Source Code vs. I Guardiani del Destino – Le recensioni

Source Code **1/2

A Duncan Jones, giovane regista inglese, piacciono gli esercizi di stile.

Lo era Moon, il suo esordio fortunato e intelligente, che usava l’idea dell’uomo solo nello spazio, per una riflessione non scontata sul destino, la clonazione e la spietata etica governativa.

Source code è un altro tour de force, che costringe lo spettatore a rivivere continuamente gli stessi otto minuti, su un treno di pendolari diretto a Chicago, che è stato oggetto di un attacco terroristico.

Per prevenire un secondo e più devastante attacco nucleare, in città, l’esercito usa una tecnologia sperimentale detta Source Code: ipotizzando che il cervello umano mantenga una sorta di scatola nera degli ultimi 8 minuti di vita, il software consente ad un’altra persona, nel nostro caso un marine di nome Colter Stevens, di rivivere quegli ultimi minuti, per cercare di scoprire cosa ha fatto saltare in aria il treno e chi è il responsabile.

Per affinità fisica ed intellettuale il capitano Stevens vive gli ultimi 8 minuti di un professore, morto sul treno.

In tal modo, forse potrà essere evitata la seconda catastrofe imminente.

Siamo ancora una volta nel regno della fantascienza per così dire realistica, in cui scenari moderni e plausibili, si alternano a tecnologie per ora irrealizzate.

Il capitano Stevens ci mette un po’ per comprendere il suo ruolo all’interno del software e per accettare di essere “utilizzato” per scoprire l’attentatore. Anche perchè riminiscenze della sua vera identità cominciano a farsi strada e seduta sul treno di fronte a lui, c’è una giovane donna, Christina Warren, di cui a poco a poco il capitano finisce per innamorarsi.

Sarebbe un peccato dire di più, per un thriller che vive di piccole sorprese e scarti, rispetto ad una storia continuamente interrotta e ripetuta. Il capitano Stevens sarà costretto a rivivere molte volte quegli ultimi 8 minuti, ma il film non annoia mai, perchè introduce ogni volta una variante e gioca drammaturgicamente in maniera perfetta i suoi colpi di scena.

Siamo dalle parti degli universi distopici di Philip Dick ed ancora una volta la critica di Jones alla crudeltà della ragion di stato è feroce e senza pietà.

In un mondo popolato da guerre e terrorismo, forse l’ultima speranza è quella di incontrarsi ancora una volta in un sogno, cullandosi nell’illusione di poter alterare la realtà.

L’individuo si ribella ad un destino in cui è, di fatto, reso una macchina utilizzata per scopi più grandi e cerca di ribaltarlo, con la forza del cinema.

Siamo dalle parti dell’imperativo categorico kantiano, anche se forse sarebbe più giusto parlare dell’inesauribile lotta del singolo contro il potere costituito, così tipica del liberalismo di stampo anglosassone e già al centro del conflitto di Moon.

In ogni caso Jones sembra avere le idee molto chiare da un punto di vista teorico e ideale: finora ha seguito un percorso autoriale preciso, mettendo forse in secondo piano l’originalità del racconto e della messa in scena ed utilizzando perfettamente le convenzioni di genere.

Questo suo secondo film è certamente una conferma del suo esordio, ma non aggiunge molto alle buone sensazioni che aveva lasciato l’esordio.

Speriamo che Jones possa presto mettersi all’opera con progetti più ambiziosi, capaci di conciliare la sua visione del mondo con una messa in scena meno tradizionale e controllata.

I  guardiani del destino – The Adjustment Bureau **

Abbiamo scelto di accostare il film di Duncan Jones a quello di George Nolfi – al suo esordio alla regia, dopo una brillante carriera di sceneggiatore (Ocean’s 12, Bourne Ultimatum) – perchè curiosamente la stagione cinematografica li ha posti accanto nelle uscite settimanali, senza preoccuparsi del tema comune.

Qui siamo davvero dalle parti di Dick, il film è l’adattamento di un suo racconto, nel quale una squadra di agenti, di una fantomatica agenzia governativa, si preoccupano di fare in modo che ciascuno di noi, ed in particolare quelli a cui sono riservate le massime cariche, seguano il piano che il destino ha previsto per loro.

David Norris, giovane newyorkese, candidato al Senato nel 2006,  viene battuto dal suo avversario, ma dopo l’incontro con una misteriosa ballerina, Elise, nei bagni dell’hotel che lo ospita, nel suo messaggio di concessione della sconfitta, svela i meccanismi perversi della campagna elettorale, con un’operazione verità che lo rende incredibilmente popolare.

Il destino però vuole che lui e la ballerina seguano strade diverse, per il bene di entrambi.

Si rincontrano per caso su un autobus tre anni dopo, ma gli agenti di questo fantomatico Adjustment Bureau fanno di tutto perchè i due si perdano di nuovo, svelando a Norris la struttura del suo piano generale e le conseguenze di una deviazione imprevista.

Norris però è innamorato di Elise e fa di tutto per ricongiungersi a lei. E’ aiutato dall’agente addetto alla sua sorveglianza, che finisce per condividere la sua ansia di uscire da un futuro costruito per lui, senza possibilità di errore.

Scatta così una lunga caccia all’uomo, che si concluderà solo sui tetti di New York.

Il racconto di Dick appare piuttosto debole nella trasposizione cinematografica di Nolfi, pur presentando molti degli elementi tipici della sua visione apocalittica.

Il film corre spedito verso il lieto fine, annacquando così il monito iniziale. Peraltro persino la figura di questo agente – angelo custode, che si prende a cuore i desideri di Norris e si sottrae al suo compito, è quanto mai banale e zuccherosa.

Matt Damon è sempre bravissimo e credibile, Emilie Blunt deliziosa ed in parte, ma è l’impianto complessivo a lasciare interdetti, se non si accettano passivamente le premesse di un determinismo sociale, che non fa parte dei nostri orizzonti culturali.

Un’occasione persa, certamente.

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