora più profondo, con il quarto film di Duncan Jones (Moon, Source Code, Warcraft).

Prodotto da Netflix con un budget di 40 milioni dollari, Mute è un disastro senza appello dall’inizio alla fine, una sciagura per lo spettatore, che si avventuri lungo i suoi infiniti 126 minuti, un pasticcio inenarrabile, che avrebbe dovuto rimanere nella testa di Jones, che l’ha pure dedicato al padre David Bowie, scomparso due anni fa. Ziggy Stardust lo perdoni…

Il problema però è innanzitutto produttivo: Ted Sarandos a capo del gigante Netflix continua a produrre film di sovrana inutilità, dalle commedie con Adam Sandler a opere di pura exploitation come Bright con Will Smith, fino ai film più brutti mai girati da Noah Baumbach, Bong Joon Ho e ora Duncan Jones.

Ci sarà pure un motivo se a Hollywood nessuno avrebbe dato a Jones 40 milioni per produrre il copione più insulso che mente umana avrebbe potuto partorire? Si chiama semplicemente professionalità, quella che consente di selezionare i film da mettere in cantiere, dopo un attento lavoro di messa a punto drammatica.

Alla Netflix invece sembrano più interessati alla quantità e ai nomi. Con a disposizione risorse infinite che il mercato gli fornisce, grazie ad una quotazione azionaria in continua ascesa, l’unica preoccupazione dei vertici è buttare nel calderone degli abbonati una serie di prodotti nuovi ogni settimana. Se nel campo delle serie tv possono permettersi di indovinare un prodotto ogni dieci, senza che nessuno se ne accorga, sui film la questione si fa più complessa.

Siamo a Berlino in un futuro alla Blade Runner: notte perenne, neon, macchine volanti. Siamo anche nello stesso universo di Moon: il personaggio interpretato da Sam Rockwell fa capolino infatti dagli schermi televisivi.

Mute è la storia di un barista amish muto (?!), a causa di un incidente avuto da bambino, innamoratosi  di una cameriera-spogliarellista dai capelli blu. Quando lei sparisce, lui si mette sulle sue tracce, armato solo di un taccuino, scendendo nel sottobosco della criminalità.

Parallelamente si sviluppa la storia di due soldati americani disertori, medici chirurghi che lavorano per la mafia locale. Uno si è riciclato nel campo delle protesi per bambini, l’altro invece sogna di ritornare negli Stati Uniti, grazie ai documenti falsi che boss per cui lavora, gli promette di fornirgli.

Tutto il film procede nell’attesa che le sue linee narrative si incontrino.

Mute stressa la linea drammatica, come neanche nei peggiori pilot televisivi, riempiendo di nulla una trama che si riassume in otto righe.

Alexander Skarsgaard è al suo minimo storico: barcolla con la schiena piegata e gli occhi cerchiati in cerca della sua Clementine dai capelli blu. Paul Rudd, con baffoni alla Eliott Gould in MASH, è del tutto sprecato in una parte talmente sconnessa, da far credere che non l’abbia neppure letta, prima di firmare il contratto e prendere il suo compenso.

Ma la vera rapina il film la compie nei confronti dei suoi spettatori, derubati di due ore di vita, spese nel peggior modo possibile.

Jones dimostra di non aver alcuna visione, dissemina il film di simboli e spunti che si perdono per strada senza lasciare tracce. Accumula tracce che depistano e non raccontano nulla. Spreca lo scenario retrofuturista e si gioca la carta di Berlino, senza alcuna competenza.

Non si riesce a recuperare Mute neppure nella prospettiva dello scult movie, perchè il film è povero di tutto e non funziona nessun livello, nemmeno quello basso del B-movie.

Se per caso vi viene voglia di far partire Mute sul vostro televisore, assecondate l’istinto che dopo 15 minuti vi consiglia di mollare tutto e cambiare film. E’ la scelta giusta: non c’è nient’altro nelle due ore successive.

Inutile farvi perdere altro tempo anche qui. Lasciate perdere.

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