Moon

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Moon ***

Un altro buon film di fantascienza, in un periodo così breve, dopo District 9?

Direi proprio di sì e di quel tipo dal tocco vintage, dove le idee e le atmosfere contano molto più dei budget (5 milioni di dollari per 33 giorni di lavoro), dove il fantascientifico è un mezzo per raccontare in maniera ancora più estrema e radicale tematiche molto, troppo umane.

L’umano è qui rappresentato interamente da Sam Rockwell, che con grande abilità riempie da solo (da solo?) lo schermo per tutta la durata del film, nella parte del tecnico Sam Bell, unico operatore di una stazione mineraria sulla Luna, al termine di  un contratto di lavoro di tre anni ed in attesa di riabbracciare moglie e figlia, con cui comunica solo attraverso messaggi registrati.

Avviene un incidente, Sam si risveglia in infermeria, ed inizia a seguire una serie di cure mediche e di test, fino a quando scopre che forse non è così solo.

La stazione è gestita da GERTY, un’intelligenza artificiale con le sembianze di un robot da catena di montaggio,uno smile che cambia espressione a rappresentarne le interazioni con Sam, e la voce suadente ed inquietante di Kevin Spacey. GERTY avrà un ruolo centrale nello sviluppo della trama, nell’onesto tentativo di farci far pace con tutti gli Hal di questa vita, ma lasciandoci comunque un sentore di timore e diffidenza, segno che le opere di Kubrick e Ridley Scott hanno lasciato il segno.

Cito questi due registi perché, se l’omaggio a 2001 è evidente fin dalle prime scene, in particolare nel design della stazione spaziale e nella figura del buon GERTY, il richiamo più profondo è a mio parere quello ad Alien: lo spazio non come vastità e scoperta bensì come prigione e solitudine, i complotti, le corporazioni, la paura che può trascendere in follia, l’identità, l’umano ed il robotico.

Duncan Jones (il cui dna non deve essere proprio da scartare, essendo figlio di un certo David Bowie), alla sua prima prova da regista di lungometraggi dopo un notevole successo nella direzione di spot pubblicitari in UK, dirige con stile e misura un’opera di cui egli stesso ha scritto il soggetto.

Il suo approccio minimalista, umile, è un segno stilistico e comunicativo interessante, ma è anche il limite di Moon: un’opera intelligente, che sta fin troppo attenta a restare all’interno dei binari che si è scelta, perdendo in alcuni passaggi di pathos e imprevedibilità, ed anche la splendida performance di Rockwell ne risulta in qualche modo attenuata.

Moon 3

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